CHIAGNE E FOTTI! (UN PAESE DI FRIGNONI) - I LACRIMONI DI CHIELLINI, BUFFON, BONUCCI E PIRLO DOPO LA BATOSTA IN FINALE RESTERANNO NELLA STORIA DELLE ITALICHE FRIGNATE – PIANGEVA ANCHE BALOTELLI (PENSAVA DI ESSERE STATO INCASTRATO DALLA FICO?) – TUTTI A IMITARE LA FORNERO E LA SUA LACRIMUCCIA DEDICATA AI PENSIONATI – OCCHI ROSSI PER BOSSI – E NAPOLITANO? ANCHE LUI SPESSO E VOLENTIERI SFOGGIA IN PUBBLICO IL CIGLIO QUIRINALIZIO BAGNATO…

Fabrizio Roncone per il "Corriere della Sera"

AirBus Alitalia, pomeriggio. Gli azzurri sono saliti con le famiglie. L'allegria dei bambini è contagiosa e mette di buon umore un po' tutti. Però gli occhi dei papà restano cerchiati. Giorgione Chiellini ha occhiaie profonde e bluastre e nessuno sa bene a che ora della notte, di ritorno da Kiev, abbia smesso di piangere e disperarsi. Piangeva anche Pirlo, uno che ne ha viste tante e ha sempre quel viso tirato, impassibile: e invece, per una volta, non riusciva a fermarsi, e scuoteva la testa, e tirava su con il naso. Il pianto di Pirlo è stata una roba abbastanza sorprendente. Poi, certo, tutti abbiamo visto i singhiozzi di Balotelli, seduto sul prato, solo (e quando Cesare Prandelli se ne accorge, va lì, si china, la mano disegna qualcosa di molto simile a una carezza, e lo rincuora).

A ripensarci, sono state immagini forti, con una loro struggente bellezza. Immagini non scontate ma neppure del tutto inedite. Ai nostri calciatori, infatti, la nazionale scatena con regolarità sentimenti importanti e, a volte, un pò nascosti; un frullato di valori e sensazioni: si comincia dall'Inno di Mameli, che adesso gli azzurri cantano praticamente tutti, e si finisce alla consapevolezza di giocare davanti a oltre venti milioni di italiani inchiodati alla tivù, tutti a fare il tifo e davvero fratelli d'Italia.

Quando arrivano a giocare in nazionale in genere sono già calciatori esperti, gente che ha vinto e che ha perso ovunque, e che perciò dovrebbe sapere perfettamente come va il calcio. Eppure, quando qualcosa va storto e indossano la maglia azzurra, i loro nervi cedono dolcemente alla commozione. È capitato a tanti. Ricordatevi di Franco Baresi, ai Mondiali del '94, finale di Pasadena contro il Brasile: Baresi, un uomo che pareva d'acciaio, sbaglia il rigore e subito il volto gli diventa maschera di mortificazione, e deve andare Raffaele Ranucci, all'epoca capo delegazione azzurra, oggi senatore del Pd, a prendergli la testa e a mettersela sulla spalla. Dirà Baresi: «Per molte notti ho poi sognato che il pallone entrava e poi usciva e poi entrava ancora».

Gigi Di Biagio, quattro anni dopo, in Francia, sbaglia il rigore proprio contro i padroni di casa (una botta micidiale finita sulla traversa, che ancora trema) e crolla, letteralmente, sulle ginocchia. Statua di dolore, le mani sul viso, un pianto irrefrenabile.

Giorgione Chiellini, l'altra sera, non ha sbagliato un calcio di rigore ma è chiaro che Fabregas gli è sgusciato via molto, troppo facilmente (poi Fabregas la mette in mezzo, dove arriva Silva, che picchia con la fronte piena e porta in vantaggio la Spagna). Il primo gol è insomma tutto sulla coscienza di Giorgione. Lui lo sa. E così, alla fine della partita, gira per il campo ripetendo a tutti, «scusate, scusatemi tanto». Il dispiacere che diventa mantra, senso di colpa da espiare. Ancora adesso, mentre stiamo quasi per atterrare all'aeroporto di Fiumicino, Buffon prova a sdrammatizzare, gli si siede vicino: «Oh, pensa che casino di traffico a Roma se avessimo vinto...».

Comunque anche Buffon aveva gli occhi che luccicavano, in quello schifo di notte a Kiev, e poi c'era Giaccherini, piccoletto, che si mordeva il labbro. Marchisio appoggiato a Bonucci, che tremava dal nervoso; finché, ad un certo punto, si è sciolto anche lui.

Certo, le lacrime su un campo di calcio non riguardano solo la nostra nazionale (il calcio è una faccenda di sentimenti ovunque). Maradona piange quando vince il primo scudetto a Napoli. Ronaldo (il brasiliano) ha i goccioloni il 5 maggio del 2002, seduto su una panchina dell'Olimpico, quando l'Inter perdendo con la Lazio, perde anche il titolo. Si commuove Rino Gattuso, all'ultima di campionato, quando saluta il pubblico del Milan. Claudio Ranieri, allenatore di un'Inter malconcia, batte il Chievo e i fotografi tutti lì, a fermare in mille scatti il suo sguardo lucido.

Lacrime di gioia o di dolore, però non lacrime per tutti. Come invece spiega Chiellini, scendendo dall'aereo, «io l'altra sera non piangevo per me, ma per l'Italia».


