CHI GASA IN SIRIA, ASSAD O I RIBELLI? - GLI STATES PENSANO A UN INTERVENTO, LA RUSSIA FRENA, L’ONU HA (PER ORA) LE MANI LEGATE - UN’ALTRA LIBIA?

Paolo Mastrolilli per LaStampa.it

L'intelligence americana non ha dubbi: quello avvenuto ieri notte è stato l'attacco chimico più pesante lanciato dal regime di Assad, nonostante i russi puntino il dito contro i ribelli.

Ora il gioco diventa politico, su due livelli: all'Onu, affinché la squadra di ispettori già sul terreno possa investigare l'episodio e provare le responsabilità; e alla Casa Bianca, dove il presidente Obama deve decidere se l'escalation provocata dai siriani cambia la dinamica del conflitto, aprendo le porte a un intervento più diretto.

Fonti che lavorano sul terreno per il governo Usa dicono che l'attacco è partito tra le 2,30 e le 6 del mattino, quindi con la chiara intenzione di massimizzare il numero delle vittime, visto che a quell'ora la gente era a letto. I razzi carichi di agenti chimici, molto probabilmente gas sarin, hanno colpito almeno nove distretti nella zona di Eastern Ghouta.

Le prime stime parlano di un numero di vittime compreso tra 650 e 1.300, con questa distribuzione: 100 morti a Saqba e Kafr Batna; 150 a Douma; 300 a Hamoryah; 63 a Irbeen, tra cui 30 bambini e 16 donne; 16 a Jisreen, fra cui 3 bambini; 400 a Zamalka e 75 ad Ain Tarma, mentre il numero dei morti a Marj è ancora da definire. Altre fonti hanno registrato attacchi anche nella zona di Western Ghouta, in particolare a Moadamiyat al-Sham, dove 50 persone sono morte e 70 sono state ricoverate nell'ospedale di Darayya.

Molte di queste informazioni arrivano dai medici locali che hanno cercato di aiutare le vittime. I sintomi che hanno rilevato sono difficoltà di respirazione, convulsioni, nausea, vomito, pupille costrette e aumento della salivazione. Tutti elementi in linea con il contatto con gli agenti chimici.

Ora il problema è trasformare queste prove in elementi confermati e accettati dall'intera comunità internazionale, e prendere le decisioni politiche che ne possono seguire. Lo strumento sarebbe già sul terreno, e cioè la squadra di ispettori dell'Onu guidata dal professore svedese Ake Sellstrom, ma il suo mandato non è così chiaro.

Gli uomini del Palazzo di Vetro sono potuti andare a Damasco dopo un accordo raggiunto in luglio col regime, secondo cui il loro compito è indagare solo sull'attacco avvenuto il 19 marzo scorso in tre siti, cioè Khan al-Assal, vicino Aleppo, e altri due luoghi tuttora segreti. Ieri Sellstrom e il portavoce dell'Onu Eduardo del Buey hanno fatto capire che ritengono di aver bisogno di un nuovo mandato, per poter investigare anche l'attacco di ieri a Ghouta.

Invece il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha detto che gli ispettori dell'Onu, secondo il governo americano, hanno già l'autorità per allargare l'indagine. I russi si sono subito messi di traverso, con una dichiarazione del portavoce Aleksandr Lukashevich che punta il dito contro i ribelli, sostenendo che «un razzo con una sostanza chimica ancora sconosciuta, lo stesso usato dai terroristi a Khan al-Assal il 9 marzo scorso, ha colpito anche oggi».

Italia, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno fatto un passo formale presso il segretario generale Ban Ki-moon, partito ieri per la Corea del Sud, chiedendo che autorizzi subito Sellstrom a ispezionare Ghouta. La questione nel pomeriggio è finita davanti al Consiglio di Sicurezza, che si è riunito d'urgenza proprio per discutere l'attacco e superare l'impasse.

Se gli elementi preliminari raccolti sul terreno dall'intelligence verranno confermati, il problema diventa la reazione del presidente Obama. Nell'agosto scorso aveva detto che l'uso delle armi chimiche era la «linea rossa» da non superare: a giugno ha accusato Assad di averlo fatto e ha autorizzato l'invio di armi leggere ai ribelli.

Il capo degli Stati Maggiori Riuniti Dempsey, in una lettera inviata il 19 agosto al deputato di New York Eliot Engel, ha scritto che il Pentagono ha la capacità militare di cambiare le sorti del conflitto in favore dei ribelli, ma non è sicuro che sia arrivato il momento politico per farlo, anche perché gli oppositori sono divisi e non tutti in linea con gli interessi di Washington. Se Assad ha davvero ordinato l'escalation di ieri, però, questa realtà sul terreno potrebbe cambiare in fretta.

 

 

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