
“SOLO LA FORZA MILITARE PUÒ CONTENERE LA RUSSIA” – IL CONSIGLIO DI MIKHEIL SAAKASHVILI, UNO CHE PUTIN LO CONOSCE BENE: DA PRESIDENTE DELLA GEORGIA, NEL 2008 SUBÌ L’INVASIONE DELLE TRUPPE DEL CREMLINO, CHE DA ALLORA OCCUPANO L’ABCAZIA E L’OSSEZIA DEL SUD – “PUTIN ACCETTEREBBE UN CESSATE IL FUOCO TEMPORANEO SOLO SE FOSSE LASCIATO LIBERO DI INTERFERIRE NEI PROCESSI POLITICI IN UCRAINA, E DI SBARAZZARSI DI ZELENSKY” – L’EPOPEA DI SAAKASHVILI, DALLA FUGA IN UCRAINA AL RITORNO IN PATRIA: PENSAVA DI ESSERE ACCOLTO COME UN TRIONFATORE, FU ARRESTATO (E POI, SOSTIENE LUI, AVVELENATO)
1. UCRAINA, SAAKASHVILI: "DA PUTIN SÌ A TREGUA SE POTESSE SMANTELLARNE ISTITUZIONI"
"Sono convinto che ci sia una sola possibilità per portare Putin ad un cessate il fuoco temporaneo. Putin lo accetterebbe solo se fosse lasciato libero di interferire massicciamente nei processi politici in Ucraina, smantellando dall’interno le fondamenta istituzionali del Paese, e di sbarazzarsi definitivamente di Volodymyr Zelensky".
Lo ha detto al Dubbio l’ex presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili, in carcere dal 2021, aggiungendo che "questo è esattamente il metodo che ha messo in atto in Georgia, dopo l’invasione russa del 2008 e il cessate il fuoco che è stato negoziato qui all’epoca.
L’obiettivo di Putin è molto chiaro. Lui non vuole una Ucraina debole o che Kiev diventi succube di Mosca. Quello che vuole Putin è cancellare completamente l’Ucraina dalle mappe geografiche. Penso quindi che solo la forza militare possa contenere la Russia. La ricerca di qualsiasi altra opzione per limitare le velleità del Cremlino si riveleranno assolutamente inutili".
Parlando della sua patria, il leader della Rivoluzione delle rose racconta che "sono stato condannato in violazione di ogni legge georgiana in vigore, con modalità che definire ciniche e disumane è poco. Ma, nonostante ciò, continuerò a combattere per la mia libertà, contro la dittatura russa in Georgia, ma anche in nome dell’indipendenza dell’Ucraina.
E lo farò fino al mio ultimo respiro. L’influenza di Mosca prosegue senza sosta. La Russia è ovunque in Georgia, a partire da quello che troviamo nei negozi, fino ai metodi che vengono usati dalle autorità georgiane contro l’opposizione per reprimere ogni forma di dissenso politico.
Assistiamo inoltre ad una presenza capillare dei servizi segreti russi che svolgono una asfissiante attività di controllo. La Georgia - conclude - purtroppo è diventata uno dei Paesi più importanti usati da Mosca per bypassare le sanzioni applicate con l’inizio della guerra ai danni dell’Ucraina. Questo a riprova di quanto si diceva prima in merito all’influenza russa nel mio Paese".
2. L’EPOPEA DI SAAK’ASVILI
Estratto da “La cortina di vetro”, di Micol Flammini (ed. Mondadori)
[…] In Georgia, come nella maggior parte degli Stati postsovietici, il livello di corruzione era altissimo, il passaggio dall’economia pianificata a quella di mercato stava portando gli stessi traumi ovunque, ma Saak’asvili, per ovviare, cercò di aprire maggiormente il Paese all’Occidente, cambiò gran parte del corpo di polizia, aumentò gli stipendi e diede la caccia al contrabbando che veniva soprattutto dalla Russia.
Voleva uno Stato moderno, efficiente, sul modello occidentale. Avrebbe voluto portare la Georgia nell’Unione europea, ma, essendo il processo lungo e tortuoso, cercò di portare in qualche modo l’Unione europea in Georgia e così per le strade di Tbilisi si resta sorpresi nel vedere sventolare ovunque, in gran numero, le bandiere blu con le dodici stelle dorate.
I georgiani furono tra i primi a capire che per tenere la Russia fuori dai loro affari nazionali, avrebbero dovuto affidarsi ad altri e, con entusiasmo, iniziarono a intensificare i rapporti con gli europei e gli americani.
Saak’asvili, però, si era messo in testa anche di risolvere la questione delle repubbliche secessioniste, avrebbe voluto integrarle nel territorio georgiano pur consentendo un buon grado di autonomia, ma epurandole da quella dipendenza dalla Russia che costituiva una minaccia per la sicurezza della Georgia.
