DELL’UTRI, UNO E TRINO - RITRATTONE DI ALFIO CARUSO DEL PERSONAGGIO PIÚ ENIGMATICO D’ITALIA - ALL’ATHLETIC CLUB BACIGALUPO CON IL MAFIOSO VITTORIO MANGANO, POI GUARDIANO DELLA VILLA DI BERLUSCONI, PIERO GRASSO, FUTURO PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA E TANINO CINÀ, L’AMICO DI UNA VITA, AFFILIATO A COSA NOSTRA, INSOSTITUIBILE UFFICIALE DI COLLEGAMENTO - GIÀ IN QUESTO FLUTTUARE FIN DA GIOVANISSIMO FRA LE STELLE E LE STALLE, FRA L’ILLEGALITÀ E LA LEGALITÀ AL MASSIMO LIVELLO VIENE ANNUNCIATA L’INTERA ESISTENZA DI DELL’UTRI…

Il capitolo su Marcello Dell'Utri dal libro "I Siciliani" di Alfio Caruso, editrice Neri Pozza


Il personaggio piú enigmatico d'Italia a vent'anni sogna di essere un allenatore, un direttore tecnico, perfino un arbitro, insomma qualsiasi cosa abbia a che fare con il pallone. Però sa già bene come collegare la passione con gl'interessi piú spiccioli. L'aver conosciuto Berlusconi nella frequentazione della facoltà di legge alla Statale di Milano gli frutta la sponsorizzazione della piccola squadra che allena.

L'anno seguente (1965) si sposta a Roma per dirigere un gruppo sportivo creato su espresso desiderio di papa Giovanni XXIII e gestito dall'Opus Dei, un altro legame per la vita, un altro sostegno altolocato, che mai verrà meno. Tornato a Palermo fonda la società di calcio giovanile, l'Athletic Club Bacigalupo, dove s'incrociano Vittorio Mangano, futuro mafioso di spessore, Piero Grasso, futuro procuratore nazionale antimafia e Tanino Cinà, l'amico di una vita, ovviamente affiliato a Cosa Nostra, insostituibile ufficiale di collegamento negli spregiudicati rapporti degli anni a venire. Già in questo fluttuare fin da giovanissimo fra le stelle e le stalle, fra l'illegalità e la legalità al massimo livello viene annunciata l'intera esistenza di Dell'Utri.

Di lui gli amici vantano la cultura, la sobrietà, le cravatte di Marinella, la passione per i libri, l'intelligenza, la disponibilità; ma per le cronache è un mafioso già condannato in primo grado; è l'uomo che secondo i giudici palermitani ha consegnato Berlusconi nelle mani di Cosa Nostra e ha avuto un ruolo nei mesi turbinosi del '92; è il tessitore occulto, nella testimonianza del compagno di partito e socio d'affari Denis Verdini, di un malaccorto gruppo di pressione proteso a condizionare la Corte costituzionale, il governo, il Partito della libertà, il tribunale di Milano, la giunta regionale sarda, l'elezione del presidente della Campania e quant'altro si potesse incontrare lungo la strada che conduce ai soldi facili.

I giornali italiani hanno ribattezzato simile congrega P3, in ricordo della P2 di Gelli. Con la piú famosa confraternita di magnaccioni il gruppetto dei «poveri sfigati», definizione di Berlusconi, ha condiviso la desolante presenza di Flavio Carboni, un ottantenne mal vissuto, scampato alla banda della Magliana, all'omicidio del banchiere Calvi, al crak del Banco Ambrosiano, allo scandalo dello IOR vaticano. Il confronto, però, appare ingeneroso per la loggia massonica capace negli anni Settanta di subornare la politica e l'economia del Paese.

