‘SIAMO TUTTI SCIMMIE’ – IL GESTO DI DANI ALVES DISARMA IL RAZZISMO E FA IL GIRO DEL MONDO ATTRAVERSO IL WEB: DA NEYMAR A BALO PASSANDO PER RENZI E PRANDELLI TUTTI SI FANNO LE FOTO CON LA BANANA CHE IL BRASILE HA GIA’ SCELTO COME SIMBOLO DEL MONDIALE

1 - LA BANANA ANTIRAZZISTA "SIAMO TUTTI SCIMMIE"
Francesco Merlo

È potassio eversivo la banana antirazzista. Rimanda alla posizione eretta della dignità perché è curva come la colonna vertebrale e come la verità secondo Nietzsche. La banana di Dani Alves disarma il razzismo più dei discorsi di Abramo Lincoln ed è magnifica la decisione di farne il simbolo dei mondiali che il 12 giugno si apriranno a San Paolo.

Il morso di quel calciatore mulatto di trent'anni, che raccatta da terra e mangia il frutto della vergogna vigliacca e impunita perché protetta e nascosta dalla folla, ha infatti il ritmo della samba allegra di Josephine Baker che mostrava al mondo quant'era bella la scimmia esotica e nera coprendo e scoprendo con un tutù di banane il corpo più desiderato della Terra. Ecco perché in un solo giorno è stato più efficace del film Dodici anni schiavo l'imprevisto spettacolo della banana in calcio d'angolo che la velocità e la spontaneità del web hanno reso più popolare dei Papi santificati dai Papi.

Probabilmente Alves non sa che lì dentro, in quel gesto veloce e denso che passerà alla storia come il pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos, c'è il riassunto di due secoli di Ironia: dall'uso degli sberleffi contro il potere di Goldoni alla sapienza di Chaplin che mostrava al mondo spaventato quant'era ridicolo Hitler, da "Banana Boat Song" di Harry Belafonte, il canto dei lavoratori giamaicani ("Come, Mister Tally Man, / tally me banana, vieni, signor padrone / a contare le mie banane") sino alla riserva di umorismo proletario e alla potenza della satira del nostro Altan che, già prima di Dani Alves, aveva dimostrato che la banana è di sinistra (ma "il banana" è di destra).

C'è pure, nella sapienza naturale di Alves, un'intera enciclopedia della provocazione, la stessa riassunta dalla banana colta e colorata di Andy Warhol sulla copertina delle canzoni più esplosive di Lou Reed, quelle dell'eroina e dei lacci emostatici, "I am waiting for my man / 26 dollars in my hand", con il bianco che trova appunto il suo angelo nero nel ghetto di Harlem.

E c'è, ancora, un trattato di tolleranza nel rito semplice dei capocomici e dei commedianti che in tutte le epoche disinnescano l'odio e la maleducazione del pubblico raccogliendo gli ortaggi e la frutta sino all'atto estremo di gustare appunto la banana dell'offesa, trasformata nel suo contrario come in quel manifesto commissionato contro il bullismo ad Oliviero Toscani: la foto di una banana con la didascalia "uomo" e poi la foto di un pisello con la didascalia "bullo".

Questa banana che ha seppellito il razzismo è infine politica, perché affianca l'antologia della risata alla fenomenologia dello spirito della libertà. Ed è bello dedicarla non solo a Balotelli ma soprattutto alla nostra ex ministra, la signora Kyenge, che a Cantù fu accolta dai razzisti della Lega a "bananate", e purtroppo a nessuno degli indignati d'Italia venne in mente di mangiarne una come Gargantua e Pantagruele mangiarono il Mondo.

Del resto anche nella Mosca tetra dell'Urss la banana era il Mondo, una specie di Macondo, il sapore morbido e tuttavia croccante della fuga perché era l'unico frutto straniero che il regime riusciva ad importare grazie all'asse con Cuba, che dagli anticomunisti veniva assimilata, con un cortocircuito ideologico, alle altre famigerate dittature filo statunitensi del Centro America: Panama, Nicaragua, Honduras... A riprova che la risata è una declinazione della libertà queste repubbliche delle banane ispirarono uno dei primi e più felici film di Woody Allen ( Il dittatore dello Stato libero di Bananas ).

