miss italia non deve morire

LE SERIE DEI GIUSTI - IN “MISS ITALIA NON DEVE MORIRE”, DOCUMENTARIO AFFANNATO, UN PO’ COMPRESSO, MA PIENO DI IDEE, DI SPUNTI, DI PERSONAGGI ASSURDI, STRACULT E STRATRASH, SENTIAMO MONTARE LA POLEMICA NEI CONFRONTI DELLA RAI - OGGI, CHE NON SONO PIÙ I GIORNI DELLA CULTURA WOKE E DELLA “PICCOLA NICCHIA RADICAL CHIC” MISS ITALIA LANGUE NEL NULLA IN ATTESA DI UNA CHIAMATA DELLA NUOVA RAI MELONIANA CHE POTREBBE DARGLI UNA NUOVA VITALITÀ - E’ SOLO IL MARCHIO DELLA RAI A POTER ELEVARE MISS ITALIA DAL TRASH DEL SOTTOMONDO DELLO SPETTACOLO… - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

 

Miss Italia è uno spettacolo. In fondo non così diverso, nel trash e nel glamour, da Sanremo. E capisco la rabbia, diciamo il corto circuito, di chi lo ha fatto nel vedere neanche un mese fa a Sanremo Carlo Conti presentarlo insieme a Miriam Leone, lo stesso Conti che aveva incoronato proprio Miriam Leone come Miss Italia nel 2008.

 

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Oggi, che non sono più i giorni della cultura woke e della “piccola nicchia radical chic” che estromise Miss Italia dalla Rai di sinistra, perché Sanremo è uno spettacolo da 70% di ascolti e Miss Italia langue nel nulla in attesa di una chiamata della nuova Rai meloniana che potrebbe dargli una nuova vitalità? E’ soprattutto questa la domanda che si fanno Patrizia Mirigliani, figlia del patron di Miss Italia, Ezio Mirigliani, e erede del marchio, e i suoi vecchi e gloriosi agenti regionali che dalla Sicilia alla Toscana seguitano a fare le selezioni delle ragazze più belle d’Italia.

 

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In questo affannato, un po’ compresso, ma pieno di idee, di spunti, di personaggi assurdi, stracult e stratrash, “Miss Italia non deve morire”, documentario diretto da Piero Daviddi e David Gallerano, prodotto da Fremantle e Ring Film, che vedremo il 26 febbraio su Netflix, sentiamo montare la polemica nei confronti della Rai, madre matrigna, che oggi tace, ma che nella sua storia tanto si legò a Miss Italia. Ci passarono in tante, da Ilary Blasi a Caterina Balivo, da Mara Carfagna a Francesca Chillemi, e in tante si videro aprire le porte dello spettacolo, e non solo.

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Per non parlare dei presentatori, da Baudo a Frizzi a Conti. Proprio la Sanremo della restaurazione telemeloniana, della confort zone post-woke, dimostra quanto Miss Italia potrebbe essere in linea con questa nuova Rai. Pronta anche ai cambiamenti. Apriamo ai trans? Miss Italia già lo fece nel 1992 con Miss Trans. Vogliamo svecchiarlo? Basterebbe chiamare come presidente (cito il documentario) un Gabriele Mainetti, Stefano Sollima, Mimmo Calopresti. Problemi col femminismo di oggi?

 

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In fondo, ci dice Patrizia Mirigliani, Miss Italia offriva un modo pulito per entrare nel mondo dello spettacolo dalla porta principale. Oggi le stesse ragazze che possono fare per farsi vedere? Bussare come un tempo alle porte dei produttori più potenti come si faceva negli anni ’50. Il documentario, partendo da un ritratto preciso, senza filtri, di Patrizia Mirigliani, con tanto di figlio con dipendenza di cocaina, un personaggio di rara potenza che a rifarla al cinema ci vorrebbero minimo Lady Gaga o Selma Hayek, si apre poi nelle incredibili situazioni regionali dei suoi agenti, il toscano Genny Stefanelli, la pugliese Carmen Martorana, un siciliano che ci piacerebbe vedere in un film di Franco Maresco.

 

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Tutti personaggi di un altro mondo, si dirà, legati ai tempi del vecchio patron, a una visione machista e patriarcale della bellezza femminile. Verissimo. Ma, alla fine, sono quelli della vecchia Rai e del vecchio mondo dello spettacolo italiano. Anche Sanremo si muove tra Marcella Bella e Rose Villain. E offre a Miriam Leone il ruolo di Miss Fallaci. E non credo che il Grande Fratello sia più “elegante” di Miss Italia.

 

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Proprio Dino Risi girò per la Rai, come suo ultimo film, una favolosa, cinica, miniserie su Miss Italia, “Le ragazze di Miss Italia”, che non piacque a nessuno, né a Mirigliani, che si offese vedendosi rappresentato sullo schermo da un “troppo brutto” Gianfranco D’Angelo (“ma pensava di essere bello?”, si chiedeva beffardo Dino), né alla Rai che ridusse le due puntate a una sola puntata, perdendosi una marea di partecipazioni interessanti, da Laura Freddi a Caterina Murino. Risi vide il trash che effettivamente c’era, ma lo fece con una naturalezza disarmante.

 

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Alla fine capisco bene che tutta l’operazione giri attorno al silenzio dell’azienda e all’ostinazione di Patrizia Mirigliani nel volere la diretta della Rai. E’ solo il marchio – fondamentale - della Rai a poter elevare Miss Italia dal trash del sottomondo dello spettacolo. Un sottomondo che gli autori qui ben documentano non esagerando anche quando potrebbero andarci pesante. E la Mirigliani ha ragione su varie cose. Sul potenziale che ha Miss Italia, sull’invecchiamento anche delle polemiche femministe, sull’indipendenza del marchio. Ma la Rai non risponde.

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