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NON È LA CAI - NUOVO STOP AD ALITALIA, I VECCHI SOCI LITIGANO: LE BANCHE CHIEDONO A POSTE PIÙ SOLDI E DI FARSI CARICO DEI DEBITI - MA CAIO: O ALLE MIE CONDIZIONI O NIENTE - OGGI INCONTRI DI FUOCO COL TESORO ED ETIHAD

Luca Fornovo per “La Stampa

 

alitaliaalitalia

Alitalia non decolla ancora, per il momento. Ieri sera, nella sede del Tesoro in via XX Settembre a Roma, si è consumato per circa due ore, dalle 18 alle 20, un nuovo scontro tra le Poste e i vecchi soci della ex compagnia di bandiera, guidati dalle banche Intesa Sanpaolo, Unicredit e Atlantia (famiglia Benetton).

 

Oggetto dello scontro i finanziamenti degli italiani da concedere al gruppo capitanato da Gabriele Del Torchio: quasi 900 milioni, di cui 300 milioni di aumento di capitale e 565 milioni di ristrutturazione di parte del debito. Gli azionisti storici della Cai si sono visti qualche ora prima nella sede a Roma del loro legale, lo studio Bonelli Erede per arrivare a una posizione condivisa, esprimendo riserve sull’operazione mid-company, la società cuscinetto tra la vecchia Alitalia e la nuova, dove Poste vorrebbe investire.

federico ghizzonifederico ghizzoni

 

I vecchi soci, soprattutto le banche, preferirebbero l’opzione delle azioni privilegiate e dei diritti particolari in sede di aumento di capitale che garantiscono un rendimento e la possibilità per un socio di subentrare a un altro in caso non sottoscriva una futura ricapitalizzazione. Poi alla riunione al ministero dell’Economia, a cui ha partecipato anche il capo della segreteria tecnica del Tesoro, Fabrizio Pagani, la cordata dei patrioti ha battuto i pugni sul tavolo chiedendo all’ad di Poste, Francesco Caio, un maggiore impegno finanziario e più garanzie per evitare che in futuro Caio possa sfilarsi dall’operazione.

 

Francesco Caio Francesco Caio

Sono stati chiesti 75-80 milioni rispetto ai 70 milioni promessi da Poste per l’aumento di capitale che in tutto sarà di 300 milioni. Inoltre i vecchi azionisti hanno chiesto a Caio di partecipare anche al bridge to equity, la ristrutturazione di parte del debito da 565 milioni che verrà poi trasformato in azioni della nuova Alitalia. Di numeri sul bridge to equity non se ne sono fatti, anche perché Caio ha opposto un secco no a quest’ipotesi. 


Certo resterà da vedere se la mediazione del Tesoro, principale azionista di Poste, porterà qualche frutto all’accordo. Ma intanto il tempo stringe: venerdì è prevista la firma definitiva dell’accordo con gli arabi di Etihad, che investiranno fino a 1,2 miliardi in Alitalia per il 49% della compagnia e il via libera dei soci italiani all’aumento di capitale che li porterà al 51%. Ecco perché - per scongiurare proroghe - oggi sono stati previsti nuovi incontri su più fronti.

FAMIGLIA BENETTON FAMIGLIA BENETTON

 

A mezzogiorno ci sarà un vertice al Tesoro tra i vecchi soci di Alitalia, le banche, Poste e il governo per cercare di trovare la quadra definitiva sui soldi da versare. Poi alle 16 - se davvero ci sarà l’accordo Poste-banche - dovrebbe svolgersi un incontro al Tesoro tra i soci italiani di Alitalia e James Hogan, il ceo di Etihad, che oggi arriverà a Roma. Una riunione in cui gli italiani spiegheranno all’ad della compagnia degli Emirati i passi avanti fatti sull’operazione.

 

GABRIELE DEL TORCHIOGABRIELE DEL TORCHIO

Oltre al nodo delle Poste, sempre oggi si cercherà di definire la trattativa con i sindacati, così da risolvere l’ultima incognita che Etihad aveva sollevato nella lettera inviata venerdì. Al riguardo Alitalia ha convocati per oggi i sindacati per esaminare e chiudere la procedura di mobilità aperta il 31 luglio per 2.171 dipendenti dell’ex compagnia di bandiera e dell’AirOne.