MICOL FLAMMINI - LA CORTINA DI VETRO
La ristrutturazione dello Stato avviata da Saak’asvili contemplava anche l’adozione di una nuova bandiera, che in realtà era la stessa dell’antico Regno georgiano, di un nuovo stemma e di un nuovo inno nazionale, che nelle prime strofe recita: «La mia icona è la mia patria, e il mondo intero il suo supporto».
Il presidente fece anche richiesta di adesione all’Alleanza atlantica. Era il 2008 e alcuni paesi che facevano parte della NATO accolsero la richiesta con scetticismo. A opporsi furono soprattutto la Germania e la Francia, preoccupate di una possibile ritorsione russa, che infatti non si fece attendere. Alla mossa di Saak’asvili, Putin reagì organizzando in agosto delle esercitazioni militari vicino al confine con la Georgia. Dall’altra parte della frontiera, Tbilisi rispose con esercitazioni militari organizzate assieme agli americani.
C’erano molti segnali che quello russo non fosse soltanto un addestramento: gli uomini e i soldati dell’esercito di Putin erano rimasti vicino al confine oltre il tempo previsto per le manovre annunciate; Mosca stava procedendo all’evacuazione di donne e bambini dall’Ossezia del Sud verso quella del Nord, che si trova in territorio russo, e il Cremlino aveva preso a denunciare le violenze dei georgiani contro la popolazione osseta, esattamente come prima di annunciare l’invasione dell’Ucraina nel 2022 ha accusato il governo di Kiev di compiere un genocidio contro i russi nella regione del Donbas.
Per placare la situazione, Saak’asvili deliberò l’avvio di una tregua unilaterale, sperando che l’annuncio avrebbe spinto i russi a trattare, a fermarsi, ma la sera dell’8 agosto fu un tormento e i villaggi della Georgia vicini al confine con l’Ossezia del Sud subirono diversi attacchi. Il presidente georgiano venne informato che Mosca stava preparando un’offensiva volta a colpire in profondità la nazione.
Con le spalle al muro e sapendo che l’esercito georgiano non sarebbe riuscito a competere con quello russo, Saak’asvili ritirò la tregua e attaccò, pensando di poter prendere il Cremlino di sorpresa. Putin, invece, era prontissimo e anche i suoi carri armati lo furono a entrare nel territorio georgiano.
Andando a caccia di similitudini tra l’attacco in Georgia e quello in Ucraina, ecco che ne spunta un’altra. Nel 2008 in Cina c’erano le Olimpiadi e Putin era stato invitato a Pechino insieme ad altri leader internazionali per l’apertura dei Giochi, che si teneva proprio l’8 agosto. Hu Jintao, allora segretario del Partito comunista cinese, non perdonò mai al capo del Cremlino di aver oscurato lo spettacolo infrangendo la tregua olimpica.
Nel 2022, quando i Giochi invernali si sarebbero tenuti a Pechino, ci si è domandati se Putin avrebbe replicato lo stesso sgarbo alla Cina, attaccando l’Ucraina durante un’altra tregua olimpica. […] Per iniziare la guerra, questa volta, Putin ha aspettato la cerimonia di chiusura, che si è tenuta il 20 febbraio. La seconda guerra tra Ossezia del Sud e Georgia scoppiata l’8 agosto 2008 durò cinque giorni.
LETTERA Mikheil Saakashvili A MACRON
I russi bombardarono anche Gori, la città natale di Stalin, dove la poverissima casa in cui il dittatore è cresciuto con la madre è custodita dentro la mastodontica struttura di un museo a lui dedicato. Cosa poteva esserci di più contraddittorio di un bombardamento russo su Gori? […]
Gori è diventata l’emblema di quella guerra d’agosto, era in una posizione strategica e venne anche occupata dalle truppe russe. Che fosse la città di Stalin a fare le spese del nuovo espansionismo russo sembrò un fatto di grande rilevanza, anche simbolica, e molti georgian […] si chiedono ancora se il dittatore avrebbe approvato o condannato. La maggior parte concorda nel dire che avrebbe senza dubbio approvato.
Gori ancora oggi sembra ferita, non ha la vitalità di Tbilisi, sembra ferma a qualche decennio fa, e i suoi cittadini ricordano bene le immagini della guerra, in particolare quella della sagoma del dittatore georgiano che si staglia contro il fuoco dei bombardamenti: in molti dicono di aver pensato che stesse ridendo. Nel 2010 fu Saak’asvili a ordinare la rimozione della statua di Stalin: sapeva bene quanto il rapporto con l’illustre georgiano fosse ambiguo e divisivo per la popolazione e aveva capito che non sarebbe stata una buona mossa buttarlo giù a picconate.
