E CON LE MANI XIAO XIAO - IL SUPERFINANZIERE CINESE XIAO JIANHUA, RAPITO CINQUE ANNI FA DAI TIRAPIEDI DEL GOVERNO, E' STATO CONDANNATO A TREDICI ANNI DI GALERA (E DI SILENZIO) DALLA CORTE DEL POPOLO DI SHANGHAI PER "ACQUISIZIONE ILLEGALE DI FONDI PUBBLICI E CORRUZIONE" - GESTIVA IL DENARO DELLE FAMIGLIE PIU' RICCHE DEL PAESE, AVEVA AIUTATO LA SORELLA E IL COGNATO DEL PRESIDENTE XI JINPING A CEDERE LE LORO PARTECIPAZIONI DI UN'AZIENDA. PER FOREIGN POLICY "ERA A META' TRA IL TRUFFATORE E IL POTENZIALE CAPRO ESPIATORIO" (CHISSA' QUANTI SEGRETI NASCONDE...)

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Gianluca Modolo per “la Repubblica”

 

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La scena, cinque anni fa, sembrava uscita da un thriller di John Grisham, perfetta pure per una spy-story alla John Le Carré. Un uomo, incappucciato, portato fuori su una sedia a rotelle in gran segreto la vigilia del Capodanno lunare da uno degli alberghi più lussuosi di Hong Kong, rapito da alcuni scagnozzi della sicurezza statale cinese. Tutto ripreso dalle telecamere di sorveglianza del Four Seasons.

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Da quel giorno di Xiao Jianhua, il superfinanziere ammanicato col Partito e uno degli uomini più ricchi del Paese, non si seppe più nulla. Rispedito in Cina ed evaporato nel buco nero della giustizia di Pechino. Ora, dopo essere ricomparso in tribunale a luglio, la condanna: 13 anni di carcere. L'accusa: «acquisizione illegale di fondi pubblici e corruzione», come ha sentenziato la Corte del Popolo di Shanghai. Per anni, Xiao avrebbe corrotto funzionari governativi per evitare i controlli sulla sua società (multata per 55 miliardi di yuan) e perseguito «interessi illegali», mettendo a repentaglio la «sicurezza finanziaria dello Stato».

 

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Genio della finanza, a capo di un impero con la sua Tomorrow Group spaziava nel ramo finanziario, in quello delle assicurazioni, nel business dell'acciaio e del cemento. Soprattutto, era riuscito a entrare nei portafogli di molti papaveri del Partito, gestendo gli affari delle più importanti famiglie dell'establishment comunista. Compresa quella del presidente Xi Jinping. Un uomo che sa molto delle ricchezze accumulate dai potenti. Forse troppo.

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Con un passaporto canadese e uno diplomatico dello Stato di Antigua e Barbuda in tasca, nel 2014 Xiao decide di trasferirsi a Hong Kong, subodorando guai in vista.

L'anno prima, le cronache riportano che avesse aiutato il cognato e la sorella di Xi a cedere le loro partecipazioni in un'azienda, pagando 2,4 milioni di dollari per rilevare il 50% che i due avevano investito in una controllata della China Construction Bank. L'allora neo presidente stava lanciando la sua campagna anticorruzione e media stranieri pubblicavano in quelle settimane imbarazzanti inchieste sulle ricchezze segrete delle famiglie dei mandarini al potere. I legami con la famiglia Xi non lo hanno protetto. Anzi, lo hanno messo ancora più in pericolo.

 

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Il 50enne Xiao ha sempre vissuto nel lusso, investimenti finanziari poco ortodossi, circondato da una squadra di guardie del corpo tutta al femminile. Il suo patrimonio personale si aggirava sui 6 miliardi di dollari. Gran parte dei suoi affari sono stati coperti da una complessa rete di società di comodo, utilizzate per nascondere le quote di proprietà dei funzionari pubblici. Originario di un povero villaggio di contadini della Cina orientale, Xiao, brillante laureato alla Peking University dove nell'89 si oppose alle proteste che poi portarono a Tiananmen - inizia ad avvicinarsi all'élite nei primi anni Duemila.

 

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Una sorta di tuttofare al servizio delle famiglie più ricche del Paese: gestiva e proteggeva il loro denaro. «Xiao era a metà tra il truffatore e il potenziale capro espiatorio», scriveva qualche mese fa Foreign Policy. Sparito per 5 anni, ora condannato ad altri 13 di silenzio. Il portaborse dei potenti che sa troppe cose.

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