C'HERA UNA VOLTA UNA MONTAGNA DI SPAZZATURA - DOVE SONO FINITE LE 1.500 TONNELLATE DI RIFIUTI TOSSICI CHE LA MULTIUTILITY BOLOGNESE HERA HA TROVATO IN UN CANTIERE A BOLOGNA? SONO STATE INCENERITE O SONO ANCORA LI'?

Antonio Amorosi per Libero Quotidiano.it

 

«L'elefante bisogna farlo a fette perché se lo mangiamo tutto intero non gliela facciamo a digerirlo», ripete un dirigente della controllata Sotris di Hera spa, il colosso emiliano di energia, acqua e gas. L'elefante sono le «1500 tonnellate» di rifiuti tossici pericolosi che i funzionari della holding dicono di avere appena ritrovato a Bologna, nel cantiere aperto di fianco agli uffici, sotto la sede storica in viale Berti Pichat 2/4.

 

RIFIUTI BOLOGNA HERARIFIUTI BOLOGNA HERA

I funzionari di Hera non sanno come «farli sparire». E' il 28 maggio 2008 e un reparto della Guardia di Finanza li sta intercettando per un'altra indagine su appalti truccati. Si imbattono per caso in questa storia, che non conoscerà mai nessuno. Gli intercettati ripetono che Hera «non vuole comunicare niente a nessuno, vuole fare in fretta». I funzionari parlano di «due vasche», piene di «cianuri» e «naftalene», cancerogeni e volatili quindi assorbibili respirando, e di «creosoti», quell'olio che rende le traversine ferroviarie indistruttibili ma che in più è mutageno, cioè cambia il Dna.

 

I funzionari propongono di «confezionarli in fustini idonei per la termodistruzione a Ravenna», riferendosi alla possibilità di farli sparire bruciandoli, non prima di «insaccarli con big bag lì in Sotris», la controllata di Hera che si occupa di rifiuti industriali e i cui vertici oggi, ma per un'altra vicenda, sono indagati dalla procura di Milano per traffico illecito di rifiuti tossici. Non siamo nella Terra dei fuochi o a Casal di Principe, ma «al centro di Bologna», come ripetono preoccupati gli intercettati, sul viale nord est, a pochi minuti da Piazza Maggiore, nella città che la sinistra italiana ha eletto capitale della cosiddetta buona amministrazione. 

 

Nella sede storica della holding svetta un imponente gasometro, il Man, frutto dell'archeologia industriale, che ricorda la vecchia officina dove dal 1862 al 1960 si è distillato il carbon fossile e trattato il gas. Il carbone «si lavava dal naftalene» e il gas da «cianuri, solfocianuri, vari catrami ed ossidi di azoto». In parte le sostanze rinvenute nel 2008 in quella che gli intercettati chiamano «vecchia officina».

RIFIUTI BOLOGNA HERARIFIUTI BOLOGNA HERA

 

Li ci sono «due vasche non previste... dove c'è della robaccia»... «diversa rispetto a quello che abbiamo fino ad adesso», che trovano di solito, dice uno di loro. I funzionari parlano di «roba nera molto densa» e di «blocchi di materiale argilloso blu» che «puzzano terribilmente... c'hanno un mucchio di problemi», al punto che non possono aprire le vasche. Perché il puzzo anche con un «incenerimento in discarica» si sentirebbe a distanza di chilometri, sintetizza la finanza. I discorsi sono febbrili. I responsabili Hera che si occupano degli smaltimenti, dalla base ai vertici, sembrano sapere e si sono recati sul posto.

 

I colleghi di Bologna stanno «pressando da tutte le parti per portare via quella roba il prima possibile», dicono. Pressioni che arriverebbero direttamente dalla direzione: «Ti dicono... tu comunque trovami una soluzione fuori da Hera», accenna uno di loro. Il funzionario che dirige la Sotris, la controllata che per la holding smaltisce rifiuti accenna: «vogliono trovare la soluzione in fretta e di nascosto in casa mia» «due cassoni me li han già rifilati». 

 

Il 18 giugno 2008 i funzionari Hera comunicano un rinvenimento al Comune di Bologna e all'Arpa. La GdF visiona la denuncia. Nel testo si parla di «uno strato omogeneo di colore azzurro intenso e fortemente maleodorante» non previsto dal piano di lavoro ed è necessaria una «messa in sicurezza».

