SANITÀ DA CINEPIRELLONE - CAPODANNO A RIO È L’ULTIMA PUNTATA DELLA TELENOVELA DI “COMUNIONE E FATTURAZIONE”: PRIMA DELLE ANTILLE, LA CAPATINA SULLE SPIAGGE BRASILIANE DI FORMINCHIONI&CO. - ALBERGHI E CENE DI LUSSO SUL CONTO (OFF SHORE) DI DACCÒ: IL FACCENDIERE ERA INVISIBILE AL FISCO GRAZIE ALLA RESIDENZA DI COMODO A LONDRA - I SOLDI GUADAGNATI CON LE INTERMEDIAZIONI REINVESTITI IN CASE DI CURA PRIVATE. CHE VENIVANO SPOLPATE FINO ALL’ULTIMO EURO DI RIMBORSO PUBBLICO E POI MANDATE IN FALLIMENTO…

Gianluca Di Feo e Luca Piana per "l'Espresso"

Quando arrivava Piero Daccò era festa. Tutti i migliori chef d'Italia lo deliziavano con i loro manicaretti: da Gualtiero Marchesi alla Cassinetta di Lugagnano, dall'Enoteca Pinchiorri a le Calandre di Massimiliano Alajmo, un tripudio di stelle Michelin, un trionfo di alta cucina e prezzi siderali. Ma lui sapeva essere generoso anche con i camerieri: una sera da Cracco Peck, a Milano, paga 12.375 euro e ne lascia ben 1.125 di mancia, molto più di uno stipendio. Faceva sempre cifra tonda: 7.214 di conto e 486 di mancia; 7.011 al ristoratore e 489 al personale.

Un vero signore, che metteva sulla tavola dei suoi commensali leccornie sublimi, aragoste e champagne, tarfufi e bottiglie di Sassicaia. Tanto sapeva come rifarsi: non pagava le tasse. L'uomo da 70 milioni di fondi neri per il Fisco non esisteva: era residente a Londra. Peccato che in dieci anni le sue carte di credito testimonino la presenza in Gran Bretagna per una sola notte, il resto della sua vita scorreva tra Padania e Sud America, tra cene eleganti e vacanze di gruppo altrettanto importanti per chi ha fatto i soldi - come lui ha dichiarato - mediando tra la sanità privata e la Regione Lombardia.

I magistrati lo accusano di avere intascato fondi neri colossali, ma negli interrogatori - come ha chiosato il suo difensore Giampiero Biancolella - "c'è un convitato di pietra: il reato di corruzione".

PRIMA TAPPA AL SATYRICON
Il Natale il gran lobbista lo trascorreva in famiglia, con un presepe molto personale: possedeva terreni pure a Nazareth, frutto di vecchie operazioni immobiliari. Poi partiva per le Antille con i soliti amici: due settimane di assoluto relax. In casa Daccò raccontavano che Roberto Formigoni era sempre presente, ospite fisso dell'allegra brigata, e c'è traccia di lunghi soggiorni ai Caraibi nel gennaio 2008, 2009 e 2010. Stando alle loro parole, solo nel 2007 gli impegni del governatore avevano costretto la comitiva a ridurre i tempi di un viaggio verso altre mete: Capodanno a Rio, un vero cinepattone sulle spiagge di Copacabana.

La prima tappa ha un nome evocativo: Satyricon, come il banchetto sfrenato del ricco Trimalcione a cui è dedicato il ristorante sul mare di Buzios, paradiso carioca amato da Brigitte Bardot. La sera dopo è la volta dell'Antiquarius, angolo verde nel cuore della metropoli. Poi si vola a San Paolo, con il panorama mozzafiato dal 41mo piano del Terraco Italia che domina tutte le luci della città.

Prima del Brasile, però, c'era stato un evento ancora più esclusivo: in Patagonia per il Capodanno più lungo che esista, nella punta estrema del continente. Nella Terra del Fuoco Daccò sborsa quasi 20 mila euro per offrire lo spettacolo del giorno senza fine, con luce anche in piena notte. Un tour de force tra Argentina e Brasile di soli nove giorni, forse perché Formigoni doveva volare in India, per una missione ufficiale conclusa poi a Bollywood.