E la repubblica delle banane è infatti l'insulto che periodicamente ci lanciano i giornali stranieri, la metafora che accompagna tutte le gaffe di Berlusconi, detto appunto "il banana".

Una meraviglia di partita è stata dunque quella di domenica tra il Barcellona e il Villareal, una vera festa di liberazione perché per la prima volta un gesto abbagliante come un fulmine ci ha affrancato dall'ipocrita venerazione dell'invincibilità dello stadio. La banana di Alves ha finalmente trasformato in intelligenza critica il nostro oscuro e preoccupato biasimo del razzismo gridato dalle curve dove gli ultras ricoverano i loro problemi pesanti e i loro feroci conti aperti con il mondo.

Non infatti le leggi speciali, gli elicotteri che fanno vento ed emettono fasci di luce rossa, le prediche ideologiche e l'esibizione della forza non usata, ma l'ironia spavalda della vecchia banana ha smontato l'anomia dello stadio, la dimensione del fuorilegge, del luogo extraterritoriale dell'impunità che nel mondo è forse più antica delle corna dell'arbitro, ma non del razzismo.

2 - LA BANANA MANGIA-RAZZISTI
Malcom Pagani per il "Fatto quotidiano"

Forse adesso, mentre su Dani Alves si spandono echi kennediani e tutti gli idealisti del pianeta si immedesimano nella sua pernacchia alla Totò come un giorno, in altri palcoscenici, si professarono berlinesi, i soloni si vergogneranno. E cestinando trent'anni di pensosi dibattiti sociologici sul tema del razzismo, rifletteranno sull'Uovo di Colombo. Sulla semplicità di un prossimo trentenne di passaporto brasiliano che di fronte agli ululati e alle banane in campo, con la brevità dell'artista improvvisato e il gesto secco dell'attore consumato, sbuccia il frutto, lo inghiotte e torna al suo mestiere.

A un calcio d'angolo da battere. Al rassicurante spettacolo che deve continuare senza più interruzioni, proibizionismi o gabbie metaforiche. Lasciando alla nuda evidenza il compito di giudicare. Alle polizie in divisa l'onere dell'espulsione del lanciatore di verdura (da domani, se vorrà, il tifoso del Villareal che ha gettato la banana al "negro" del Barcellona potrà crearsi l'arena nel tinello di casa) e ai fratelli di Dani Alves in mutande, il desiderio di solidarizzare a due passi dal Mondiale. Allo stadio Madrigal, nel solito corollario di vigliacca maleducazione anonima che eccita il branco, Dani Alves si era ritrovato in solitudine a decidere in un istante.

Un minuto dopo , allo stesso ritmo del ripudio in campo aperto, del suo gesto hanno fatto manifesto di patria, Mondiale calcistico e futuro prossimo milioni di persone. Ne hanno cercato la voce, e non solo l'immagine rimasta negli occhi, migliaia di cronisti. Mentre il compagno Neymar metteva in rete autoscatti filiali con banane sbucciate, Dani ha risposto dimenticando il politicamente corretto: "Sono in Spagna da 11 anni, non è cambiato nulla. Non ci rimane che ridere di questi ritardati".

In un salto dialettico più vicino a Massimo Troisi che all'appropriazione indebita che dal Manzanarre al Reno non ha mancato di registrare commenti improntati all'univocità o all'esasperato sciovinismo in stile Cinegiornale di Globoesporte: "Quella banana è il Brasile che viaggia attraverso il tempo e lo spazio. Quell'ironia nel gesto di mangiare il frutto è come un ballerino che balla la samba o un giocatore che dribbla".

Alves è rimasto distante dai proclami dando fondo a un indignato umorismo. L'esempio, certo. In un universo in cui fanno più notizia le brutture, le riflessioni a posteriori di Dani sull'allegria: "Siamo un popolo felice con la samba nei piedi e quel tifoso mi ha aiutato: quando ho cominciato a giocare mio padre mi diceva sempre di mangiare banane per evitare i crampi. Come avrà fatto a indovinare?" restituiscono a meno di due mesi dall'evento brasiliano qualcosa che sembrava essere stato travolto dalle contingenze.

