CUPERLO DISSOLVI – IL PRESIDENTE PD PENSA DI DIMETTERSI DOPO LO SCONTRO CON RENZI CHE LO HA SBERTUCCIATO SULLE PREFERENZE: ‘MA DI COSA TI LAMENTI? TU SEI STATO ELETTO COL LISTINO BLOCCATO!’

Carlo Bertini per ‘La Stampa'

Era filato tutto liscio, secondo copione, anzi meglio del previsto, con un ripiegamento della minoranza, disposta pure a non drammatizzare la divisione per evitare un segnale di spaccatura del partito. Certo, le parole di Cuperlo erano state durissime, contro una «proposta non convincente, che non garantisce né agli elettori il diritto di scegliere i loro rappresentanti, nè una sicura governabilità».

Contro «la piena rilegittimazione politica di Berlusconi» che ha prodotto «lo smarrimento dei nostri elettori», contro il metodo del prendere o lasciare, perché «se è così è inutile riconvocare la Direzione tra quindici giorni sul job act, non funziona così un partito».

Ma è nel finale di partita che va in scena uno scontro eclatante quanto imprevisto, destinato a produrre le prime conseguenze stasera al vertice con i gruppi parlamentari. Uno scontro culminato nel gesto plateale di Cuperlo che si alza infuriato e lascia la presidenza quando viene attaccato sul piano personale da Renzi. Come a voler abbandonare un ruolo che in teoria dovrebbe essere super partes. E che da ieri sera gli va molto stretto, tanto che sta valutando se dimettersi. Anche se la Picierno, a nome della segreteria, gli chiede di non farlo.

Ma ora la sinistra minaccia fuoco e fiamme, «non si può votare il nuovo porcellum, io presenterò un emendamento per sostituire con i collegi le liste bloccate, sulle quali sono d'accordo solo i renziani e i franceschiniani, tutti gli altri no», sibila il bersaniano D'Attorre, prevedendo la spaccatura del gruppo Pd.

E ora la sinistra è furiosa per il trattamento riservato al suo leader. «Gianni, questo tuo riferimento alle primarie o alle preferenze avrei preferito che lo avessi posto quando ti sei candidato. Perché se me lo dice Fassina, che prende 12 mila voti, è un conto. Altro se me lo dice chi entra in Parlamento nel listino bloccato. Non è accettabile che il tema delle primarie venga posto strumentalmente da chi non le ha fatte», è la rasoiata del leader. Che «per correttezza» invita Cuperlo a replicare, «se vuole...».

Ma quando gira il capo, l'altro si è già alzato, «mi dispiace che Gianni se ne vada...», commenta gelido il segretario. E dire che per scongiurare una rottura erano scesi in campo i big della vecchia guardia, non solo Franceschini nel ruolo di pontiere a nome del governo, ma soprattutto Walter Veltroni nel ruolo di padre nobile del Pd e financo uno come Franco Marini, che con Renzi ha un enorme conto in sospeso.

E pensare che fino a pochi minuti prima delle sedici, in un salone della Camera i dissidenti avevano messo a punto l'offensiva, riposta più tardi in un cassetto alla luce degli autorevoli appelli all'unità. Convocati da Cuperlo, dalemiani, bersaniani e «giovani turchi» avevano deciso di lanciare un ordine del giorno per una votazione separata contro le liste bloccate.

«Se lo bocceranno, ci asterremo», anticipava un dalemiano prima della battaglia. Ma prima del finale da «duellanti», di questa strategia restava solo l'astensione, niente «conta» divisiva. E quindi, quando Cuperlo se ne va, le sue truppe allo sbando rispettano le decisioni prese e si astengono: 34 voti che non si trasformano in 34 no, per non esacerbare ulteriormente il clima.

Del resto, Veltroni aveva fatto capire la vera posta in gioco, «ci sono circostanze della storia in cui i partiti sono capaci di restare uniti perché cambiano e innovano». Marini addirittura aveva blindato la proposta di Renzi dove c'è «un collegio uninominale allargato» quasi nel solco dell'amato Mattarellum. Ma al Renzi iniziale «non è una riforma à la carte, sia chiaro che o si vota tutto o salta tutto», seguiva il Renzi finale, «spero che Gianni per coerenza voti contro e che poi però il partito marci compatto». I gruppi sono avvisati...

 

 

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