PER CASALEGGIO I CINQUE STELLE ORMAI SOPRA IL 28% - IL M5S SAREBBE ORMAI STABILMENTE IL PRIMO PARTITO (CON PUNTE DEL 40 PER CENTO) NELLA FASCIA D’ETÀ 20-40 ANNI - I PUGNI SUL TAVOLO NELLO SPOT M5S

Jacopo Iacoboni per La Stampa

Alla Casaleggio rigirano un numero che vorrebbe il Movimento cinque stelle tra il 28,5 e il 30 alle europee del 25 maggio. Il dato non è un sondaggio ma una previsione dai focus group, accompagnata da alcuni corollari interessanti: il M5S sarebbe ormai stabilmente il primo partito (con punte del 40 per cento) nella fascia d'età 20-40 anni.

Naturalmente è un dato di parte, va preso con le molle, tuttavia proviene dalle stesse fonti che, quattro giorni prima delle politiche, centrarono il loro risultato alla Camera. Ferme restando naturalmente due grandi incognite: l'entità del non voto, e la circostanza evidente che potrebbero cambiare anche molto le cose in questo mese, in varie direzioni possibili. Siamo ancora troppo lontani dal voto; Renato Mannheimer avverte saggiamente che «l'elettorato è ancora incerto. Almeno un terzo delle persone decide nell'ultima settimana per chi votare». Ma non siamo così lontani.

La sondaggista che la volta scorsa andò meno lontana dal risultato effettivo del M5s, e cioè Alessandra Ghisleri (sbagliò di cinque punti e mezzo, poco rispetto alla media degli altri), sostiene oggi che il M5s è di nuovo attestato al 25,5 per cento. Ghisleri ha un modo geniale di sondare: mette al centro il parametro dell'affluenza, che spesso è in grado di determinare con una certa affidabilità, e in base a quello assegna delle dimensioni al sondaggio e ai focus group.

Ebbene: con un'affluenza al 60 per cento (diciamo tra il 58 e il 62), quello dovrebbe essere secondo lei il risultato del M5s. «Ma può salire, quel risultato, e anche molto; per esempio, paradosso, se l'affluenza scendesse attorno al 43-40 per cento, Grillo potrebbe finire primo partito». Difficile, ma «non impossibile».

Dai focus group più avvertiti emergono alcune cose. Esiste una figura di elettore democratico che, non così amico di Renzi, può rifluire in Tsipras, nel non voto o (marginalmente) nel M5S. Esiste un tipo di elettore di Forza Italia che, al momento, è in confusione (e rappresenta in effetti un'altra variabile piuttosto imprevedibile del voto). Il partecipante ai focus più motivato (quello con «più movente», dicono i tecnici) risulta inesorabilmente quello del M5s.

La tendenza al rialzo del M5s è confermata da Roberto Weber, che stima il movimento al 27,4 per cento (e Forza Italia al 17). Interessante soprattutto il ragionamento che fa Weber: «Nell'ultima rilevazione il numero degli indecisi si è ridotto di più dell'1,5 per cento».

Berlusconi finora non ha fatto campagna elettorale «violenta»; perché quasi accetta che vinca Renzi? Ma se appare troppo pro Renzi, diciamo così, finisce per favorire tutto il voto antisistema su Grillo. In molti focus emerge questa dinamica. Di qui, forse, la svolta anti-Renzi da Vespa?

Poi c'è una certa empiria, trascurata. Bastino qui due osservazioni. La prima: sabato 12 aprile, quando Renzi ebbe un buonissimo risultato al Palaisozaki a Torino, Alessandro Di Battista e gli altri deputati sospesi del M5s popolarono piazza Castello fin oltre le fontane a terra. Una stima di folla superiore a un palasport.

La seconda: in tante piazze gli eletti cinque stelle hanno avuto gente, ma in alcune faceva impressione, per esempio Cagliari; e per deputati come Di Battista, non per Grillo. C'è un frame, una cornice, che li aiuta molto, sostengono: «Tutto il sistema nel partito unico di Renzi, tutto l'antisistema con noi». La battaglia è se regge o viene smontato questo frame.