Decise piuttosto di calarlo dal suo piedistallo con calma, spostarlo e consegnarlo alla storia e al suo museo. Il cessate il fuoco venne negoziato dai francesi in tempi rapidi, i russi si ritirarono da Gori e dalle altre città che avevano occupato, ma riconobbero l’Ossezia del Sud e l’Abcasia come Stati indipendenti. Nonostante le morti, gli sfollati, la violenza, le relazioni dei paesi occidentali con la Russia rimasero immutate.
Putin aveva dato prova di poter violare il territorio di uno Stato sovrano e aveva dimostrato la sua capacità di ostacolare le ambizioni europee e atlantiste di un paese confinante. In quello stesso anno Saak’avili aveva ottenuto un secondo mandato come presidente, ma il suo rapporto con i georgiani iniziò a deteriorarsi per motivi che poco avevano a che fare con la guerra, per la quale nessuno crede ci siano altri colpevoli se non il Cremlino.
PETRO POROSHENKO E VLADIMIR PUTIN IN NORMANDIA - 2014
Saak’asvili aveva capito che cosa non andava in Georgia, era un instancabile riformatore, un accanito nemico della corruzione, ma non sempre condusse la sua lotta con metodi del tutto democratici e pacifici, e iniziò semmai a sviluppare un’acuta insofferenza nei confronti del dissenso. Nel 2012 perse le elezioni e due anni dopo andò in Ucraina, dove lo attendeva una seconda vita politica. L’Ucraina aveva guardato e studiato la sua Rivoluzione delle rose, per Kiev Tbilisi era un modello, e quando nel 2014 iniziarono le proteste di Euromajdan, fu Saak’asvili a pensare che quell’esempio avrebbe potuto essere utile per la nuova Ucraina che stava nascendo.
Dopotutto era lo stesso Petro Porošenko, che poi venne eletto, a ritenere che l’ex capo di Stato georgiano e alcuni dei suoi collaboratori avrebbero potuto insegnare come si costruisce una nazione proiettata verso l’Occidente. Saak’asvili, che parla ucraino e ha studiato a Kiev, fu felice di collaborare e venne nominato governatore di Odessa con tanto di cittadinanza ucraina, il che comportò la perdita di quella georgiana.
Non si sa chi sia stato il primo a pentirsene, se Porošenko o Saak’asvili, ma tra i due finì molto male, con accuse reciproche di corruzione e con il georgiano divenuto ucraino che era ormai l’acerrimo nemico del presidente.
VOLODYMYR ZELENSKY E VLADIMIR PUTIN COME PUGILI SUL RING - FOTO CREATA CON GROK
Divenne una sfida personale, Saak’asvili iniziò a organizzare manifestazioni contro Porošenko per chiederne le dimissioni. Il georgiano riuscì a catalizzare l’attenzione dell’opposizione e lavorò alacremente alla distruzione del personaggio di Porošenko, che cercò di farlo arrestare; e tra le fughe del georgiano dalla polizia ucraina ne è rimasta celebre una per i tetti di Kiev.
Porošenko, stremato, gli tolse la cittadinanza, ma gli fece la cortesia di non estradarlo in Georgia, dove era ricercato, bensì di mandarlo in Polonia. Appena toccato il suolo polacco, Saak’asvili, ormai apolide, promise di non dare tregua al presidente ucraino neppure da lì.
È stato Volodymyr Zelens’kyj a riabilitare l’ex presidente georgiano, restituendogli la cittadinanza ucraina e affidandogli un ruolo nel Consiglio nazionale per le riforme: gli era rimasta addosso, nonostante tutto, quella fama di gran riformatore, di rivoluzionario che aveva davvero fatto la guerra alla corruzione e ai retaggi del mondo sovietico.
vladimir putin se la ride per il ritardo della chiamata con donald trump
Saak’asvili, però, tanto ambizioso quanto imprudente, anziché rimanere al fianco del nuovo presidente ucraino, nel 2021 ha deciso di fare ritorno in Georgia, dove pensava di poter essere accolto da trionfatore, nonostante non avesse più la cittadinanza e nel frattempo fosse stato condannato in contumacia per abuso d’ufficio.
Appena messo piede sul suolo georgiano è stato arrestato, eppure rimane ancora il motore della politica georgiana, il catalizzatore dei dibattiti, il centro della polarizzazione tra chi è con e chi è contro Micheil Saak’asvili. L’ex presidente è ancora in prigione, trasfigurato e malato, ha accusato i suoi carcerieri di aver tentato di avvelenarlo. Tracce di arsenico e di mercurio sono state trovate nelle unghie e nei capelli, e il suo corpo presenta segni di violenze, documentati da un avvocato americano che è andato a trovarlo in prigione.
i volti della protesta in georgia dopo le elezioni foto micol flammini 11
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guerra in georgia 2008 1
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vladimir putin con la mimetica a kursk
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VLADIMIR PUTIN CON DIVISA MILITARE NEL KURSK
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