2- UN PAESE DI FRIGNONI
Maurizio Belpietro per "Libero"

Anche se siamo bresciani, coetanei e nati a pochi chilometri di distanza, non conosco Cesare Prandelli. Per quel poco che ne so, è però una bella persona, che ha alle spalle un'ancora più bella storia. È per questo che mi hanno sorpreso le sue parole di ieri. Ma come, uno così mite e cortese rilascia dichiarazioni sull'Italia, definendola un Paese vecchio, proprio il giorno in cui deve incontrare Giorgio Napolitano?

Il presidente della Repubblica ha appena compiuto 87 anni e meglio di chiunque altro simboleggia una classe dirigente antiquata: presentarsi al suo cospetto con un biglietto da visita come quello esibito ieri da Prandelli in conferenza stampa è dunque una vera scortesia, uno sgarbo al limite dell'incidente diplomatico. Intendiamoci: io sono d'accordo con il commissario tecnico e sottoscriverei fino all'ultima riga il suo giudizio sull'incapacità del Paese a rinnovarsi. Ma parlare di certe cose poco prima di salire al Colle suona male.

Il capo dello Stato è sulla scena da oltre mezzo secolo, di lui si registrano discorsi entusiastici a proposito di Lenin, dei carri armati che occuparono Budapest e della cacciata di Solzhenitsyn dalla Russia: più vecchio di così si muore. Ma dirglielo in faccia non sta bene e perciò, in nome delle comuni origini, mi scuso con il Quirinale anche a nome del cittì nazionale. Il quale, come detto, nel merito non ha una ragione, ma mille. L'Italia è un Paese che non sa cambiare e, anche quando sembra decidersi a farlo, poi ripiomba nei vecchi vizi.

Prendete ad esempio Mario Monti, che al cospetto di Napolitano è un ragazzino: quando è stato chiamato a salvare la patria, Parlamento e sindacati gli hanno attribuito pieni poteri, consentendogli di varare la riforma delle pensioni più draconiana della storia senza la correzione di una virgola e, quel che più conta, senza un giorno di sciopero. Il capo del governo a dicembre ha dunque avuto in mano il Paese e, se avesse voluto, avrebbe potuto rivoltarlo come un guanto, riformando tutto quello che c'era da riformare.

Purtroppo per noi, l'ex bocconiano, invece di procedere dritto come un fuso nell'attuazione del suo programma, si è attardato in quella che è la mania nazionale: la concertazione. Anziché infischiarsene di cosa pensassero Cgil, Cisl e Uil, a Monti è venuta voglia di intavolare una trattativa, terreno che è più pericoloso di quello di Mirandola.

Risultato? Al posto di ciò che ci si aspettava è venuta fuori la brutta copia di una riforma del mercato del lavoro, uno sgorbio di cui non c'è giuslavorista che non parli male, al punto che la maggior parte degli esperti e degli imprenditori rimpiange la legge precedente. Come dire che peggio delle vecchie norme ci sono solo le nuove. Ma il provvedimento che regola i rapporti di lavoro almeno ha visto la luce. Nel bene o nel male (e io propendo più per la seconda ipotesi) qualcosa si è fatto. Nel caso della spending review, formula pomposa con cui il presidente del Consiglio ha voluto chiamare i tagli alla spesa pubblica, invece, non si è fatto proprio niente.

Sono mesi che se ne parla e, arrivati alla vigilia delle vacanze e della chiusura del Parlamento, la certezza di vedere le misure antisprechi ancora non c'è. Le cifre che si otterranno grazie all'uso delle forbici naturalmente lievitano di giorno in giorno e dai quattro miliardi già si è arrivati a 11, ma non è detto che con la fine del mese non si possa sfiorare quota venti. Sta di fatto che, a tutt'oggi, il governo non si è risolto a risparmiare un euro. Insomma, come nelle migliori tradizioni siamo tornati alle vecchie abitudini: parole tante, fatti pochi. Meglio la politica degli annunci di quella delle decisioni.

E a proposito delle abitudini nazionali e di un certo stile, da segnalare la pratica delle lacrime, che insieme all'inno di Mameli sono ormai diventate una specie di simbolo del Paese. Ha cominciato Elsa Fornero, la quale ha sdoganato il pianto in mondovisione nel giorno in cui annunciava agli italiani la solenne fregatura previdenziale. Come quei killer che ti danno il colpo di grazia ma partecipano al tuo dolore, la ministra del Lavoro si è commossa spiegando ai pensionandi che avrebbero dovuto restare al proprio posto per altri sei o sette anni. Addolorato è parso più volte anche lo stesso capo dello Stato, il quale non ha volutamente nascosto il ciglio bagnato.

Per non dire poi di Bossi, che l'altra mattina si è congedato dal ruolo di padre padrone della Lega con l'aria afflitta e l'occhio umido. Ma più di tutti a dar prova che il pianto ormai fa parte del costume nazionale sono stati i calciatori della nazionale, i quali, dopo il quattro a zero subìto con la Spagna, si sono fatti ritrarre con i lucciconi come mai s'era visto. Altro dunque che Repubblica fondata sul lavoro come recita la Costituzione: qui a tenerci uniti sono le lacrime. Non per i terremotati ma per gli esodati degli Europei. Speriamo almeno che non ci ribattezzino la Repubblica dei frignoni.

 

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