CHE RAZZA DI SINDACO – L’ULTIMA BAGGIANATA DEL POLITICAMENTE CORRETTO ARRIVA DA CHICAGO: LA SINDACA DEMOCRATICA LORI LIGHTFOOT, AFROAMERICANA E OMOSESSUALE, HA STABILITO CHE RILASCERÀ INTERVISTE INDIVIDUALI SOLTANTO A GIORNALISTI NERI – SI È INCAZZATA ANCHE L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEI REPORTER DI COLORE E ANCHE ALL’INTERNO DEL PARTITO C’È CHI L’HA CRITICATA: “ABOMINEVOLE RAZZISMO ANTI-BIANCO”

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Stefano Graziosi per “La Verità”

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Il delirio del politicamente corretto prosegue imperterrito la sua cavalcata. Le ultime notizie ci giungono da Chicago, dove il sindaco dem Lori Lightfoot - prima donna afroamericana e apertamente omosessuale a ricoprire questa carica - se n'è uscita con una «interessante» novità.

 

In occasione del suo secondo anniversario come prima cittadina, ha stabilito di rilasciare interviste individuali esclusivamente a giornalisti di colore. La decisione, ha spiegato in una lettera, è nata dal fatto che la maggioranza dei giornalisti di Chicago che seguono il Comune sarebbe di etnia bianca. Le polemiche sono arrivate abbastanza presto.

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È per esempio il caso di Gregory Pratt, reporter ispanico del Chicago Tribune, che ha deciso di cancellare un'intervista già fissata con il sindaco, dopo aver invano chiesto la rimozione di questa nuova regola. Non solo: la Lightfoot ha anche affermato che in città non ci sarebbero giornaliste di colore che si occupano di politica comunale.

 

Un'affermazione smentita dalla radio pubblica Wbez, che ha sottolineato come, tra i suoi tre reporter, vi siano due donne (una ispanica e una asiatica). Duro il commento del Wall Street Journal che ha accusato la prima cittadina di razzismo: una posizione fatta propria anche dal giornalista di Fox News, Tucker Carlson.

 

Pur plaudendo alla «sensibilità» del sindaco in materia di diversità, la National association of black journalists ha tuttavia reso noto di non sostenere l'«esclusione di giornalisti». La polemica ha ben presto assunto dei contorni politici, con la deputata samoana Tulsi Gabbard (una dem spesso poco allineata al suo partito) che ha criticato la Lightfoot, parlando di «abominevole razzismo anti-bianco» ed esortando Joe Biden e Kamala Harris a chiedere le dimissioni della prima cittadina.

 

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Effettivamente la questione è incresciosa. In primis, la pretesa del sindaco evidenzia - una volta di più - come un certo mondo politico anteponga fattori quali etnia e sesso alle competenze e al merito individuali. Il valore e la dignità non sono più, cioè, legati alla persona, ma alla sua categoria di appartenenza: un tipo di mentalità che balcanizza la società, alimenta il conflitto e che, nel Novecento, ha finito col produrre delle mostruosità inenarrabili.

 

In secondo luogo, si scorge un ulteriore elemento inquietante: e cioè quello di un potere politico che pretende di intromettersi nell'attività della stampa. Il che è strano, visto che, negli anni della presidenza Trump, il Partito democratico non ha fatto che ribadire la necessità di un giornalismo libero dalle interferenze del potere.

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Qualcuno magari obietterà che, nel caso presente, la Lightfoot lo faccia a fin di bene, per salvaguardare la «diversità». Peccato che le cose non stiano così: in una democrazia liberale il fine non giustifica i mezzi (questo semmai succede nei regimi) e, soprattutto, il potere politico (a qualunque livello) non dovrebbe permettersi di sindacare su come una testata giornalistica debba comportarsi (dalla sua linea editoriale alle assunzioni). C'è quindi da chiedersi se, dietro la questione etnica, non si celi in realtà un obiettivo di intimidazione nei confronti dei media.

 

Del resto, che il sindaco tema una stampa guardinga è comprensibile. Negli scorsi giorni, si sono verificate proteste da parte di associazioni che, a partire dai sindacati di insegnanti e polizia, sono scontente del suo operato. E attenzione: perché alcune di queste organizzazioni, come United working families, gravitano attorno al Partito democratico. Problemi, poi, si registrano anche in materia di sicurezza.

 

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Secondo quanto riferito venerdì dal Chicago Sun-Times, le sparatorie in città sarebbero aumentate del 36% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre gli omicidi avrebbero registrato un incremento del 19%. In tutto ciò, a gennaio, il sindaco ha tacciato di razzismo un consigliere comunale del suo stesso partito, che si era opposto al rafforzamento della protezione per gli immigrati clandestini.

 

Veniamo poi al «capitolo iconoclastia». Nel 2020, in piena smania da Cancel culture, la Lightfoot ha fatto rimuovere ben tre statue di Cristoforo Colombo: una rimozione che sostenne essere temporanea e che la portò a creare una commissione per la revisione dei monumenti nel nome di una «guarigione razziale».

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Ad aprile, un'associazione italoamericana si è fatta avanti, chiedendo al Comune che (almeno) una delle tre statue del navigatore venga ripristinata. Sorge quindi il «vago» sospetto che, con le interviste etniche, la Lightfoot abbia puntato a gettare fumo negli occhi, per evitare i riflettori sui suoi guai politico-amministrativi.

 

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 Eppure il problema resta una mentalità di fondo che crede di poter garantire il progresso sociale a suon di quote e ghettizzazioni. L'esatto opposto di quello in cui credeva il reverendo Martin Luther King, che concepiva il superamento del segregazionismo all'interno di un discorso di unità nazionale: non soffiando sul fuoco della conflittualità. Una lezione che certo attivismo odierno sembra aver dimenticato, in un delirio neo-puritano che abbatte monumenti e che divide le persone in base al colore della pelle.

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