tomas milian

“ER MONNEZZA” STRACULT - TOMAS MILIAN: “A UNA FESTA DA VISCONTI, PER FARE UN COMPLIMENTO A UNA DONNA ELEGANTE, LE HO DETTO: ‘SIGNORA, LEI È UNA GRAN BELLA FREGNA’ – “ LA MIA MIGLIORE BATTUTA? CON TUTTE ‘STE DOMANDE M’HAI ROTTO LA FODERA DER CAZZO!”

Da “Vanity Fair”

 

«In italia mi fermano per strada e pensano di avere a che fare cor Monnezza. Non sanno che io in realtà sono un tipo tranquillo, l’opposto dei miei personaggi. Sul set mi sono divertito a inventare un altro, a diventare un altro. Er Monnezza lo amo come un figlio, ma è il contrario di me». 

 

TOMAS MILIAN FOTO ANDREA ARRIGA TOMAS MILIAN FOTO ANDREA ARRIGA

Questa intervista a Tomás Milián ha due firme. La mia, di giornalista italiano, e quella di un collega americano, Stephen Tate. Dei due, paradossalmente, il patito der Monnezza è lo straniero: cita a memoria le peggiori battute di Tomás. È stata una sua idea venire qui a Miami, dove l’attore cubano vive da anni, per farsi raccontare quella vita che riassumerà, a ottobre, in un’autobiografia.

 

Questo per Tomás Milián è un anno speciale. In autunno, al Festival Internazionale del Film di Roma, riceverà la Lupa alla carriera. Entro giugno è prevista una stella nella Walk of Fame di Hollywood, con proiezione di un film e discorso di Quentin Tarantino, appassionato dei B-movies italiani degli anni Settanta. 

TOMAS MILIAN CON MASSIMILIANO CAROLETTI FOTO ANDREA ARRIGA TOMAS MILIAN CON MASSIMILIANO CAROLETTI FOTO ANDREA ARRIGA

 

Si parla di una loro collaborazione. A 81 anni, Tomás non vive nel passato. Forse anche per non pensare alla perdita recente della moglie italiana – adorata compagna di vita per cinquant’anni – preferisce concentrarsi sui progetti futuri. Ma basta dargli il «là» per far partire una valanga di ricordi.

 

ER MONNEZZA

«Se Al Pacino era il mio mito, il mito di Monnezza era Serpico: teneva in camera il poster. Er Monnezza nasce proprio dalla richiesta dei produttori di fare qualcosa “alla Serpico”, ma io non faccio niente “alla”, il personaggio è mio, mia anche la scelta di dargli la voce di un doppiatore italiano, Ferruccio Amendola. Monnezza è il tentativo di un poveraccio di diventare Serpico, la versione poliziesca e borgatara di Tu vuo’ fa’ l’americano».

 

il monnezza e bomboloil monnezza e bombolo

Milián scrive tutte le battute da solo, a casa. E sul set, nonostante il contesto, c’è grande serietà. «Era serio anche Bombolo, a parte la volta che in Delitto al ristorante cinese facevo la parte di Ciu Ci Ciao, e a ogni mia battuta lui scoppiava a ridere e Corbucci (Bruno, il regista, ndr) si incazzava per tutta la pellicola che doveva buttare via. Bombolo l’ho scoperto io, a un ristorante. Stava ordinando la pasta in modo isterico: “Damme la pasta, damme la pasta”. Ho pensato subito: che faccia da schiaffi! Lo porto sul set, gli faccio al produttore: “Faje di’ ‘damme ’na pizza’”, e così sono nati gli schiaffi. Schiaffi veri, anche se tenevo la mano a conca».

 

I GIGANTI

Dennis Hopper con terry Southern Dennis Hopper con terry Southern

«Io sto bene dappertutto, tra popolo e aristocrazia: mangio a casa di Bombolo come a casa di Luchino». Milián parla a lungo di Visconti – che, assieme a Pasolini, Lattuada e Bolognini, lo diresse negli anni Sessanta. Parla della sua casa, delle sue feste, del set dove se c’era una scena a tavola Luchino faceva arrivare la zuppa dal miglior ristorante di Roma, bollente perché si capisse, dal fumo, che era appena cucinata. Dei suoi generosi regali: una coppia di pavoni, una volta.

