ALI-CRAC STORY - 5 ANNI FA I PATRIOTI, SOTTO LA REGIA DI BERLUSCONI E DELL'EX NUMERO UNO DI INTESA PASSERA, HANNO INVESTITO 1 MILIARDO NELL'EX COMPAGNIA DI BANDIERA. E HANNO GIA' PERSO 500 MILIONI

Ettore Livini per "la Repubblica"

Il pozzo senza fondo di Alitalia, alla fine, si è mangiato pure i soldi dei "patrioti". Cinque anni fa la cordata messa assieme da Silvio Berlusconi ha staccato tra le fanfare un assegno da un miliardo (debiti compresi) per salvare dal crac l'excompagnia di bandiera. Oggi buona parte di quei soldi sono andati in fumo. E tra contabilizzazioni in perdita e svalutazioni, i nuovi soci hanno già bruciato in questa avventura più di mezzo miliardo di euro.

I numeri, come succede spesso quando c'è di mezzo Alitalia, non tornano per nessuno. I contribuenti italiani hanno pagato di tasca loro nel 2008 qualcosa come 4 miliardi per calare la saracinesca sulla vecchia aerolinea e riconsegnarla - ripulita di debiti e in versione "light" (meno dipendenti e meno rotte) - a Roberto Colaninno & C. Sembrava la volta buona, l'occasione giusta per voltare pagina e dimenticare gli anni neri del controllo statale. Invece no.

Il "Piano fenice" messo a punto da Corrado Passera, allora ad di IntesaSanPaolo, non ha funzionato. L'aerolinea tricolore ha continuato a macinare perdite - più di un miliardo dal 2009, qualcosa come 450mila euro al giorno - e alla fine il conto del salvataggio l'hanno pagato, salatissimo, anche i salvatori.

L'Oscar del realismo, su questo fronte, va ad Air France. Parigi è entrata in Alitalia sei anni fa firmando un assegno di 323 milioni, convinta di essere riuscita a coronare il suo sogno: conquistare i cieli tricolori a un prezzo da saldo. A ottobre scorso, la società transalpina - a furia di risultati in profondo rosso - ha preso atto di aver buttato i soldi dalla finestra e ha alzato bandiera bianca. Il valore della sua partecipazione nel vettore romano è stato portato a zero. E per non scottarsi di nuovo le dita ha deciso di non partecipare all'ultimo aumento di capitale da 200 milioni, diluendo la partecipazione al 7% e lasciando via libera a Etihad.

Quasi cento milioni è il pedaggio pagato finora dai Benetton. Atlantia, l'azienda controllata dalla famiglia, ha sborsato nel 2008 100 milioni per staccare il suo biglietto a bordo di Alitalia. Soldi andati quasi tutti in fumo. L'investimento è stato già svalutato di 96 milioni di euro. E per difendere i propri interessi (Ponzano Veneto è pure socio di riferimento di Fiumicino) la dinastia veneta è stata costretta lo scorso ottobre a riaprire il portafoglio e mettere sul piatto altri 40 milioni per l'aumento di capitale e il prestito obbligazionario necessari per salvare la compagnia dal crac.

Roberto Colaninno - con grande orgoglio e malgrado la gelida evidenza delle cifre - continua a credere all'investimento. Si lecca le ferite ma non molla. La sua Immsi ha investito sei anni fa 80 milioni e ha tenuto duro fino al 2012 mantenendo intatto a bilancio il valore della partecipazione del 10% circa in Alitalia.

Poi pure l'ex numero uno di Telecom è stato costretto a far buon viso a cattiva sorte: lo scorso anno ha ammesso che la quota nella compagnia aveva perso 36,3 milioni di valore. E adesso ha dato un'altra sforbiciata di 14 milioni. Botte dure, ma non abbastanza da scoraggiare l'imprenditore mantovano che a fine 2013 ha rilanciato con altri 40 milioni, scommettendo sull'arrivo degli emiri.

L'avventura aeronautica è costata carissima pure a Intesa-SanPaolo, regista dell'intera operazione (anche con generosi finanziamenti ai "patrioti"). L'ultimo bilancio di Ca' de Sass fotografa impietoso con le cifre il flop: i 100 milioni pagati per entrare in Alitalia sono diventati oggi 39, con 61 milioni persi in svalutazioni. E il salasso finale rischia di essere ancor più pesante visto che l'istituto di credito - tirato per la giacchetta dalla politica - continua ad alzare la posta: nell'ultimo aumento di capitale ha investito altri 76 milioni di euro.

Banca Imi ha appena prorogato a giugno 2015 una linea di credito da 105 milioni necessaria a puntellare l'operatività dell'aerolinea. Ed Etihad pretende che questa esposizione venga trasformata in capitale (oggi Intesa ha il 20% di Alitalia) con un ulteriore sconto sul suo valore. Stessa richiesta fatta a Unicredit - fresco socio grazie a un assegno di 50 milioni ed esposto per quasi 200 milioni con il vettore - Mps (80 milioni) e Popolare di Sondrio (80).

L'elenco dei "caduti" dai patrioti potrebbe proseguire scorrendo tutto il libro soci: Fonsai ha portato a zero (da 50 milioni) la sua partecipazione. La Pirelli di Marco Tronchetti Provera ha visto andare in fumo 15 dei 20 milioni spesi per la sua piccola quota. E stessa sorte è toccata pure ai piccoli azionisti attirati nella cordata dalle sirene "politiche" di Silvio Berlusconi -che grazie anche ad Alitalia ha vinto le elezioni 2008 - e dalla speranza di un rapporto privilegiato con Intesa San Paolo.

Molti di loro oggi hanno gettato la spugna. E il cerino è passato nelle mani di altri protagonisti, pronti a mettere una nuova fiche sulla roulette della compagnia tricolore. Lo Stato, uscito dalla porta nel 2008, è rientrato adesso dalla finestra con le Poste, sbarcate nel capitale con 75 milioni. Etihad potrebbe far saltare il banco con un assegno di 500 milioni. Ma fino a quando Alitalia continuerà a perdere mezzo milione al giorno, anche questi soldi rischiano di diventare presto carta straccia.

 

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