enrico berlinguer

FALLIMENTI ROSSI – ‘’L’UNITÀ’’ CHIUDE E I GIORNALISTI ACCUSANO IL PD: “KILLERAGGIO POLITICO’’ – I RENZIANI PROVANO A RASSICURARE: ‘’RIAPRIREMO’’. MA VOGLIONO UN GIORNALE ZERBINATO SU MATTEO

Roberto Giovannini per “La Stampa”

 

UNITA GIORNALEUNITA GIORNALE

Dal primo di agosto, e chissà per quanti mesi, non ci sarà più in edicola «l’Unità». La soluzione per salvare la storica testata sembrava a un passo, con la proposta presentata da Matteo Fago per l’affitto per sei mesi (prorogabili una volta) della testata, per poi procedere a rilevare l’azienda salvando i posti di lavoro.

 

Ma a sorpresa, nell’assemblea di ieri della attuale editrice (in liquidazione) dell’Unità, la Nie, gli altri azionisti l’hanno bocciata come «inadeguata». Costringendo i due liquidatori a dichiarare l’inevitabile sospensione delle pubblicazioni, visto che le altre due proposte (quella del costruttore vicino al premier Renzi Massimo Pessina, e quella del duo Santanché-Paola De Benedetti) non sono state nemmeno esaminate.

matteo fago matteo fago


Drammatiche le conseguenze per il giornale, che domani uscirà con 18 pagine bianche per protesta, e per i giornalisti, che da tre mesi lavorano senza stipendio e approvavano la proposta Fago. Ora gli azionisti della Nie rischiano di vedere del tutto azzerato il loro investimento nel «concordato in bianco» ora avviato, che potrebbe però permettere la presentazione di nuove offerte (o delle stesse, rivedute e corrette) per salvare il giornale.

 

L’unica spiegazione possibile, sbotta Umberto De Giovannangeli, del Comitato di Redazione, «non è economica, ma politica. È un killeraggio politico». Nel mirino dei giornalisti, si capisce, c’è Matteo Renzi. Nel corso di un recente incontro a Palazzo Chigi Renzi ha capito che Fago è troppo di «sinistra» e in continuità con la linea tradizionale dell’Unità. Il premier vorrebbe invece un investitore più moderato.

RENZI RIDE RENZI RIDE

 

E soprattutto punterebbe a fondere «Unità» ed «Europa»: del giornale di Gramsci resterebbe il brand, ma la linea politica sarebbe quella superrenziana di «Europa». La prova? Ieri nell’assemblea della Nie l’opposizione più virulenta alla proposta Fago è venuta proprio dall’avvocato Sutti, che rappresenta Eventitalia (azionista Nie con lo 0,1%). Una società controllata totalmente dal Pd e che gestisce le «Feste dell’Unità». «Io resto in campo - dice intanto Matteo Fago - non mi tiro indietro, anche se bisognerà valutare tutti i parametri».

francesco bonifazifrancesco bonifazi


Del tutto opposta la tesi del Pd e del premier. «L’Unità non chiuderà - dice Renzi - non ho detto di puntare sul brand Unità per chiudere una storia che é parte della memoria, dell’identità e del futuro della sinistra italiana». E il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, in una nota, accusa: «il Pd non è il responsabile di questa drammatica situazione, la responsabilità è di chi l’ha gestita fino ad ora, e in primis del socio di maggioranza assoluta». Ovvero Fago, che ha presentato una «proposta farsa» senza soldi, che non avrebbe evitato comunque il fallimento della società.

 

Dal primo di agosto, e chissà per quanti mesi, non ci sarà più in edicola «l’Unità». La soluzione per salvare la storica testata sembrava a un passo, con la proposta presentata da Matteo Fago per l’affitto per sei mesi (prorogabili una volta) della testata, per poi procedere a rilevare l’azienda salvando i posti di lavoro.

 

PALMIRO TOGLIATTI IN OSPEDALE DOPO L ATTENTATO DI LUGLIO FOTO ANSA PALMIRO TOGLIATTI IN OSPEDALE DOPO L ATTENTATO DI LUGLIO FOTO ANSA

Ma a sorpresa, nell’assemblea di ieri della attuale editrice (in liquidazione) dell’Unità, la Nie, gli altri azionisti l’hanno bocciata come «inadeguata». Costringendo i due liquidatori a dichiarare l’inevitabile sospensione delle pubblicazioni, visto che le altre due proposte (quella del costruttore vicino al premier Renzi Massimo Pessina, e quella del duo Santanché-Paola De Benedetti) non sono state nemmeno esaminate.


