BELLA ALITALIA, MA CHI PAGA? I SOCI DEL CAI-TORCIO HANNO PROBLEMI (CHI GIUDIZIARI, CHI DI CONFLITTI D’INTERESSE) - LE BANCHE BUSSANO A COLANINNO E PIRELLI: VOLENTI O NOLENTI CI STARANNO - RESTA IL NODO POSTE: CAIO NON VUOL PAGARE DAZIO ALLA VECCHIA GESTIONE

Alessandro Barbera per “La Stampa

 

Di capitani coraggiosi, fra gli azionisti di Alitalia, ne sono rimasti pochi. I Riva e i Ligresti sono rincorsi dai guai giudiziari. Idem dicasi per Francesco Bellavista Caltagirone. Emma Marcegaglia, che nel 2008 partecipò all’operazione solo perché spinta a forza da Berlusconi e dalle banche, ha ben altro di cui occuparsi (la ristrutturazione del suo gruppo) ed è nella delicata posizione di presidente della più grande partecipata dello Stato, l’Eni.

 

Nella stessa condizione è Salvatore Mancuso di Equinox, ora consigliere di Enel. Carlo Toto è in causa con l’azienda (nella vecchia Alitalia è successo anche questo, un socio legato da contratti di leasing per la fornitura di aerei), per non dire di Air France-Klm, sbattuta fuori dalla partita e decisa a non sottoscrivere alcunché. Insomma, quanti saranno gli azionisti di Cai a farsi carico dell’aumento di capitale già deliberato e promesso al nuovo socio arabo?


È una domanda che in queste ore si fanno i tre grandi soci impegnati nel dossier Intesa, Unicredit e Poste. Il presidente Roberto Colaninno, ad esempio. Immsi (10,9% della vecchia Alitalia) non vorrebbe investire altri fondi, ma il pressing su di loro è forte, e la posizione pubblica del figlio Matteo (deputato del Pd) lo potrebbe costringere ad essere della partita.

 

Stessa cosa dicasi per la famiglia Benetton (7,44% delle quote), che dal decollo di Ali-Etihad ha tutto da guadagnare: l’hub europeo della compagnia sarà Fiumicino, controllato da Adr. E ancora: che ne sarà delle quote non irrilevanti di Pirelli (6,7%), Percassi (3,9) e Maccagnani (3,69)?

 

Da ieri le banche hanno iniziato un sondaggio per capire chi di loro è disposto a continuare nell’avventura, finora fallimentare, ma che per il futuro promette ben altri orizzonti. Pirelli ad esempio fa intendere che potrebbe starci, che sta seguendo l’evoluzione della trattativa e si riserva di valutare l’investimento. Il sondaggio è anche verso eventuali nuovi soci, benché il tempo a disposizione sia molto poco.

 

Alitalia ha la liquidità agli sgoccioli ed Etihad ha chiesto di chiudere prima possibile. La sensazione è che tutto dovrà essere concluso per la fine della prossima settimana. Gli amministratori Alitalia sono preallertati per un consiglio venerdì, lo stesso giorno in cui è già convocato quello di Poste.

 

Nel frattempo, probabilmente martedì, il ministro dei Trasporti Lupi si occuperà di risolvere la questione sindacale. Ieri il segretario della Uil Trasporti Tarlazzi ha detto chiaramente di essere disposto a trovare un accordo sui tagli agli stipendi previsti dal piano di sopravvivenza.


L’ultimo ostacolo all’accordo è la posizione di Poste, la quale farà di necessità virtù cercando di ottenere il massimo dall’alleanza con gli arabi. Ne va dei conti dell’azienda (i consumatori di Adusbef minacciano denuncie per uso improprio del denaro postale) e del sì dell’Antitrust europeo all’operazione: per ottenerlo occorre allontanare ogni sospetto di aiuto di Stato.

 

Le prossime 48 ore saranno decisive per sciogliere il nodo dei debiti pregressi, i 565 milioni che le banche hanno accettato di accollarsi per circa un terzo. Caio resta fermo sulla sua posizione, indigesta alle banche: investire anche più del previsto - fino a settanta milioni - ma senza pagare dazio alla vecchia gestione. O si trova un escamotage legale, o qualche altro socio disposto a sottoscrivere un aumento di capitale che, per parte italiana, dovrà raggiungere i 250 milioni di euro.
Twitter @alexbarbera

 

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