Un'ipotesi, una base, una vera tavola non necessariamente rotonda (ci sono spigoli che picchiano sul raziocinio, sul realismo) su cui provare a ragionare e a ricostruire il senso di uno sport che in quel paese gioca chiunque abbia due gambe. La banana di Alves, per ogni autoctono che ha avuto un nonno in lacrime per la disfatta del Maracanà nel 1950, ha il suono nostalgico di certe pubblicità della Chiquita.

Quelle in cui al posto degli insulti e del determinismo, per godere dello spettacolo della natura, si dava spazio alle istruzioni per l'uso: "But, bananas like the climate of the very, very tropical Equator/So you should never put bananas in the refrigerator". Le banane vengono da un posto caldo e come i pensieri, non si dovrebbero stipare nel congelatore. Alves ha aperto la porta e ha lasciato che il ghiaccio si sciogliesse. Dare forma ai frammenti, ora, toccherà a tutti gli altri.

 

 

SERGIO AGUERO E MARTA CON BANANA ROBERTO CARLOS CON BANANA PIERLUIGI PARDO E I GIORNALISTI DI SPORT MEDIASET CON LA BANANA NEYMAR HASHTAG SIAMO TUTTI SCIMMIE MERTENS BANANA MARIL MONTERO RTVE MANGIA UNA BANANA IN DIRETTA TV HULK E FAMIGLIA CON BANANA LA FIDANZATA DI DANI ALVES CON LA SUA FAMIGLIA DANI ALVES BANANA DANI ALVES BANANA BRASILE MANIFESTO SIAMO TUTTI CON DANI ALVES PIERLUIGI BATTISTA CON LA BANANA

Ultimi Dagoreport

sallusti cerno

FLASH! - ALLA NOTIZIA DELLA NOMINA DI ALESSANDRO SALLUSTI A DIRETTORE DI “LIBERO”, TOMMASO CERNO HA INIZIATO A SMANIARE: E’ ANDATO IN CRISI DI ATTENZIONI – PER OSCURARE IL RITORNO DI SALLUSTI, E RIMETTERE SE STESSO AL CENTRO DEL VILLAGGIO, QUELLA REGINA PAZZA DI CERNO HA DATO DISPOSIZIONI ALLA REDAZIONE DI "SCHIERARE" DOMANI IN PRIMA PAGINA TUTTE LE FIRME PIU’ IMPORTANTI DE "IL GIORNALE" – STRANO, PER UN DIRETTORE CHE IN REDAZIONE SI VEDE POCO E HA VIA VIA OSCURATO GLI EDITORIALI ALTRUI LASCIANDO SPAZIO SOLO A SE STESSO…

giorgia meloni carlo calenda

FLASH! - CARI FRATELLINI D’ITALIA, SMETTETELA DI CORTEGGIARE CARLETTO CALENDA: CON L’ARMATA BRANCA-MELONI, NON ANDRÀ MAI E POI MAI - CALENDA CI HA INVIATO LA SEGUENTE PRECISAZIONE: “CARO DAGO, NON HO NESSUNA INTENZIONE DI CANDIDARMI A FARE IL SINDACO DI ROMA. NON HO MAI AVUTO CONTATTI CON LA DESTRA A QUESTO PROPOSITO E SE ME LO CHIEDESSERO RISPONDEREI “NO GRAZIE”. IL LAVORO IN CUI SONO TOTALMENTE IMPEGNATO È GUIDARE AZIONE ALLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE” – COME SI DICE ALLA GARBATELLA: “ 'A GIO', SE VEDEMO…”

il messaggero francesco gaetano caltagirone giorgia meloni villa galleria borghese crosetto

FLASH! – DOPO LA BATOSTA BANCARIA DI MPS, L’IDILLIACO RAPPORTO TRA I FRATELLI DI MELONI E CALTAGIRONE MINACCIA DI INCRINARSI? - SBIRCIANDO “IL MESSAGGERO” DI OGGI SPICCANO DUE ARTICOLI CHE NON AVRANNO FATTO ALCUN PIACERE ALLA FIAMMA MAGICA – IL PRIMO È ADDIRITTURA UNO SCOOP, ESSENDO L’UNICO GIORNALE A RIVELARE UNA “LITE FURIBONDA A PALAZZO CHIGI” TRA LA DUCETTA E CROSETTO (CHE HA SMENTITO) – IL SECONDO È UNA PAGINATA DEDICATA ALL’AMPLIAMENTO DELLA GALLERIA BORGHESE, CARO A CALTA-RUTELLI-CHICCOTESTA, CHE IL “TIMES” DI LONDRA, IN COMPAGNIA DI FDI (FABIO RAMPELLI), HA DEFINITO “BLASFEMO”…

manfredi lefebvre d'ovidio dovidio aponte, palenzona bisignani porro scaroni cimbri costamagna brachetti peretti, caltagirone nagel jes staley nicole junkerman stella li mara carfagna