Drammatiche le conseguenze per il giornale, che domani uscirà con 18 pagine bianche per protesta, e per i giornalisti, che da tre mesi lavorano senza stipendio e approvavano la proposta Fago. Ora gli azionisti della Nie rischiano di vedere del tutto azzerato il loro investimento nel «concordato in bianco» ora avviato, che potrebbe però permettere la presentazione di nuove offerte (o delle stesse, rivedute e corrette) per salvare il giornale. L’unica spiegazione possibile, sbotta Umberto De Giovannangeli, del Comitato di Redazione, «non è economica, ma politica. È un killeraggio politico».

ENRICO BERLINGUER TRA LA FOLLA ENRICO BERLINGUER TRA LA FOLLA

 

Nel mirino dei giornalisti, si capisce, c’è Matteo Renzi. Nel corso di un recente incontro a Palazzo Chigi Renzi ha capito che Fago è troppo di «sinistra» e in continuità con la linea tradizionale dell’Unità. Il premier vorrebbe invece un investitore più moderato. E soprattutto punterebbe a fondere «Unità» ed «Europa»: del giornale di Gramsci resterebbe il brand, ma la linea politica sarebbe quella superrenziana di «Europa». La prova?

 

walter veltroniwalter veltroni

Ieri nell’assemblea della Nie l’opposizione più virulenta alla proposta Fago è venuta proprio dall’avvocato Sutti, che rappresenta Eventitalia (azionista Nie con lo 0,1%). Una società controllata totalmente dal Pd e che gestisce le «Feste dell’Unità». «Io resto in campo - dice intanto Matteo Fago - non mi tiro indietro, anche se bisognerà valutare tutti i parametri».


Del tutto opposta la tesi del Pd e del premier. «L’Unità non chiuderà - dice Renzi - non ho detto di puntare sul brand Unità per chiudere una storia che é parte della memoria, dell’identità e del futuro della sinistra italiana». E il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, in una nota, accusa: «il Pd non è il responsabile di questa drammatica situazione, la responsabilità è di chi l’ha gestita fino ad ora, e in primis del socio di maggioranza assoluta». Ovvero Fago, che ha presentato una «proposta farsa» senza soldi, che non avrebbe evitato comunque il fallimento della società.

 

foa20 aldo tortorellafoa20 aldo tortorella

2. DA “CORRIERE DEL PROLETARIATO”A BRAND GLORIOSO E ABBANDONATO

UN’ERA TRA GRAMSCI E GIROTONDI: FACCE (CONTRADDITTORIE) DI UN MITO

Jacopo Iacoboni per “La Stampa”

 

Forse per capire che cos’è stata L’Unità vale ascoltare Aldo Tortorella, direttore del ’70 al ’75, anni in cui il giornale pesava monumentale, nel comunismo italiano: «Eravamo il giornale, ma anche il partito. Spesso la linea la imponevamo noi». Come quando - dopo le trionfali amministrative del ’75 - fu Tortorella a titolare «L’Italia è cambiata davvero». Poi non cambiava mai; ma questo è un altro discorso.

DANIELA SANTANCHEDANIELA SANTANCHE


«Togliatti - ricorda un altro direttore, Alfredo Reichlin - voleva il Corriere della sera del proletariato, un grande giornale popolare che facesse compiutamente da contraltare alla stampa borghese, dando ai lettori oltre alla propaganda anche lo sport, la cronaca nera, il cinema. Lo è diventato, ma nel frattempo ha perso l’anima». Berlinguer invece «non mi dettava nulla, benché si considerasse un po’ un padre della patria».

PAOLA FERRARIPAOLA FERRARI


Perciò uno spera che anche stavolta non sia il coccodrillo: il giornale è già tecnicamente morto un’altra volta, il 28 luglio del 2000 («il delitto perfetto», scrisse Michele Serra), e quella volta risorse, nel marzo 2001, con Furio Colombo direttore e Dalai editore. Ma proprio questo snodo fa capire che oggi è assai più dura: finita quell’Unità, il giornale perse completamente collocazione e i suoi lettori virarono altrove.