Alle Antille come in Costa Smeralda, le gite di Daccò & Formigoni sono state tante. "Vacanze di gruppo, poi alla fine ognuno pagava qualcosa", come ha ripetuto il celeste amministratore della Lombardia, che sostiene di "avere buttato via le ricevute dei suoi contributi".

Chi negli anni li ha visti sbarcare ai Tropici ricorda il pallore e il look hawaiano del governatore mentre Daccò sfoggiava abiti di lino su misura: stando alle sue deposizioni, far abbronzare la gente è stato il suo primo mestiere, con una catena di centri estetici aperta insieme a Renato Botti, poi direttore generale del San Raffaele, l'ospedale di don Verzè che affiderà a Daccò il delicato compito di rifornirlo a Lugano di denaro in contante per oltre 5 milioni di euro.

Il lusso forzato delle sei carte di credito con una sequela infinita di pasti luculliani, shopping di gioielli da Cartier, hotel a cinque stelle è la routine per un lobbista che ha accumulato fiumi di quattrini risolvendo le controversie tra i colossi della sanità e il Pirellone. Che, come avvenuto lo scorso settembre, era in grado di prelevare dalla Banca della Svizzera Italiana 500 mila euro in contanti. E che però ha sempre ignorato il Fisco.

SPECIALISTA IN EVASIONE
Già oggi, infatti, una certezza un po' imbarazzante sui viaggi dorati del tour operator Daccò esiste. Ed è il fatto che il facoltoso imprenditore quelle spese se le poteva permettere, che fossero per sé o per gli amici, anche perché al Fisco italiano era uno sconosciuto. A dispetto degli affari milionari che stanno emergendo ora, sono infatti anni che non presenta nemmeno la dichiarazione dei redditi. La motivazione? Perché, ufficialmente, nel 1997 ha trasferito il suo domicilio a Londra e in Italia non possiede "nemmeno un motorino", come ha spiegato al giudice Vincenzo Tutinelli, dopo l'arresto dello scorso novembre.

Giancarlo Grenci, l'uomo dei conti segreti, il fiduciario trapiantato a Lugano che ha rivelato ai magistrati la complessa architettura offshore del sodale di Formigoni, ha raccontato che quella residenza londinese era fittizia: "Le pratiche per la domiciliazione le ha curate il mio ufficio e l'indirizzo lo ha fornito il nostro corrispondente", ha detto, spiegando che la mossa era tesa unicamente a "ottenere vantaggi di natura fiscale".

La versione di Grenci, oltre che dalle carte di credito, sembra confermata dal prospetto delle uscite dai conti personali di Daccò dal 2006 a oggi, fornito dal fiduciario agli investigatori. Per i primi quattro anni del prospetto, il totale di quelle rubricate sotto la voce "Residenza Londra" è di appena 5.065 sterline dal conto corrente alla Hsbc e di altri 1.176 franchi svizzeri da quello presso la Raiffeisen. Una cifra troppo modesta per sostenere i costi di una vera abitazione, visti gli standard della capitale inglese.

La situazione cambia nel 2010, quando Daccò si sposta a Lugano, dove si ricongiunge alla moglie, fino a quel momento rimasta a Sant'Angelo Lodigiano. "Mi sono trasferito per essere più vicino e dare a mia moglie la possibilità di raggiungermi", ha spiegato al giudice. Al di là della comodità, è possibile però fare un'altra ipotesi sui motivi contingenti del trasloco.

È lo stesso Daccò, infatti, a raccontare che l'Agenzia delle Entrate di Lodi gli aveva contestato la falsa residenza all'estero, facendo accertamenti sulle mancate dichiarazioni dal 2005 al 2007 (alcuni già definiti) e segnalandolo alla locale Procura. Interpellata da "l'Espresso", l'Agenzia non ha commentato le rivelazioni di Daccò. È però possibile ipotizzare che, dato il vorticoso giro di yacht, voli privati, vacanze di lusso e affari milionari che è emerso nel frattempo, gli uomini del Fisco non si fermeranno a quanto fatto finora.