Di questi presunti cervelli - campioni mondiali delle figure di merda, nell'accorata definizione di uno di essi - si ricorderanno soprattutto l'incredibile color corvino dei capelli e gli ancora piú incredibili riporti: già a guardarli si sarebbe dovuto sospettare che la presupponenza e il millantato credito fossero assai piú palpabili delle asserite aderenze in alto loco. Ma a garantire c'era Dell'Utri e allora anche l'improponibile poteva assumere sembianze diverse, avvicinarsi al proponibile: nell'immaginario dei tanti, convinti che la legge si applica con i nemici e s'interpreta con gli amici, la benedizione di Marcello diventava il lasciapassare per aprire ogni porta, anche la piú recondita, quella che dava accesso a Berlusconi, non a caso chiamato con somma deferenza «Cesare».

L'ex impiegato di banca sottratto nel '74 dal già ricchissimo Silvio a un noioso tran tran racchiude nella propria persona l'impossibilità dell'Italia di essere normale. Per diverse corti di giustizia dovrebbe risiedere da molti anni in galera, viceversa siede sui banchi del Senato, dove spicca la sua ritrosia a interessarsi della materia per la quale è stato eletto e riscuote un cospicuo stipendio: in dieci anni non ha presentato alcun disegno di legge come pri- 519 mo firmatario. D'altronde in un'intervista al Fatto Quotidiano ha ammesso con sincerità che della politica niente gl'importa e che gli serve per evitare il carcere.

Quindi è normale che si distingua soprattutto per le assenze rispondendo in tal modo a un antico quesito posto tempo addietro da Nanni Moretti: mi si nota di piú se vado o se non vado? In numerosi atti della polizia, dei carabinieri, della guardia di finanza, delle procure viene raccontato il suo modo spiccio, spregiudicato di condurre gli affari, i suoi legami con ambienti contigui anche alla 'ndrangheta, non solo alla mafia, tuttavia una fetta considerevole dell'imprenditoria nazionale lo considera un irrinunciabile punto di riferimento.

In ogni angolo della Penisola sono state aperte sedi della sua associazione culturale (Il Circolo), dove ragazzi che lo imitano persino nell'abbigliamento austero sostengono d'ispirarsi al suo enorme e disinteressato amore per il sapere, a cominciare dai libri antichi. Eppure un simile bibliofilo, un consumato conoscitore di debolezze e virtú, con smaccata preferenza per le prime, si è fatto garante dei famosissimi diari falsi di Mussolini. Nella sulfurea repubblica editoriale tutti da mezzo secolo sanno di questi cinque testi apocrifi, vergati su agende della Croce Rossa.

Fior di storici italiani, inglesi, tedeschi ne hanno negato negli anni qualsiasi veridicità; alcuni scampoli offerti al pubblico per sollecitarne la curiosità hanno subito evidenziato clamorosi errori temporali; la Mondadori, il gruppo editoriale della famiglia Berlusconi, ha rifiutato di pubblicarli, ma all'improvviso lo ha fatto la Bompiani, la quale edita i romanzi di Umberto Eco e appartiene all'area Rizzoli-Corriere della Sera. Una sorprendente legittimazione del Dell'Utri cultore di ogni sapienza libresca, di cui gli aedi hanno cercato di approfittare per mettere in secondo piano l'ingombrante profilo giudiziario. Poi però egli stesso ha provveduto a rimescolare le carte annunciando di avere il capitolo scomparso dell'ultimo, incompleto, controverso romanzo di Pasolini, Petrolio.

Nessuno l'ha visto. A cavallo di un ruolo pubblico, che appare sempre piú il maldestro tentativo di mascherare altre propensioni, Dell'Utri ha preso gusto ad affermazioni di sfida nei confronti del buon senso. Continua a ripetere che Vittorio Mangano, morto da ergastolano, sia stato un eroe per aver rifiutato di testimoniare contro di lui e contro Berlusconi; ha teorizzato che non bisogna rispondere alle domande degli investigatori per non peggiorare la propria posizione; valuta fuori di testa quanti non ritengono che la montagna di prove e di coincidenze accumulate nei suoi confronti sia soltanto frutto del destino cinico e baro; di converso ritiene figure esemplari coloro che mostrano di credere alle sue fumose giustificazioni.

