proteste in nuova zelanda contro la tassa sulle emissioni di biogas

"QUELLO CHE PUZZA DAVVERO È LA POLITICA DEL GOVERNO" - GLI ALLEVATORI NEOZELANDESI SCENDONO IN PIAZZA CONTRO LA TASSA SUI GAS SERRA PRODOTTI DALLE SCOREGGE DELLE MUCCHE, PROPOSTA DALLA PREMIER JACINDA ARDERN - LE STRADE DI AUCKLAND E ALTRE CITTÀ DEL PAESE SONO STATE "INVASE" DA CONVOGLI DI TRATTORI CHE CONTESTANO IL PROVVEDIMENTO, CHE RIDURREBBE DEL 20% L’APPORTO DI GAS IN ATMOSFERA…

 

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Luca Zanini per www.corriere.it

 

Il governo della giovanissima premier Jacinda Ardern sembra entrato in rotta di collisione con una larga fetta del suo elettorato: da giovedì, migliaia di allevatori protestano con 60 convogli di mezzi agricoli — ad Auckland e nelle altre grandi città neozelandesi come Wellington e Christchurch — contro il progetto di istituire una tassa sulle emissioni di gas intestinali da parte del bestiame.

 

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Considerato che in Nuova Zelanda vengono attualmente allevati 6 milioni di vacche (statistiche al 2020) e oltre 26 milioni di pecore, e che l’export di carni è la principale voce commerciale del Paese australe, con quasi 50 miliardi di dollari di fatturato, l’imposizione della cosiddetta «fart tax» (che dovrebbe essere applicata dal 1° gennaio 2025) sta scatenando una rivoluzione.

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La notizia ha dell’inverosimile, ma è materia di seri studi e discussioni all’altro capo del globo: il Paese dei Maori vuole creare un’imposta sul meteorismo di mucche e pecore. Giovedì trattori in marcia su Auckland e altre grandi città per contestare l’odiosa gabella. Che tuttavia ridurrebbe del 20% l’apporto di gas climalteranti in atmosfera

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La nuova tassa in vigore fra poco più di due anni verrebbe applicata sia al metano che risulta dalle flatulenze che seguono la fermentazione enterica, sia all’ossido di azoto rilasciato dai liquami non sotterrati. Il metano non permane nell’atmosfera quanto l’anidride carbonica, ma tra i gas climalteranti è uno dei fattori più critici nella progressione del surriscaldamento globale: si calcola che sia responsabile di oltre il 30% dell’aumento di temperatura dalla rivoluzione industriale ad oggi. Ne aveva parlato lo scorso anno anche un rapporto dell’Ipcc, il panel internazionale di studi sul clima coordinato dalle Nazioni Unite che nell’agosto 2021 aveva raccomandato: «Non basta tagliare le emissioni di CO2. Stop al metano».

 

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UN CALO DEL 20% E PREZZI DEI PRODOTTI PIÙ CARI

Il metano, dunque, è il nuovo nemico. E non solo quello rilasciato dagli allevamenti intensivi di bestiame. E’ più pericoloso e insidioso del carbone (il cui abbandono è pure fra gli obiettivi che Cop27 a Sharm el Sheik dovrà riconfermare), che invece sembra quasi rivalutato da alcuni studi scientifici (bruciare carbone ha un effetto climatico imprevisto: le particelle nell’atmosfera deviano parte della luce solare.

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Dunque, bruciare meno carbone significa avere maggior irradiazione sul Pianeta e un involontario aumento del surriscaldamento globale). Il testo del provvedimento di legge neozelandese è il risultato di tre lunghi anni di studi e discussioni sulla piattaforma He Waka Eke Noa che dal 2019 riunisce governo, Maori e allevatori per «costruiire la resilienza contro il climate change»: secondo il governo Ardern la nuova tassa «è necessaria per rallentare il climate change» e sul lungo periodo «potrebbero giovare anche gli allevatori, che potranno vendere la loro carne a prezzi più alti perché sostenibile e rispettosa del clima».

 

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«QUELLO CHE PUZZA È LA POLITICA DEL GOVERNO»

La tassa si applicherà sulla base di autodichiarazioni dei farmers, tenuti a inviare alle autorità competenti i dati sulla superficie della propria azienda, sul numero di capi di bestiame, sulle quantità di fertilizzanti azotati impiegate o prodotte. Pagheranno tutti gli allevatori che superano un certo numero di animali e determinati tetti ai fertilizzanti. «Quello che puzza davvero è la politica del governo», replicano sarcastici gli allevatori portati in piazza dalla lobby delle carni.

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Se i piani dell’esecutivo osteggiati dagli imprenditori venissero effettivamente realizzati, la riduzione di emissioni da bestiame potrebbe arrivare al 20 per cento (- 10 % entro il 2030). Ma al momento il provvedimento è criticato duramente anche da numerosi sindaci di aree remote della costa occidentale in Nuova Zelanda, la più interessata alle attività zootecniche.

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