IL TERZO CIELLINO D'ORO
Le indagini della magistratura di Milano raccontano però anche un'altra storia. Perché Daccò e il suo socio Antonio Simone, finito pure lui agli arresti, non si sono limitati al ruolo di consulenti, apprezzati per le loro entrature in Regione Lombardia. I due si sono spartiti consulenze a sei zeri, per un totale che supera i 70 milioni. E hanno provato a mettersi in proprio, diventando loro stessi imprenditori nel settore della sanità.

Daccò racconta di essersi buttato nel business delle case di riposo all'inizio degli anni Novanta e di averne costruite cinque con una cooperativa fondata con un altro ciellino doc, Claudio Cogorno. Ne cita tre, tutte in Lombardia, a Casei Gerola, Cernesina e Pellio d'Intelvi. Altri nomi non ne fa ma queste tracce sembrano portare dritto a una cooperativa che, nel settore, si è ritagliata una fetta di tutto rispetto, la Icos, di cui Cogorno è un esponente di spicco pure oggi.

Daccò racconta di non essere più tra i soci: "Vi avevo investito un miliardo e 700 milioni di lire, non ricordo quanti ne ho presi quando ne sono uscito nel 2000 o nel 2001". Per uno come lui, quelli sono spiccioli. A quell'epoca, però, la Icos era già lanciata. Proprio a partire dal 2001 arrivano soldi e finanziamenti agevolati dalla Regione Lombardia: un milione di euro nel primo anno a fondo perduto come "contributi straordinari per anziani", altri 2,5 per la riconversione di un edificio a Milano adibito a residenza per la terza età. Al 2009, il totale dei contributi arriva a 9 milioni. Oltre, ovviamente, ai rimborsi che anno dopo anno piovono dalle Asl per i posti letto accreditati con il sistema sanitario nazionale.

Daccò, però, è riuscito anche a diventare per un breve periodo il proprietario di un vero e proprio ospedale, il San Giuseppe di Milano, a pochi passi da Sant'Ambrogio. L'imprenditore ne rileva la gestione con un contratto di affitto a lungo termine nel 2006, appoggiandosi a un socio del settore. Con Daccò, stando a quanto ha raccontato ai magistrati, c'è anche Simone, nascosto nella cordata di soci che si cela dietro la fiduciaria Cordusio.

La coppia Daccò-Simone non porta però benefici al San Giuseppe, che vive un paio d'anni tra i litigi dei soci, l'andamento negativo dei conti, la chiusura di alcuni reparti non a norma. Nell'interrogatorio di fronte al giudice Tutinelli, Daccò racconta che il San Raffaele vorrebbe entrare nella partita ma che, nel 2008, è lui stesso a dover vendere a un nuovo proprietario (il gruppo Multimedica). "Mi è rimasto sullo stomaco", dice. Sarà vero. La fine dell'avventura, rivelano i bilanci, porta però una plusvalenza di 25 milioni di euro, che deve aver contribuito ad addolcire la pillola dell'insuccesso.

QUEGLI AFFARI COSÌ FUMOSI
Al di là della sanità, il tesoro di Daccò sembra essere molto variegato. Lui racconta che i vecchi rapporti con l'Ordine dei Fatebenefratelli, che poi è arrivato ad accusarlo di truffa, gli hanno lasciato in eredità terreni a Nazareth di cui si è riappropriato di recente al termine di una lunga battaglia legale e dove "posso costruire e vendere 34 mila metri quadrati di roba".

Poi ci sono le ville in Costa Smeralda, a due passi da Cala di Volpe e dal prestigioso Golf Club del Pevero. Una è stata venduta ad Alberto Perego, un "memores domini" di Cl che, a Milano, vive nella stessa casa comune di Formigoni e con l'allegra brigata ha condiviso anche alcune vacanze tropicali. Una seconda, invece, è intestata a una ditta della famiglia di Simone, con usufrutto riservato però a una società neozelandese. E poi ci sono gli affari immobiliari in Cile e in Argentina, dove Daccò ha raccontato di aver fatto favolosi incassi sia come consulente che vendendo appartamenti in nero e di prevedere grandi ricavi anche nei prossimi anni. Quando gli ha chiesto di spiegare le sue attività in America Latina, a dire il vero, il giudice Tutinelli non è sembrato molto soddisfatto delle risposte. "È molto fumoso", ha osservato. "Non dica a me", ha ammesso Daccò.

 

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