ATTENTI, NONOSTANTE L'EUFORIA DELLE BORSE, L'AMERICA STA SPROFONDANDO NEL PRECIPIZIO VERO – ZINGALES: ‘’NON È POSSIBILE RISOLVERE L'INSOSTENIBILITÀ FISCALE DELL'ATTUALE MODELLO DI WELFARE SOLO TASSANDO DI PIÙ I RICCHI: NON CE NE SONO ABBASTANZA - BISOGNA RIDURRE I BENEFICI PROMESSI. IN ITALIA LO ABBIAMO FATTO SOTTO MINACCIA DELLO SPREAD. IN AMERICA, IL SISTEMA HA CERCATO DI CREARE ARTIFICIALMENTE UNA CRISI (IL FISCAL CLIFF) PER FORZARE ENTRAMBI I PARTITI A DELLE SCELTE POLITICAMENTE COSTOSE’’…

Luigi Zingales per il Sole 24 Ore

Winston Churchill amava dire che si può essere sicuri che gli americani facciano sempre la cosa giusta, ma solo dopo aver sperimentato ogni possibile alternativa. L'accordo fiscale per evitare il famigerato fiscal cliff raggiunto ieri dal Congresso Usa è stato sicuramente conseguito dopo aver esplorato ogni possibile alternativa. Ma è la cosa giusta?

Se l'obiettivo era di evitare che la debole ripresa americana si arresti subito, sì. Se invece era quello di risolvere i problemi strutturali della finanza pubblica, purtroppo la risposta è no. A dispetto del nome, il precipizio fiscale evitato non era il rischio di insolvenza per il governo americano, ma un forte aumento delle imposte accompagnato da forti tagli di spese. In Europa lo chiameremmo "fiscal compact".

Era il risultato della fine dei tagli temporanei alle imposte introdotti da Bush nel 2001 e rinnovati da Obama nel 2010 e di tagli automatici delle spese, concordati dai repubblicani nell'estate del 2011 in cambio di un innalzamento del tetto sul debito. Il precipizio in cui l'America sarebbe caduta altro non era che la recessione che si accompagna ad ogni stretta fiscale (vedi Italia 2012). Visto che sia repubblicani che democratici volevano evitare questo rischio, perché tanto dramma?

Perché gli Stati Uniti non devono solo ripianare il loro deficit (che rimane al 7% del Pil), ma anche prepararsi a fronteggiare il problema strutturale che affligge tutte le democrazie occidentali: l'insostenibilità fiscale dell'attuale modello di welfare. Finora questo sistema era stato finanziato trasferendo una parte rilevante del costo sulle generazioni future. In un mondo in forte crescita economica e demografica, il peso imposto sulle generazioni future era minimo perché costoro erano più ricche e numerose.

Purtroppo la riduzione dei tassi medi di crescita e il crollo demografico non solo rendono impossibile questo trasferimento (le generazioni future sono meno numerose e non necessariamente più ricche), ma forzano la generazione presente a cominciare a pagare il debito contratto da quelle passate. In parole povere questo significa che per far quadrare i conti bisogna cominciare a ridurre i costi di alcuni "entitlement" o, come diremmo noi impropriamente, diritti acquisiti: assistenza sanitaria agli anziani (Medicare) e pensioni.

Anche prima della riforma Obama, gli ultra65enni americani godevano di assistenza statale gratuita. Con la riduzione delle nascite che aumenta l'età media della popolazione, l'allungamento della vita media, e il progredire della scienza medica in grado di fare miracoli ma a costi molto elevati, dare a tutti tutta l'assistenza medica possibile non è sostenibile.

Già oggi (secondo le stime dell'Urban institute) il tipico lavoratore che guadagna 35mila dollari l'anno nel corso della sua vita riceve 210mila dollari più di quello che contribuisce a Medicare. Se poi è sposato e la moglie non lavora il beneficio netto raddoppia. Lo stesso vale per le pensioni. Nel corso della sua vita il tipico lavoratore riceve benefici pensionistici 200mila dollari in più di quello che paga. Chiaramente non è possibile risolvere questa situazione solo tassando di più i ricchi: anche negli Stati Uniti non ce ne sono abbastanza.

Bisogna ridurre i benefici promessi. Ma politicamente qualsiasi riduzione degli entitlement è molto costosa. In Italia lo abbiamo fatto sotto minaccia dello spread. In America, che non ha problemi di spread, il sistema politico ha cercato di creare artificialmente una crisi (il fiscal cliff) per forzare entrambi i partiti a delle scelte politicamente costose.

Purtroppo, invece di sedersi intorno a un tavolo e cercare un accordo sostanziale, democratici e repubblicani hanno preferito continuare con la loro retorica elettorale. I democratici chiedendo che a pagare il conto siano solo i ricchi.

I repubblicani opponendosi a qualsiasi aumento di imposte. Alla fine sul fronte imposte hanno raggiunto un compromesso ragionevole: aumenteranno le tasse solo per quelli che guadagnano più di 400mila dollari individualmente o 450mila come famiglia (negli Stati Uniti esiste il cumulo dei redditi tra marito e moglie), ovvero meno dell'1% della popolazione. Non altrettanto è stato fatto per i tagli di spesa.

Alcuni deputati repubblicani hanno cercato di far passare alla Camera una proposta che includesse anche dei tagli, ma non sono riusciti a trovare un accordo neppure tra di loro. Per questo il problema dei tagli automatici di spesa è stato rimandato a un dibattito a fine mese. Come è stata rimandata la discussione sull'innalzamento del tetto di debito, che creerà tra poco un nuovo fiscal cliff, questa volta più pericoloso perché se non si innalza il tetto del debito, il governo americano diventa insolvente.

In altri termini, nonostante l'euforia delle Borse non c'è nulla da celebrare. Il fiscal cliff non ha funzionato nel costringere i partiti a decisioni politicamente difficili. Hanno fatto quello che riescono a fare meglio: rimandare la decisione. Lo avevano fatto a luglio 2011 e lo rifaranno a fine mese quando il fiscal cliff si riproporrà. Più gli Stati Uniti tardano a intervenire su questi entitlement, più costoso sarà farlo.

Lentamente, ma inesorabilmente, l'America sta sprofondando nel precipizio vero, da cui non si riesce ad emergere con un semplice accordo la notte di Capodanno. Noi ne sappiamo qualcosa.

 

 

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