ALTA SOCIETÀ, BASSA MAREA - NON AVENDO UN CAZZO DA FARE (O MOLTI AFFARI DA CONCLUDERE), 700 PERSONAGGI ILLUSTRI SONO SALITI A BORDO DELLA "CRYSTAL SYMPHONY" PER LA ZUPPA DI NOZZE DELL’ARMATORE ITALO-MONEGASCO MANFREDI LEFEBVRE D'OVIDIO – 5-GIORNI-5 DI UN’INDICIBILE CROCIERA DA CIVITAVECCHIA A MALTA CHE HA VISTO LA PARTECIPAZIONE DI APONTE, PALENZONA, BISIGNANI, NICOLA PORRO, SCARONI, CIMBRI, COSTAMAGNA, BRACHETTI PERETTI, BERNABÈ, PASSERA, DOMPÉ, MARA CARFAGNA, MARCO CARRAI; CILIEGINA SULLA TORTA: LA GLACIALE STRETTA DI MANO TRA CALTAGIRONE E NAGEL - PIÙ PICCANTE LA PRESENZA A BORDO DI DUE PERSONAGGI CHE HANNO AVUTO A CHE FARE CON JEFFREY EPSTEIN: L'EX CEO DEL COLOSSO BANCARIO BRITANNICO "BARCLAYS", JAMES STALEY, CHE GESTIVA PERSONALMENTE IL PATRIMONIO MULTIMILIONARIO DEL FINANZIERE PORCONE. E LA SPLENDIDA NICOLE JUNKERMAN, NONCHÉ CONTESSA BRACHETTI PERETTI, CHE PER 20 LUNGHI ANNI E' STATA AMICA DEL DEFUNTO DEPRAVATO...

rocco basilico - nicoletta zampillo - leonardo maria del vecchio

DAGOREPORT - FERMI TUTTI! COLPO DI SCENA NELLA TRIBOLATISSIMA “SUCCESSION” DEGLI EREDI DEL VECCHIO – DAGOSPIA PUÒ RIVELARE CHE NICOLETTA ZAMPILLO, VEDOVA DEL VECCHIO, CON UNA LETTERA AL BOARD DI DELFIN, HA DECISO DI DISCONOSCERE LA CESSIONE DEL 12,5% DELLE QUOTE DELLA HOLDING AL FIGLIO ROCCO BASILICO, AVUTO DAL MATRIMONIO COL BANCHIERE PAOLO BASILICO, APPOGGIANDO L’ALTRO FIGLIO LEONARDO, AVUTO DALLE SUCCESSIVE NOZZE COL PATRIARCA DI LUXOTTICA: “L’ATTO È STATO DA ME STIPULATO A SOLI TRE GIORNI DALLA MORTE DEL MIO COMPIANTO MARITO, ERA UN MOMENTO NEL QUALE, ANCORA DEVASTATA DAL DOLORE, NON ERO IN GRADO DI VALUTARE LA PORTATA E LE CONSEGUENZE” – LA MOSSA DELLA ZAMPILLO ARRIVA DOPO CHE ROCCO BASILICO HA FATTO RICORSO ALLA CORTE DEL LUSSEMBURGO PER BLOCCARE L’OPERAZIONE CON CUI LEONARDINO HA OTTENUTO L’OK PER PRENDERSI IL 25% DELLE QUOTE DI DELFIN DAI FRATELLI LUCA E PAOLA – NELLA LETTERA LA ZAMPILLO AGGIUNGE: “CON L’AUSILIO DEI MIEI CONSULENTI HO APPRESO CHE LA VALIDITÀ GIURIDICA DI QUELL’ATTO È FORTEMENTE DUBBIA…”