1. MICHELE GERACI: «STATI UNITI ED EUROPA NON HANNO DA TEMERE AVREMO SOLO PIÙ TUTELE PER LE NOSTRE IMPRESE»
Roberta Amoruso per “il Messaggero”
Di certo è una bella responsabilità andare dritti verso un asse con la Cina dopo le non troppo velate minacce degli Stati Uniti e le forti preoccupazioni di Bruxelles.
Ma Michele Geraci, il sottosegretario allo Sviluppo economico che più i tutti ha curato dietro le quinte la svolta verso la Cina, non si immagina uno strappo geopolitico.
Perché se si arriverà alla firma del Memordum of understanding da parte dell' Italia per la Nuova Via della Seta, vuol dire che sarà raggiunto l' obiettivo di «dare alle aziende italiane più protezione negli affari con Pechino», rigorosamente «secondo gli standard ambientali, di trasparenza e sostenibilità americani ed europei».
Sottosegretario Geraci, un Paese come l' Italia in affanno economico non dovrebbe preoccuparsi se la Casa Bianca è arrivata a scomodarsi per richiamare i rischi dei rapporti con le aziende americane nonché l' operatività della Nato in caso di un accordo di adesione al documento Bri?
«Ci tengo a precisare il valore della Nuova Via della Seta. Innanzitutto non è un accordo ma un Memorandum of understanding, che in quanto tale non comporta alcun obbligo finanziario, politico o geopolitico. Ha soltanto un valore commerciale».
Con quali conseguenze per noi?
LUIGI DI MAIO IN CINA CON MICHELE GERACI
«Si tratta di definire una cornice di standard, per esempio di trasparenza, sostenibilità economica ed ambientale, che protegga le nostre aziende che fanno affari con controparti cinesi. Le imprese potranno godere di un maggiore supporto del governo nella strategia commerciale con Pechino. E anche una maggiore spinta alle esportazioni».
Eppure gli americani temono il controllo poco trasparente di asset sovrani come le infrastrutture. E una preoccupazione simile ha l' Europa. Nel memorandum non c' è anche un' apertura alla realizzazione o qualificazione di porti insieme ai cinesi?
«Ripeto, il memorandum non costituisce alcun obbligo. Certo, i cinesi sono interessati ai nostri porti, prima ancora che si parlasse di questo MoU, così come sono interessati ad altri porti europei in cui hanno già investito: Malta, Marsiglia, Valencia, Bilbao, Anversa e Zeebrugge, per esempio. Se volessero investire nei nostri porti per ampliarne la capacità, il che porta ad un aumento del traffico, del Pil e dell' offerta di lavoro, mi sembra sia proprio ciò di cui il Paese ha bisogno. Ma valuteremo caso per caso. Ricordo anche che l' Italia è dotata del Golden Power che proteggerebbe comunque il Paese da investimenti predatori in settori strategici».
Inoltre Trump teme che l' adesione dell' Italia abbia un valore simbolico nell' aprire una breccia in Europa, visto che sarebbe il primo Paese tra i fondatori dell' Ue a firmare. Anche il primo Paese del G7.
«In realtà altri nove Paesi europei hanno già firmato, tra cui Portogallo, Grecia, Ungheria e Polonia. E comunque, non esiste un' Europa di serie A e una di serie B. Inoltre, va ricordato che tutti i 28 Paesi Ue hanno sottoscritto il capitale della Banca d' Investimento Asiatica per le Infrastrutture, il ramo finanziario e quindi, vera benzina, alla Belt&Road Initiative».
Impossibile però ignorare tante pressioni dall' asse Usa-Ue.
«Siamo consapevoli delle perplessità e ne teniamo conto. Dunque abbiamo rassicurato entrambi: mi creda, le loro preoccupazioni saranno superate».
Vuol dire che contate di firmare un memorandum che non fa storcere in naso a nessuno?
«Attenzione, non è certo che firmeremo. Questo va chiarito. Stiamo lavorando in questa direzione. Da settimane gli accordi si rimbalzano da una parte all' altra e subiscono continue limature. Abbiamo continui contatti per chiarire tutte le possibili criticità. E naturalmente vogliamo essere sicuri che le preoccupazioni Usa e Ue non siano fondate. La cornice di accordo dovrà integrare standard adeguati agli Usa e all' Europa».
Ce la farete per la visita del presidente cinese Xi?
«Per quella data una decisione sarà presa».
Le pensa che sul punto il governo sia compatto?