DENNIS HOPPER E KAREN BLACK DENNIS HOPPER E KAREN BLACK

 

«Vivevo in via Margutta, in una capannetta in un giardino. Una notte Luchino mi chiama e mi chiede se mi sono mangiato i pavoni. Ancora non avevo una lira, capivo poco della bella vita, giravo con un portasigarette enorme, dorato, altro regalo di Luchino, mi hanno poi detto che era da tavola, non da tasca, ecco perché era così grande, cadeva sempre per terra, faceva un casino. Stavo ancora imparando l’italiano, ma lo imparavo dalla gente, in piazza di Spagna, era l’italiano del Belli, non quello di Dante. 

 

A una festa da Visconti, per fare un complimento a una donna elegante, le ho detto: “Signora, lei è una gran bella fregna”. Riso o risotto per me erano la stessa cosa, Mastroianni è diventato mio amico quando l’ho fatto morir dal ridere parlando di Risotto amaro».

 

Amici famosi, Tomás li ha avuti anche oltreoceano. «Dennis Hopper, lui sì era un attore con le palle. L’ho conosciuto a New York prima di venire in Italia e diventare famoso: siamo rimasti vicini per tutta la vita. Orson Welles invece l’ho voluto come mia spalla in uno spaghetti western, Tepepa. A Hollywood era un gigante ma in Italia lo conoscevano poco, dicevano che era difficile, che portava sfortuna. 

 

Aveva un carattere di merda, ha provato a umiliarmi davanti a tutta la troupe, ma poi ha capito con chi aveva a che fare, e in qualche modo siamo diventati amici. Su quel set mi hanno chiesto se sapevo andare a cavallo. Certo, ho detto, sono salito e correvo come un pazzo. In realtà tremavo di paura, perché ero stato a cavallo solo una volta in vita mia, a Cuba, da bambino. Mio padre me ne aveva regalato uno per il compleanno, sono caduto e mi sono fatto un male cane».

 

LUCHINO VISCONTI LUCHINO VISCONTI

DUE PATRIE

«Papà era un generale, giocava a polo, era campione di salto. Quando ci fu il colpo di stato di Batista – che era di rango inferiore al suo, un sergente – cadde in disgrazia e finì in galera: furono anni difficili. Poi si arriva a quel pranzo di famiglia. Siamo a tavola ma lui non scende mai, corro al piano di sopra, lo vedo, vestito in alta uniforme. Si spara davanti a me. Ho dodici anni ma non piango, reagisco come se stessi recitando, come fossi protagonista di un film. Le lacrime usciranno parecchio tempo dopo».

 

Avanti veloce: anni Cinquanta, al cinema danno La valle dell’Eden. «Penso: se lo fa James Dean posso farlo anche io. E così parto, con i soldi di mia zia». Conserva ancora un elenco del telefono dell’Avana datato 1957, l’anno della partenza da Cuba. Ama profondamente il suo Paese, ma non ci ha mai più messo piede: tornerà, presto, per un documentario sulla sua vita.

 

Miami, New York, Broadway. È il teatro a portarlo in Italia, per il Festival dei due mondi. Nella parete dei ricordi – al cui centro si trova la moglie Rita, circondata di candele – c’è un enorme quadro della piazza centrale di Spoleto, l’inizio della sua vita in Italia, dove trova casa, lavoro, amore, famiglia – da Rita ha un figlio, Tomaso Jr – e un pubblico che lo ama. 

ORSON WELLErORSON WELLEr

 

Indica una statuetta di legno, un Monnezza in miniatura: «Eccolo, il mio premio più importante. Il premio della gente. L’ha fatto lo stesso scultore che fa le statuine di Pinocchio. Mia moglie chiamava sempre il mio naso “Pinocchietto”. Io non sono come tutti gli attori, che vogliono assomigliare a Marlon Brando. Io sono un fumetto. Guarda la mia ombra: sembro Gatto Silvestro».

 

Keaton ha in camera la foto di James Dean Keaton ha in camera la foto di James Dean

E se dopo tre ore di chiacchierata gli chiedi qual è la sua battuta migliore, ti risponde da par suo: «Non so, non saprei, anzi sai che c’è? Con tutte ste domande m’hai rotto la fodera der cazzo».

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