COME CONVINCERE I TEDESCHI DEL FATTO CHE RESTARE NELL’EURO VALE LA PENA? - CI PENSA LA MERKEL, CON L’AIUTO DI DRAGO DRAGHI, A RICORDARE ALLA PIÙ IMPORTANTE DELLE ASSOCIAZIONI IMPRENDITORIALI TEDESCHE CHE IL 40% DEL LORO EXPORT VA NEGLI ALTRI PAESI DELL'AREA EURO: SE LI MANDIAMO A GAMBE ALL’ARIA A CHI LE VENDIAMO LE MERCEDES? - EPPURE L’EURO-SCETTICISMO È DILAGANTE: LA CRISI RISCHIA DI CONTAGIARE ANCHE LA GERMANIA…

Alessandro Merli per "Il Sole 24 Ore.it"

«Fare marcia indietro dall'euro è impossibile. Impegnarsi per l'Europa vuol dire impegnarsi per la Germania». Il presidente della Bdi, la più importante delle associazioni imprenditoriali tedesche, Hans-Peter Keitel, ieri è stato molto esplicito, davanti all'assemblea dei soci a Berlino, cui sono intervenuti anche il cancelliere Angela Merkel e il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi.

La signora Merkel gli ha fatto eco. «La Germania non è un'isola, non si può sganciare dallo sviluppo economico dell'Europa», ricordando che il 40% dell'export tedesco va negli altri Paesi dell'area euro. Ma è toccato a Draghi spiegare alla platea degli industriali i benefici che la Germania, un'economia votata all'esportazione, deriva dall'euro; una spiegazione che spesso i politici tedeschi, timorosi di urtare il crescente risentimento dell'opinione pubblica verso l'euro, sono riluttanti a dare. Inflazione bassa e tassi di cambio stabili, ha detto Draghi, consentono alle imprese tedesche di prosperare, puntando sui loro punti di forza, prodotti avanzati e innovativi.

Non solo la quota dell'export tedesco verso l'Eurozona è aumentata dal 25% del 1999, alla nascita dell'euro, ma la partecipazione alla moneta unica ha contribuito anche a un incremento del 20% dei commerci fuori dall'area euro. Il 65% degli investimenti esteri diretti arriva in Germania da imprese di altri Paesi dell'Eurozona e da essi, ha ricordato Draghi, dipendono più di un milione e mezzo di posti di lavoro.

L'industria tedesca è stata tradizionalmente una delle forze propulsive della creazione dell'unione monetaria, convinta com'era di potere in questo modo eliminare le svalutazioni competitive dei suoi concorrenti, soprattutto italiani. E a lungo ha sostenuto questa posizione. Oggi, però, le opinioni anche nel mondo imprenditoriale sono molto più variegate.

Uno dei predecessori di Keitel alla Bdi, Hans Olaf Henkel, in passato un sostenitore della moneta unica, si è fatto portatore l'anno scorso della proposta di una scissione dell'Eurozona, con la creazione di un "euro del Nord", capeggiato naturalmente dalla Germania, e di un "euro del Sud", ed è oggi molto vicino ai Freie Waehler, un movimento euroscettico che sta prendendo forza soprattutto in Baviera, causando uno spostamento verso le sue posizioni dei cristiano-sociali, gli alleati della signora Merkel.

Un'altra figura di spicco dell'industria tedesca, Wolfgang Reitzle, amministratore delegato del gruppo Lindem, ha chiesto esplicitamente l'uscita della Germania dall'euro. Nel Mittelstand, le medie imprese che sono la spina dorsale dell'industria tedesca, cresce il disincanto verso il futuro dell'unione monetaria.

Per ora, il grosso dell'industria è con il cancelliere, in linea con l'opinione pubblica più in generale. Keitel ha parlato ieri di «rispetto, apprezzamento e gratitudine» per come la signora Merkel sta gestendo la crisi, ma si è fatto anche portavoce di un sentimento diffuso secondo cui «la Germania non può salvare l'Europa da sola».

Le preoccupazioni principali dell'industria tedesca riguardano però l'impatto che la crisi dell'Eurozona sta cominciando ad avere anche sulla Germania, e sui conti delle imprese. La crescita di quest'anno, secondo la Bdi, sarà dell'1%, ma l'impatto negativo del secondo semestre, ha detto ieri Keitel, peserà sul 2013. L'indice Ifo della fiducia delle imprese, annunciato lunedì, ha mostrato il quinto calo mensile consecutivo, con valori particolarmente negativi sulle aspettative per il futuro. Il quadro fornito dalla somma dei dati Ifo e dell'indice Pmi, che riflette a sua volta l'andamento del settore privato, porta a prevedere un terzo trimestre a crescita negativa, secondo Alexander Koch, economista di Unicredit.

La crisi dell'Eurozona è il fattore principale dietro la frenata di un'economia che, non va dimenticato, fino all'anno scorso marciava a pieno regime, mentre molti altri Paesi d'Europa erano già avviati verso la recessione. Nel secondo trimestre di quest'anno, rispetto allo stesso periodo del 2011, gli ordini all'industria dagli altri Paesi dell'Eurozona sono calati del 13%, secondo uno studio sull'economia tedesca diffuso ieri dal colosso assicurativo Allianz.

Il peso dell'area euro nel surplus dei conti correnti tedeschi era il 65% del totale nel 2009, oggi è in rapida discesa verso il 30 per cento. La crisi dell'Eurozona, sostiene Michael Heise, capo economista di Allianz, sottrarrà probabilmente un 1% alla crescita tedesca di quest'anno, che si fermerà, nelle sue previsioni, allo 0,8. Ma che dovrebe recuperare all'1,5% nel 2013.

Sempre che le politiche europee per stabilizzare la crisi, a partire da quelle della Bce, portino risultati.
Nella platea di Berlino, ad ascoltare Draghi, c'erano molte facce preoccupate. E, nelle conversazioni con imprenditori tedeschi, trapela più di un dubbio sulle scelte della Bce, ma emerge anche la speranza che abbiano successo.

 

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