opera da tre soldi michieletto

"PICCOLO" GRANDE BRECHT - UNA SCENA CHE RICORDA IL G8 DI GENOVA, I POVERI CHE HANNO IL SALVAGENTE COME I MIGRANTI: LA VERSIONE ADRENALINICA DI MICHIELETTO DE "L’OPERA DA TRE SOLDI” AL PICCOLO DI MILANO - ALLA FINE NON TRIONFA LA GIUSTIZIA MA IL DENARO: “IL MONDO RESTA SEMPRE COME È”

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Anna Bandettini per “la Repubblica”

 

A parte quella leggendaria, in due edizioni (tre con la francese) di Giorgio Strehler che è Storia, è stato Bob Wilson pochi anni fa a lasciare un ricordo indelebile dell' Opera da tre soldi. In entrambi i casi Bertolt Brecht era la tappa di un lungo percorso, nel caso di Strehler perfino trentennale, dalla prima del '56 con l' autore tedesco in sala, alla seconda.

 

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Oggi, proprio al Piccolo Teatro è Damiano Michieletto, all' apice della sua carriera di regista nella lirica e alterne fortune nella prosa che frequenta meno, a mettere mano al primo grande successo di Brecht, quando ancora non aveva 30 anni, dirompente per lo straniamento e le canzoni di Kurt Weill.

 

Dall' Opera da tre soldi il regista sembra attratto soprattutto per il pensiero sulla corruzione del potere e della giustizia, sul capitalismo-gangster, fino a vederci la colpevole opulenza dell' Occidente smascherata dalla miseria dei poveri del mondo che preme alle nostre porte.
 

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Ecco allora un tribunale, un perimetro di sbarre, le tribune di testimoni e giudice e gli oggetti sotto cellophane, reperti dell' inchiesta. Si comincia dalla fine - Mackie Messer, bandito e stupratore, già sulla forca, che sta, o starebbe, per avere il fatto suo - trasformando così l' Opera in un lungo flash-back, come nei dibattimenti processuali, astuto espediente per fondere straniamento e amara morale: in sostanza, gli attori, sempre in scena e in abiti moderni, interpretano i loro ruoli ma ogni tanto, per parlare col giudice (a turno interpretato da tutti, perché tutti "siamo" sospettati) escono dalla storia e raccontano di Mackie Messer, tradito dalla prostituta Jenny e dal corrotto capo della polizia, ricercato per aver rapito Polly, la figlia del trafficante di mendicanti e elemosine Mr.Peachum.
 

DAMIANO MICHIELETTODAMIANO MICHIELETTO

Il teatro di Michieletto è specchio del mondo: la scena di Paolo Fantin ricorda il G8 di Genova, i poveri hanno i salvagenti dei migranti e alla fine non trionfa la giustizia ma il denaro: «il mondo resta sempre come è». Lo spettacolo manca di un po' di intelligenza corrosiva, ma non è più sentenzioso dell' originale; è imperfetto ma non il disastro che certi mugugni alla "prima", alcuni già prima che si alzasse il sipario, esprimevano. È interessante il contrappunto Peachum e Mackie, a vantaggio del primo, sfaccettato, ambiguo mentre il secondo è sbruffone e strafà, forse perchè Peppe Servillo recita il meno possibile e Marco Foschi, no, così emozionato al debutto da incappare in un paio di stonature nei song.

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Risulta vivo il clima istericamente adrenalinico, l' assenza di amore (Polly che fa a pezzi il principe azzurro-bambolotto è una bella idea) e gli attori: la Jenny dei Pirati di Rossy De Palma, malinconica iperdonna, il cantastorie- Brecht di Giandomenico Cupaiuolo, Margherita Di Rauso, Maria Roveran, Sergio Leone, Stella Piccioni, Pasquale Di Filippo, Claudio Sportelli, Martin Chishimba, Jacopo Crovella, Daniele Molino, Walter Matthieu Pastore, Luca Criscuoli, Sara Zoia,Lucia Marinsalta, Sandya Nagaraya, Giulia Vecchio, Lorenzo Demari. Non tutti perfetti nei song ma li sostiene sicura l' orchestra "Verdi" diretta da Giuseppe Grazioli.
 

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