MANDELA ERA UOMO DI PACE MA NON UN PACIFISTA - DOPO LA STRAGE DI SHARPVILLE DEL 1960, CONVINSE L’AFRICAN NATIONAL CONGRESS CHE BISOGNAVA PRENDERE LE ARMI CONTRO I BIANCHI

Bernardo Valli per "la Repubblica"

Sharpeville è una borgata di quello che allora si chiamava ancora il Transvaal. Parlo del 1960. Era una township dalla quale i neri potevano uscire soltanto con un lasciapassare per andare a lavorare nelle zone dei bianchi, e nella quale dovevano rientrare la notte.

Quando noi cronisti arrivammo era già trascorsa una settimana dal massacro. Sessantanove cadaveri, annotai, e centottanta feriti. Tra gli uccisi c'erano alcune donne, con i bambini che portavano con sé quando andavano a servire le famiglie di origine inglese o boera. Sulle porte di alcune case c'erano dei nastri neri in segno di lutto. Quelli bianchi indicavano che la vittima non era un adulto.

Sharpeville era stata ripulita. Le tracce di quel che era accaduto il 21 marzo erano visibili soltanto sui muri delle case basse, al massimo a un piano. C'erano i graffi dei proiettili. Per ammazzare una settantina di esseri umani e per ferirne quasi duecento bisogna sparare parecchio. Ma gli afrikaner non lesinavano i mezzi per imporre l'Apartheid, istituzionalizzato al fine di separare lo sviluppo di bianchi e neri, vale a dire di segregare i neri, privati dei diritti civili e politici riservati ai bianchi.

Quello che accadde a Sharpeville fu per Nelson Mandela una staffilata. A quarantadue anni era già un militante importante nell' African National Congress, ma il massacro del 21 marzo lo trasformò in un uomo pronto all'azione armata. Amava la pace, ma non era un pacifista. Allora, dopo Sharpeville, convinse l'ANC che la strategia della non violenza era ormai superata, poiché in mezzo secolo non aveva dato alcun risultato. Bisognava dunque ricorrere alle armi.

In quella primavera del '60, come reporter di pelle bianca più che evitare la polizia bisognava vincere la diffidenza degli africani. Subito dopo il massacro ne erano stati rinchiusi in campi di concentramento almeno ventimila. Era comprensibile che non si fidassero troppo di chi non aveva la pelle nera. Il governo dominato dal National Party (il cui capo, Hendrick Verwoerd, era stato l'architetto dell'Apartheid) ne avrebbe arrestati molti di più, ma le industrie, le fattorie, e in particolare le miniere d'oro senza le braccia degli africani neri sarebbero rimaste paralizzate.

Quindi le regole erano state rafforzate, soprattutto erano state imposte ulteriori restrizioni alle concessioni dei lasciapassare (estesi anche alle donne), ma la repressione dopo la violenza a Sharpeville e in altre township non aveva avuto l'ampiezza auspicata dal governo. Gli industriali, in gran parte di origine inglese, mentre gli agricoltori erano di origine boera, non volevano subire troppi danni.

Non volevano restare senza braccia. Molti morti erano stati colpiti alle spalle. C'era chi mostrava le camice bucate dai proiettili. Una donna mi mise sotto il naso quella di un congiunto, senza dire una parola. La manifestazione contro l'inasprimento della legge sui lasciapassare aveva raccolto cinque-settemila persone. Le quali si stavano disperdendo quando la polizia aveva intensificato gli spari ad altezza d'uomo.

Nel giugno dell'anno successivo Nelson Mandela creò e comandò Umkhonto we Sizwe,
la Lancia della patria, l'organizzazione armata dell'ANC. Il quarantenne elegante, amante delle donne, del pugilato, del ballo, della musica, visitò clandestinamente almeno dieci paesi africani, dall'Etiopia all'Algeria, per imparare l'arte del guerrigliero e quindi apprendere l'uso degli esplosivi e il funzionamento di mitra e pistole.

Ha spiegato con chiarezza questo estremo ricorso alla lotta armata. A determinare il tipo d'azione - ha detto e scritto - è sempre l'oppressore; l'oppresso non può che scegliere la forza, se l'oppressore la usa contro le legittime aspirazioni popolari, se rifiuta un vero dialogo. E' sempre meglio risolvere i conflitti col cervello che col sangue, ma a volte non c'è scelta. Questa, per lui, era la situazione dopo Sharpeville.

Tuttavia Mandela si è dedicato poi a organizzare soprattutto scioperi e campagne di disobbedienza civile. Si travestiva. Si muoveva clandestinamente. Cosi è sfuggito alla polizia per più di un anno. Fino all'agosto '62 quando fu arrestato. Lo chiamavano il «montone nero». Nell'Africa del Sud Gandhi aveva lasciato una traccia, degli insegnamenti : giovane avvocato, prima di ritornare in India, aveva difeso con iniziative non violente i diritti dei suoi connazionali.

Mandela non ignorava certo l'eredità di Gandhi. Ma è rimasto un uomo d'azione. I suoi modelli non erano i pacifisti. Lui non lo era. Sarà non violento quando potrà esercitare la violenza e non lo farà. Questa è stata la sua nobiltà. Una nobiltà africana, senza odio e desiderio di vendetta, o di rivalsa, che ne ha fatto un grande leader carismatico.

Nei giorni che seguirono il massacro di Sharpeville, decisivo per Mandela, ho frequentato la società sudafricana. Ho incontrato il liberale Openheimer, padrone delle miniere d'oro. Aveva una visione ben precisa della società, la voleva articolata in imprenditori, lavoratori e consumatori. E quindi si opponeva o criticava l'Apartheid.

Ma ricordo un medico italiano, emigrato per sfuggire negli anni Cinquanta a quello che considerava l'imminente arrivo al potere dei comunisti a Roma. Egli tenne a Johannesburg una conferenza scientifica per spiegare la diversa natura dal sangue dei neri e dei bianchi. Rammento anche il pittore alla moda che aveva dotato la sua residenza con sofisticati allarmi elettrici.

Non li aveva installati per tenere lontano i ladri, ma per non essere sorpreso dalla polizia che poteva coglierlo di notte con l'amante indiana sotto lo stesso tetto. E questo sarebbe stato un delitto punibile con qualche scudisciata. Gli allarmi elettrici consentivano all'amante indiana di ritirarsi sotto un altro tetto, nella baracca costruita appositamente per lei nel giardino. In quei giorni Mandela resisteva nella clandestinità, e noi ignoravamo il suo nome.

 

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