Tra questi risalta Berlusconi, benché scolorisca nella memoria l'ultima appassionata difesa del «caro Marcello». L'impressione, tuttavia, è che il legame sia inscindibile. E forse piú della lunghissima conoscenza, piú di una collaudatissima intesa professionale - all'inizio degli anni Ottanta fu Dell'Utri a lanciare Publitalia, l'insostituibile polmone finanziario dell'impero berlusconiano - a stringere i due in un abbraccio obbligato sono i troppi segreti condivisi. Paiono confermarli anche i dieci milioni di euro versati in silenzio dal generoso Silvio per venire incontro alle crescenti difficoltà finanziarie dell'ex dipendente, cui da anni pagherebbe pure le ingenti spese legali. Di sicuro nella stagione delle grandi accuse contro Dell'Utri, dei processi, degli imbarazzi Berlusconi ha dato l'idea di non potersi distaccare dal collaboratore di una vita.

Eppure dal cerchio magico del presidente del Consiglio trapela una crescente insofferenza nei confronti dell'ex braccio sinistro. Berlusconi non ha gradito che dietro la ribellione di mezzo partito in Sicilia vi sia stato l'assenso di Dell'Utri in odio al presidente del Senato, Renato Schifani, e al segretario del Popolo della libertà, Angelino Alfano. Le solite avversioni viscerali tra siciliani, ma il povero Silvio paventa di doverne pagare il conto come gli è già capitato, se volessimo dare retta alle carte della condanna di Dell'Utri, quando il potere di Cosa Nostra passò da Stefano Bontate a Totò Riina.

Berlusconi fu trattato peggio di un pacco postale, sballottato da un protettore all'altro. Lui probabilmente non li aveva cercati, se li era trovati addosso a causa della lontana assunzione di Vittorio Mangano, giunto come stalliere nella villa di Arcore, in realtà inviato da Bontate a Milano affinché chi dovesse capire capisse che il padrone di Milano 2 stava nel cuore al numero 1 della mafia palermitana. Proprio i guai giudiziari di Mangano causarono nel '76 l'allontanamento di Dell'Utri, che da segretario personale di Berlusconi ne era stato il mallevadore. Dell'Utri accarezzò l'idea di prendersi un anno sabbatico, di lasciare tutto per studiare teologia presso l'università di Navarra o presso i gesuiti in Italia.

Fu Tanino Cinà, l'amico e compare di sempre, a coinvolgere Bontate e a favorire l'assunzione del funambolico Marcello da parte di Filippo Alberto Rapisarda, il finanziere cui era stato affidato lo sbarco in Borsa dei capitali mafiosi. Figlio del maresciallo dei carabinieri di Sommatino, in provincia di Caltanissetta, e per tale parentela mai affiliato a Cosa Nostra, Rapisarda si trovò a guidare il terzo gruppo immobiliare italiano prima di una rovinosa caduta: ne fu travolto anche Dell'Utri. Una sfilza di pesanti accuse, dalle quali sarà assolto, che parevano però averlo schiantato senza la seconda, inspiegabile chiamata di Berlusconi.

Una situazione cosí controversa da indurre i giudici palermitani del primo processo a chiedersi nella motivazione per quale motivo «Berlusconi affidò proprio a Dell'Utri le chiavi di quella che possiamo definire la cassaforte delle televisioni del gruppo, cioè Publitalia, società senza la quale l'avventura televisiva berlusconiana sarebbe stata - come tutti ci hanno detto in questo dibattimento - impossibile? Certo, il troncante giudizio negativo espresso pochi anni prima sulle capacità manageriali del Dell'Utri (giudizio che non poteva che essersi rafforzato dopo il fallimento della Bresciano, affidata per la direzione da Rapisarda a Dell'Utri) ci porta a escludere che siano state le qualità professionali di Dell'Utri a farlo riassumere in Fininvest.

