BERLINO SPECULA SULLE DISGRAZIE ALTRI: I TITOLI DEI PAESI IN DIFFICOLTÀ FRUTTANO ALLA GERMANIA 2,6 MILIARDI (ECCO PERCHÉ ALLA MERKEL CONVIENE TENERE L’EUROPA IN GINOCCHIO)

Ton. Mas. per "la Stampa"

Peccato che notizie come queste finiscano sempre nascoste, se non taciute, dai giornali tedeschi. Il tanto vituperato programma di acquisti di titoli di Stato italiani, spagnoli e di altri Paesi che il presidente della Bce Jean-Claude Trichet inaugurò nel 2010 per salvarli dalla bancarotta, per i tedeschi è stato un affare. Bisogna ricordare che quelle operazioni straordinarie causarono una profondissima spaccatura in Europa, più o meno tra la Germania e il resto del continente.

E nella Banca centrale europea, quel programma battezzato «Smp», costò all'Eurotower le dimissioni di ben due tedeschi dai vertici, convinti che l'acquisto dei bond sovrani sul mercato secondario equivalesse a un aiuto diretto agli Stati, vietatissimo dai Trattati. Se ne andarono il capoeconomista, Jurgen Stark, e persino il presidente della Bundesbank e candidato della Merkel alla successione di Trichet, Axel Weber.

Ora, a distanza di quattro anni, proprio dai bilanci della Bundesbank emerge che comprare i titoli dei paesi in difficoltà, che avevano all'epoca rendimenti alle stelle, ha regalato 2,6 miliardi di euro di interessi alla banca centrale tedesca - dunque allo Stato, visto che gli utili vengono girati al ministero delle Finanze, dunque ai contribuenti. E siccome la Bce tiene in pancia in totale circa 180 miliardi di bond sovrani - non solo di Paesi nei guai - nel 2013 la Buba, guidata ora da un altro iper rigorista criticissimo con l'acquisto dei titoli, Jens Weidmann, ha incassato in tutto 7,3 miliardi di euro.

In generale, il bilancio del 2013 è positivo per la Bundesbank: ha totalizzato 4,6 miliardi di euro di utili - il record dal 2008 e otto volte quanto guadagnato un anno prima. Le attese erano di un risultato attorno ai due miliardi. Il ministro delle Finanze tedesco Schäuble userà circa due miliardi per ridurre il debito. E il boom di utili, soprattutto, è anche un risultato dei mancati accantonamenti degli anni precedenti, dettati dai timori di un'implosione dell'euro. Ma per il presidente Weidmann «è ancora presto» per annunciare la fine della crisi.

 

 

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