«Certamente sì, e la dichiarazione del premier Conte ne è la prova. Ma guardi che un primo piccolo effetto positivo dell' apertura dell' Italia alla Cina si è già visto. I cinesi hanno rimesso i prodotti italiani nella lista delle preferenze dei consumatori. È un piccolo segnale, ma conta».
2. ROMA PROCEDE SULLA VIA DELLA SETA «RIUSCIREMO A CONVINCERE GLI USA»
Federico Fubini per il “Corriere della Sera”
Il memorandum d' intesa che l' Italia si prepara a concludere con la Cina questo mese - dice Michele Geraci - è un documento «di tre o quattro pagine, non certo un trattato internazionale». Geraci, sottosegretario allo Sviluppo Economico e esponente della Lega, da otto mesi porta avanti per il governo i contatti con Pechino sull' adesione a quella che il presidente Xi Jinping ha chiamato la Via della Seta («Belt and Road Initiative», o Bri secondo il nome internazionale).
Al punto in cui è arrivato il negoziato, sembra ormai difficile che salti la firma prevista durante la visita di Xi a Roma il 22 marzo.
La reazione dagli Stati Uniti è stata negativa, anche perché la Belt and Road Initiative si è dimostrata in questi anni uno strumento di espansione della presa economica e degli interessi politici di Pechino.
Nelle scorse ore dal National Security Council della Casa Bianca di Donald Trump è arrivato un messaggio: «Sottoscrivere la Bri presta legittimità all' approccio predatorio della Cina agli investimenti e non porterà benefici al popolo italiano», ha dichiarato il Consiglio di sicurezza nazionale Usa. Anche in Francia, in Germania e da Bruxelles si segue l' accordo italo-cinese con circospezione.
Geraci respinge cerca di sedare i timori. «Il memorandum non contiene alcun obbligo da parte nostra e sui principi aderisce ai valori europei», dice. «È la Cina ad essersi avvicinata alle nostre posizioni, piuttosto che il contrario», afferma. Il testo preparato per la firma a Roma farà riferimento al presupposto di un «level playing field», un campo di gioco con regole uguali per tutti negli investimenti esteri; richiamerà poi un impegno alla trasparenza da parte di tutti gli investitori e conterrà la promessa a combattere il protezionismo nel commercio internazionale.
Di certo l' incrinatura con gli Stati Uniti si sta aprendo dopo lo strappo con Parigi del mese scorso e mentre l' amministrazione Trump cerca di disinnescare una guerra commerciale con la Cina. Geraci insiste su un punto: ha sempre tenuto informata l' ambasciata americana di Roma sull' evoluzione dell' accordo che stava maturando con Xi. «I nostri partner saranno più tranquilli quando vedranno il contenuto esatto del memorandum, con loro il dialogo è aperto è costante», sostiene il sottosegretario del ministro Luigi Di Maio.
Dovrebbe in parte dissipare le tensioni il fatto che l' accordo Roma-Pechino non conterrebbe alcuna clausola sull' uso di tecnologie cinesi nel 5G, il nuovo standard super-veloce di comunicazione mobile.
Geraci lo esclude, così come esclude che la firma prevista il 22 marzo renda l' Italia vulnerabile a azioni commerciali di gruppi statali di Pechino con finalità politiche. «Sono fra i massimi oppositori degli investimenti predatori - dice il sottosegretario -.
la cina si compra il porto del pireo
Ogni proposta sarà vagliata, non c' è alcun rischio. L' Italia ha il Golden Power che permette di bloccare operazioni su attività strategiche contro l' interesse nazionale».
L' obiettivo è però incrementare gli investimenti cinesi in Italia, che oggi valgono 22 miliardi di euro contro gli 80 in Gran Bretagna, i 40 in Svizzera e i 180 miliardi di dollari negli Stati Uniti.
Su un punto però alle riserve degli americani per ora non viene dato ascolto: non si fermano i contatti per portare investimenti cinesi nel porto di Trieste e allargarne la capacità. Geraci sostiene che progetti simili sono già arrivati a Malta, Bilbao, Zeebrugge, Anversa, in Egitto e in Israele senza che nessuno abbia protestato.
Restano le riserve nello stesso governo. Il sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi (anche lui leghista) ha detto che vuole vedere tutti i dettagli del patto, prima di decidere se sostenerlo. «Capisco i dubbi, perché la Farnesina e il ministero dell' Economia non sono stati parte della trattativa e vorranno vedere i dettagli - risponde Geraci -. Ma questa è una decisione di politica commerciale, non di politica estera. Cerchiamo di aumentare gli scambi e gli investimenti e di aiutare le nostre imprese a conquistare spazio in Cina, come fanno già i Paesi nostri concorrenti in Europa».