 

Fu Colombo che il 25 giugno del 2006 titolò, a caratteri cubitali, «No», il giorno del referendum contro la riforma costituzionale di Berlusconi: «Quel che dobbiamo fare andando a votare no oggi e domani è impedire che la nostra Carta costituzionale sia manomessa da chi ha intimato di gettare il nostro tricolore nel cesso.

 

Concita De Gregorio Concita De Gregorio

Altrimenti quell’intimidazione continuerebbe a pesare su un’Italia degradata». Ecco, quell’Unità - imprevedibile, movimentista, antesignana del Nanni Moretti del «con questi dirigenti non vinceremo mai» - ve la vedreste oggi, nell’ultimissima stagione? Eppure conteneva in sé le ragioni editoriali del tramonto, cioè era già pronta a transitare altrove; anche fuori dalla sinistra ufficiale.

 

 Concita De Gregorio e l’era-Soru (l’editore coinvolto da Veltroni) la tenne viva, non con la pubblicità choc del giornale con la minigonna jeans (contestata dai tanti parrucconi, non solo «di sinistra»), ma con una linea apertissima. Infatti finì per non piacere a D’Alema, assai infastidito - fu la goccia - per un pezzo molto acre ma indovinato di Francesco Piccolo.

Renato Soru Renato Soru


Questo per dire che s’è partiti da Gramsci, nel febbraio del ’24, dall’eroica chiusura e clandestinità sotto il fascismo, e s’è arrivati ai dirigenti fallimentari del vecchio Pd, la perdita di identità e di lettori, la freddezza del Pd attuale. Quello che è successo prima è invece territorio tra storia e letteratura.

 

Nel ’45, quando la parte più cool era la redazione torinese (era Torino che aveva salvato l’Italia dal fascismo), in redazione giravano Pavese, Calvino, Spriano, Novelli, Vittorini, e c’erano anche divi come Raf Vallone, «cui tutti chiedono - scrive Guido Quaranta - ragguagli sulla floridezza del seno della Mangano»...

Maurizio FerraraMaurizio Ferrara

 

Siamo in una sfera leggendaria, tutt’altro che «sovietica». Diverso è ciò che accade dopo, anche gli errori, tragici. Amaro che proprio Ingrao - il comunista sensibile al dissenso interno, per quei tempi - abbia scritto nel ’56 il tremendo editoriale pro Urss, all’indomani dei carri armati a Budapest. Oppure che Maurizio Ferrara, direttore nel ’68, fosse contestato dal Pci di Longo per un reportage sulle ragioni degli studenti che occupavano la Sapienza, o per eccessive licenze nella critica all’Urss, dopo Praga.

 

Mario AlicataMario Alicata

Eppure, è la storia della sinistra. È il bellissimo titolo «E’ morto» (direttore Emanuele Macaluso) che abbiamo tutti noi, ragazzini, negli occhi il giorno della scomparsa di Berlinguer; ma anche il titolo stalinista «Chi vi paga?», rivolto ai dissidenti, radiati, del manifesto: la peggiore cultura del sospetto. È D’Alema, di cui si ricorda poco (nel 1991 cambiò il sottotitolo da «Giornale del Partito Comunista Italiano» a «Giornale fondato da Antonio Gramsci»); ma anche l’estroso Veltroni, che non fu L’Unità delle videocassette (questo lo dicono i detrattori), ma un giornale colto, raffinato, con le antenne.

Emanuele Macaluso Emanuele Macaluso


Per noi leggere L’Unità era come litigare coi nostri genitori: ma erano pur sempre i genitori. O i nostri zii, quelli che t’insegnano le prime discolerie, come Pintor, vicedirettore e totale fuoriclasse, che faceva ammattire il direttore, Mario Alicata. Emanuele Macaluso ha ricordato che ancora a metà degli anni ottanta, quando già era in crisi, «L’Unità, un tempo la pupilla del partito, non era più neanche il dito mignolo». Oggi, semplicemente, non c’è proprio più la mano. 

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