 

Il confronto dovrebbe chiudersi con la firma di un verbale di mancato accordo, visto il no della Filt Cgil all’accordo quadro del 12 luglio. Poi il confronto si sposterà al ministero del Lavoro dove - nella migliore delle ipotesi - potrebbe esaurirsi in cinque giorni. Mentre per venire incontro alle richieste della Uil Trasporti non è escluso che l’azienda possa fare qualche concessione sulla rappresentanza per categorie (piloti, assistenti di volo e personale di terra), avanzata dal segretario generale Marco Veneziani.

james hogan etihad 7james hogan etihad 7

 

2. IL NO DI CAIO E LO SPETTRO DELLA TAGLIOLA UE CONTRO GLI AIUTI DI STATO

Francesco Manacorda per “La Stampa

 

L’accordo con Etihad alla fine si farà. Si è andati troppo avanti con le trattative e troppo alta è la posta in gioco - la sopravvivenza della nostra compagnia di bandiera - per mandare tutto all’aria. Ma proprio alle battute finali della vicenda, la trattativa si fa davvero dura. Non tra i due firmatari dell’intesa. Ma tra gli stessi azionisti di Alitalia, con una spaccatura tra le Poste e un fronte avverso - guidato da Atlantia e Unicredit - che invece di ricomporsi in vista della firma, pare allargarsi.

 

giancarlo padoangiancarlo padoan

Lo scontro ha un solo argomento: la richiesta - per ora soddisfatta - delle Poste guidate dal nuovo amministratore delegato Francesco Caio - di non versare il suo contributo nella «vecchia» Alitalia-Cai, che dovrà prendere il 51% della nuova Alitalia, ma in una «midco», una società «mediana» sorella in tutto e per tutto di quell’altra, ma che a differenza di Alitalia-Cai è libera da pretese dei creditori o da eventuali aumenti delle esigenze di capitale della vecchia compagnia che si dovessero scoprire in corso d’opera. 

 

Poste rischia così di essere un azionista di Serie A, con molti diritti e pochi doveri, è il commento di altri soci che invece metteranno il loro soldi nella «vecchia» Alitalia e si sentono dunque destinati alla Serie B.

 

MASSIMO SARMI - copyright PizziMASSIMO SARMI - copyright Pizzi

Ma in queste settimane, di fronte al fioccare delle critiche, il messaggio di Caio e dei suoi uomini agli altri soci è stato esplicito e in qualche modo monotono: con la Corte dei Conti da una parte e l’Unione europea dall’altra, o in altri termini con il rischio di un’azione per danno erariale da un lato e di una per aiuti di Stato dall’altra, una società pubblica come Poste non può nemmeno permettersi di pensare a mettere i suoi soldi - anzi, è stato spiegato, i soldi dei contribuenti - in una compagnia come la «vecchia» Alitalia.

 

Se la richiesta fosse stata - o fosse - questa, allora sarebbe più sano dal punto di vista finanziario, anche se impraticabile dal punto di vista politico, girarsi dall’altra parte ed evitare qualsiasi nuovo impegno, dando semplicemente per persi i 75 milioni investiti dal precedente amministratore delegato Massimo Sarmi e oggi completamente svalutati in bilancio. 
 

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Così anche l’ultima tornata negoziale di ieri, con la richiesta di un impegno di Poste superiore ai 70 milioni finora preventivati, è finita con una fumata nera. Quei 70 milioni - sostengono gli uomini di Caio - sono la linea oltre al quale non si può andare: in primo luogo perché Poste è già al terzo aumento della sua partecipazione - prima erano 30 milioni, poi quaranta e adesso settanta - e poi perché quella cifra è considerata da Poste l’esborso massimo per i vantaggi di tipo industriale che l’alleanza Alitalia-Etihad potrà portarle.

 

Quali? Le squadre di Caio e dell’ad della compagnia emiratina James Hogan ne hanno già parlato a lungo, delineando le possibili sinergie nella logistica (l’hub per le merci a Malpensa e la possibilità di usare gli aerei della postale Mistral per alimentare l’hub passeggeri di Fiumicino), nella distribuzione di viaggi e servizi accessori (dalle assicurazioni per il volo alle carte di credito legate alla compagnia) negli uffici postali, e nella tecnologia con servizi come quello delle prenotazioni e delle emissioni di biglietti. Un tris di opportunità al quale Poste ha già dato un prezzo che non vuole cambiare.

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