 

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Per la GdF «salta all'occhio macroscopica la divergenza tra la reale data del rinvenimento, il 28 maggio 2008, e quella dichiarata nella denuncia, il 18 giugno 2008, per materiale rinvenuto il 17». Le Fiamme Gialle comunicano i fatti al Pm Flavio Lazzarini che segue l'indagine (proc. 5033/08), citandogli il Codice degli appalti (D.L n°22 del 5/2/1997 art.17 comma 2) che dà 48 ore per segnalare il rinvenimento delle sostanze inquinanti, pena prevista «l'arresto da un anno a due se l'inquinamento è provocato dai rifiuti pericolosi».

 

Il Pm porta due dirigenti, un funzionario di Hera e un tecnico, davanti a un giudice, accusandoli di falso ideologico. Ma il giudice tre anni dopo, nel 2011, archivia e dichiara il «non luogo a procedere». Della vicenda l'opinione pubblica non ne saprà mai nulla.

 

Fino al 14 maggio 2014 quando un costruttore ferrarese, e console onorario della Polonia in Italia, Corrado Sallustro, la riporta a galla, depositando sulla scrivania del procuratore capo di Bologna una denuncia per «frode», «truffa aggravata» e «plusvalenze» ottenute con la vendita di un «terreno altamente inquinato» nei confronti di Hera spa. Il colosso gli avrebbe proposto la vendita dei terreni di Berti Pichat per costruire la nuova sede direzionale della multiutility.

 

GUARDIA DI FINANZAGUARDIA DI FINANZA

Sallustro è Ad della Cogefer srl e da trent'anni costruisce caserme che poi cede in affitto ai carabinieri. Nell'estate del 2011 gli viene offerto un affare incredibilmente vantaggioso. Comprare da Hera un lotto di terreno su cui edificare un albergo e la nuova sede del colosso. Nell'accordo Hera, già all'atto della vendita, fornisce una fideiussione di 39milioni di euro, essenziali per Sallustro per ricevere i finanziamenti in banca e rientrare dei 32milioni, costo dell'operazione. Sallustro diventerebbe proprietario dell'albergo e della futura sede di Hera che poi gli affitterà per 12 anni. Non solo, Hera si fa carico delle opere di urbanizzazione primaria e di tutte le autorizzazioni necessarie compreso il piano di bonfica.

 

L'operazione permette a Hera di scrivere la vendita del lotto nelle voci di attivo del bilancio 2011. Ma il lotto è dentro l'area di viale Berti Pichat 2/4, la stessa delle «1500 tonnellate» di rifiuti tossici del 2008.

 

Sono anni che la multiutility prova a venderla senza successo. Sallustro ha anche impegnato tutto il suo patrimonio in un fondo d'investimento chiuso per aprire una linea di credito necessaria a rinforzare l'operazione. Il 22 agosto 2012 arriva dal Comune di Bologna il permesso di costruire e il 6 settembre il nulla osta dalle Belle Arti. Le parti possono chiudere le ultime pratiche per dar seguito al rogito. In realtà l'atto di vendita viene posticipato per tre volte, fino a marzo del 2013.

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Intanto il costruttore scopre che il fondo è «vuoto» e ci sono gravi «irregolarità». Hera non presenta mai la fideiussione bancaria, elemento essenziale per l'operazione. Il costruttore non sa cosa fare e messo alle strette cerca di vendere il business ad un imprenditore amico, la Fraer srl di Franco Soldati di Udine. Ma l'accordo, che sembra andare in porto con il favore di Hera, all'ultimo momento sfuma.

 

Sallustro resta in mezzo al guado finché non si vede recapitare dei documenti: gli atti di indagine della Finanza sui rifiuti tossici in Berti Pichat, un analisi di Hera del 2012 sul «rischio tossicologico e cancerogeno non accettabile», la prescrizione della Conferenza dei servizi di Bologna di una bonifica ingente ed estesa a tutta l'area almeno fino al 2017. Così si decide a denunciare civilmente e penalmente Hera, chiedendo un risarcimento danni per quasi 53 milioni di euro.

 

L'imprenditore non sapeva di comprare terreni «così contaminati da mettere in discussione qualsiasi progetto. Le bonifiche costerebbero cifre ciclopiche», dice. E la storia è grave anche per i cittadini di Bologna. Ne viene a conoscenza il consigliere regionale della Lega Nord Manes Bernardini che interroga la Regione.

 

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Dove sono finite le 1500 tonnellate di rifiuti tossici? Sono state incenerite a Ravenna? Sono ancora in Berti Pichat? C'è contaminazione della falda acquifera? La Regione non ha ancora risposto, chiedendo altro tempo, mentre Hera ha rimesso nell'attivo di bilancio 2012 l'ennesima operazione di vendita del terreno che non si è conclusa.

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