DITE AL MINISTRO PER CONTO TERZI CHE DUE ITALIANI SONO STATI CONDANNATI ALL’ERGASTOLO IN INDIA - LA CORTE SUPREMA CONFERMA: CARCERE A VITA PER TOMASO BRUNO ED ELISABETTA BONCOMPAGNI, ACCUSATI DELL’ OMICIDIO DI UN COMPAGNO DI VIAGGIO - UN PROCESSO KAFKIANO CONCLUSO IERI - I DUE INIZIANO LO SCIOPERO DELLA FAME - L’AUTOPSIA SUL CORPO DELLA VITTIMA EFFETTUATA DA UN OCULISTA…

Pierangelo Sapegno per "la Stampa"

Le brutte notizie per Tomaso ed Elisabetta sono arrivate ieri alle 4 del pomeriggio: la Corte Suprema di Allahabad ha respinto il ricorso contro l'ergastolo presentato dai loro avvocati. Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, lui di Albenga, lei di Torino, sono detenuti nel District Jail di Varanasi dal 7 febbraio 2010, accusati di aver ucciso il loro compagno di viaggio Francesco Montis, morto due giorni prima nella sua camera dell'Hotel Buddha.

Adesso, per protesta, hanno cominciato uno sciopero della fame e della sete. Marina Maurizio, la mamma del ragazzo, grida che non molleranno mai: «Porterò a casa mio figlio da innocente!». La notizia ieri è giunta del tutto inaspettata. Dopo un primo processo quasi surreale, durato 19 mesi e 150 udienze, fra ritardi e rinvii causati da tutto, anche dal traffico, in mezzo a testimonianze kafkiane, interrogatori infiniti, cani in aula e pioggia sui banchi, il ricorso alla Corte Suprema era sembrato, al confronto, di mero stile anglosassone, puntuale e veloce.

In primo grado i due giovani erano stati condannati all'ergastolo perché l'autopsia, eseguita da un oculista invece che da un anatomopatologo, aveva rinvenuto dei lividi sul corpo di Francesco Montis, «provocati evidentemente da una colluttazione», come recitava la sentenza. Presso l'Alta Corte di Allahabad, l'avvocato Vibhu Shankar ha cercato di dimostrare come quell'autopsia non fosse credibile: «La vittima soffriva di cuore. È morto per quello».

Poi ha ripetuto che i due ragazzi non avevano motivo di ucciderlo (lui era il fidanzato di Elisabetta, anche se forse negli ultimi tempi il loro era diventato una sorta di rapporto a tre) e che erano stati proprio loro a chiamare i soccorsi: «L'avrebbero mai fatto sapendo di essere gli assassini? Sarebbe stato molto più logico uscire dalla camera o addirittura scappare».

Cinque giorni fa l'ultima udienza. E il clima questa volta era molto positivo, pieno di speranze. Il verdetto era atteso dopo quindici giorni. Anche per questo il papà di Tomaso era rientrato in Italia. Nessuno si attendeva una decisione così veloce. E pochi pensavano potesse essere così terribile per i due giovani italiani. Sulla pagina di Facebook, Marina Maurizio, la mamma di Tomaso, fa sapere subito che «di certo non molleremo mai!!! Ora dobbiamo riflettere e studiare bene le mosse. Poi la lotta riprenderà più forte di prima, ma sono sicura che Tomaso ritornerà a casa da innocente quale è!».

Ai giornalisti scrive una mail per far sapere che «non faremo commenti e non rilasceremo dichiarazioni prima di aver incontrato l'ambasciatore, dottor Giacomo Sanfelice». Domani andrà in carcere con l'avvocato per dare la notizia ai due ragazzi. Le condizioni nel District Jail non sono terribili, anche se si fa la doccia tutti insieme nel cortile con i secchi d'acqua, «si mangia vegetariano e si beve solo l'acqua del pozzo». Da ieri Tomaso ed Elisabetta non mangiano e non bevono più, «in segno di protesta», spiega la madre, «contro le nostre istituzioni, per la mancata tutela di due cittadini italiani ingiustamente condannati senza prove e senza movente».

 

GIULIO TERZI DI SANT AGATA MARIO MONTI A NEW YORK jpegTOMMASO ED ELISABETTA A VARANASI IN ATTESA DEL PROCESSOTOMASO BRUNO ELISABETTA BONCOMPAGNI TOMASO BRUNO ED ELISABETTA BONCOMPAGNI

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