Quali erano, dunque, le "qualità" che Dell'Utri poteva portare nuovamente in Fininvest? Dell'Utri veniva ritenuto piú affidabile nella gestione e mediazione dei rapporti con i mafiosi?». Erano i giorni della nascita delle misteriose finanziarie sulle quali poggiano tutte le intraprese di Berlusconi. I suoi nemici e lo stesso Rapisarda hanno assicurato che gran parte di quei fondi provenissero da Bontate, però mai è stato provato. Rimangono, invece, confermati l'irresistibile ascesa del Signore delle televisioni private, nella cui ombra si muoveva il silenzioso e inesauribile Marcello; i continui contatti con Mangano e con altri esponenti della "disonorata società".

Fungeva da tramite l'onnipresente Cinà, gestore di lavanderie, mafioso doc, ufficiale di collegamento con Riina finché zu Totò non gl'intimò di farsi da parte perché voleva mettersi personalmente in mano quel simpatico re di denari milanese. Decine di collaboratori di giustizia hanno sostenuto la veridicità di questi rapporti, ma nessun tribunale li ha accolti per quanto riguarda Berlusconi. Al contrario, Dell'Utri è stato tartassato per le sue frequentazioni.

E in sospeso resta il capitolo piú spinoso, la nascita di Forza Italia. Anche in questo caso non si contano le testimonianze di mafiosi traslocati sotto le insegne della Legge: a esse si aggiunge una relazione della primavera '94 firmata dal colonnello dei carabinieri Michele Riccio, in quei giorni distaccato alla DIA (Direzione investigativa antimafia). Scrive Riccio di aver saputo che in una riunione della Commissione interprovinciale di Cosa Nostra, tenuta in marzo a Bagheria, Provenzano ha annunciato di essersi messo d'accordo con Dell'Utri per favorire l'affermazione di Forza Italia nelle imminenti elezioni politiche. In cambio Forza Italia si sarebbe fatta carico dei problemi dell'organizzazione.

Una storia sulla quale gli inquirenti proseguono a investigare, ma che non ha dissuaso Dell'Utri dalle frequentazioni spericolate. E dire che per lo Stato il senatore è un possibile obiettivo delle cosche: va quindi protetto con auto blindata e scorta da quei cattivoni che gli vogliono male; mentre per lo stesso Stato un suo fedele servitore, come il sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, non aveva bisogno di protezione. Evidentemente opporsi allo sfruttamento illecito dei milioni in arrivo per i lavori del porto, impedire l'accaparramento di palazzi, ristoranti, bar a personaggi ambigui, denunciare gli oscuri legami tra rappresentanti delle forze dell'ordine e insospettabili gestori del traffico di cocaina - erano stati gli ultimi atti dell'italiano perbene Vassallo - veniva giudicata una spensierata attività dopolavoristica.

E in ogni caso non meritevole della scorta con il rischio, magari, di doverla togliere a Dell'Utri. In attesa del nuovo processo d'appello dopo l'annullamento della condanna da parte della Cassazione, Dell'Utri può, quindi, continuare a bruciare sensi unici e semafori con il lampeggiante sul tettuccio della vettura blindata e il conforto di un paio di poliziotti seduti accanto.

D'altronde non è colpa sua se il direttore del SISDE Mario Mori - ex generale dei carabinieri attualmente sotto processo e indagato per i suoi comportamenti nella lotta alla mafia - lanciò nel 2002 l'allarme sull'intenzione dei boss di ammazzarlo assieme a Previti. Un progetto del quale mai sono emersi riscontri e che solo i maligni hanno attribuito al desiderio di migliorare la rispettabilità del frastornato Marcello alle prese con il primo processo.

 

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