2. I PUGNI SUL TAVOLO NELLO SPOT M5S
Marco Bresolinper La Stampa

Nelle birrerie di provincia, quando il dj mette We Will Rock You dei Queen, tutti iniziano a battere i pugni sul tavolo a ritmo di musica. Un anno fa quella canzone ha fatto da colonna sonora allo «sfortunato» spot elettorale del Pd (anche se non ufficiale), quello con dirigenti e militanti che cantano «Lo smacchiamo».

Ora a battere i pugni sul tavolo è il Movimento 5 Stelle, che ieri ha lanciato l' inno per le Europee. Una canzone - scritta dall'informatico Felice Marra - che musicalmente lascia un po' a desiderare e forse non passerà alla storia come «Meno male che Silvio c'è». Magari non sarà una colonna sonora travolgente per i comizi, ma - a sentire gli esperti - è il video che funziona.

Sbattono i pugni sul tavolo la ragazza in palestra, il piccolo imprenditore che fa i conti con la calcolatrice, la studentessa in cameretta e via dicendo, da Nord a Sud. Una sequenza di gente comune, tra le mura di casa, che canta la rabbia contro «questa Europa che si nutre umiliando i deboli». «Quel gesto - spiega Massimiliano Cavallo, consulente di comunicazione politica - ricorda la scena di Quinto Potere, la gente alla finestra che grida "sono incaz... nero e tutto questo non lo accetterò più"».

Nel giro di poche ore il video è diventato virale, popolarissimo sul web. «Perché ha tutte le caratteristiche per essere condiviso sui social network - aggiunge Cristopher Cepernich, sociologo dei media all'Università di Torino -. Tra i video elettorali che girano, ce ne sono alcuni, come quello della Lega e di Fratelli d'Italia, che sono spot elettorali classici, fatti per la tv, ma che sono usati sul web. Su questo canale però non funzioneranno mai».

Da un certo punto di vista, anche gli spot leghisti che stanno circolando (con lo slogan «La Lega sono io»), mettono al centro i cittadini comuni, ma tutti si concludono con Matteo Salvini che dà la classica indicazione di voto.

«Oggi però - continua Cepernich - i partiti vivono una forte fase di delegittimazione e lo spot-partito fatica a decollare. E poi in Rete quello che funziona è la disintermediazione, le cose che nascono dal basso». Proprio quello che c'è nel video del M5S: il simbolo appare solo di sfuggita e i battitori di pugni sul tavolo, col passare dei minuti, si moltiplicano come una valanga.

Certo, c'è un altro filo comune che lega il video del Carroccio con quello dei grillini e anche con quelli di Fratelli d'Italia (questi ultimi conditi con immagini e musiche epiche): «Tutti mettono al centro la rabbia - segnala Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica all'Università di Roma Tre -, un messaggio che da un certo punto di vista è negativo».

E qui sunta un segno distintivo diametralmente opposto a quello che caratterizza invece i due video della Lista Tsipras: uno affronta il tema della litigiosità interna della sinistra, l'altro lo psicodramma dell'elettore di sinistra che non si riconosce nel Pd. «C'è l'ironia, soprattutto l'autoironia, ma anche l'autocritica - prosegue Novelli -. Però credo che video come questi riescano a parlare solo al proprio bacino elettorale».

E il Pd? In attesa dei video di Ncd e Forza Italia (ne sono in arrivo un paio), ce n'è uno del Pd, che però stenta a decollare. Le immagini di Forrest Gump si intrecciano a quelle di Fantozzi e al mitico gol di Maradona all'Inghilterra (1986) per dire, attraverso la celebre citazione del film Frankenstein Junior, che «si può fare».

Per Novelli è un video che «promette l'impossibile, suscita ottimismo e invoca la partecipazione». «Sì, però per molti elettori Pd, Maradona è pur sempre un evasore e Fantozzi uno sfigato», ribatte Massimiliano Cavallo. «La verità - chiosa Mario Rodriguez - è che tutti questi video hanno una cosa in comune: dimostrano che sono fatti con quattro soldi perché i partiti ormai devono fare i conti con le casse vuote».

 

 

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