DA QUI ALL’ETERNIT - LA COSCIENZA SPORCA DI STEPHAN SCHMDHEINY STA IN 29 PAGINE. QUELLE DEL MANUALE “HAULS 76”, CHE IMPONEVA AI DIRIGENTI DELLE FABBRICHE COSA DIRE A GIORNALISTI, SINDACALISTI E OPERAI: “NON PARLATE DEL RISCHIO TUMORI”

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Ottavia Giustetti - Fabio Tonacci per la Repubblica

 

La coscienza sporca di Stephan Schmdheiny sta in 29 pagine. Quelle del manuale “Hauls 76”, scritto dopo il famoso convegno di Neuss in Germania organizzato dalla Eternit spa nel giugno del 1976. Suggeriva, o meglio, imponeva ai dirigenti delle fabbriche cosa dire e cosa non dire a giornalisti, sindacalisti e operai.

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Qualcuno sospettava che le micro fibre di diametro inferiore a 0,3 micron provocassero il mesotelioma? «Rispondere che per il crisotilo (il minerale dell’amianto, ndr) non sono mai state trovate inferiori a 0,5 micron ». Qualcuno voleva mettere sui sacchi il segnale di pericolo? «Rispondere che per il momento non è necessario». Qualcuno parlava del dottor Selikoff che aveva scoperto il legame tra amianto e tumori? «Dissociarsi in ogni discussione, evitare di citarlo».

 

È soprattutto su questo che poggia la nuova accusa nei confronti di Schmidheiny di aver volontariamente ucciso 256 persone, esposte alla polvere cancerogena nei dieci anni in cui la procura di Torino lo ritiene «effettivo responsabile della gestione della società». Non ci fu colpa, sostengono i pm Guariniello e Colace. Ci fu dolo.

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Il convegno di Neuss del 1976 fu uno dei primi atti dell’imprenditore svizzero, neanche trentenne e già a capo del gruppo. L’argomento erano i rischi sulla salute del prodotto che la sua Eternit vendeva in tutto il mondo. In tre giorni di dibattiti fu chiaro che l’estrema pericolosità della polvere di amianto era una verità sotto gli occhi di tutti. Si trattava dunque di annacquarla. L’intervento di Schmidheiny è agli atti dell’inchiesta: «Dobbiamo renderci conto di una cosa, possiamo convivere con questo problema. Riconosciamo che può essere potenzialmente un materiale pericoloso se non viene maneggiato in maniera corretta».

 

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A parlare è lo stesso uomo che oggi, dopo che la prescrizione gli ha evitato 18 anni di carcere, sostiene di essere un ambientalista vittima di un complotto della procura di Torino. Quarant’anni fa la sua azienda inventava il manuale “Hauls” per i dirigenti e lui se ne compiaceva con l’ad italiano Luigi Giannitrapani: «Sono contento di constatare che porti frutti». Cosa contenesse quel libercolo si capisce dal resoconto che Ermanno Martini, ex capo dell’ufficio ecologico dell’Amiantifera di Balangero, scrive dopo aver partecipato a un corso di aggiornamento a Neuss nel 1976.

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«Sono pervenute dalla direzione generale istruzioni dettagliate su come far fronte al rifiuto dei dipendenti di accedere a un punto di lavoro ritenuto nocivo, o all’arrivo di giornalisti, avvocati, enti pubblici». Tra queste, anche il suggerimento di riferirsi, in materia di concentrazione aerea delle fibre, «alla legislazione tedesca o americana, che è meno restrittiva», o di disconoscere Selikoff.

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Quando però si doveva trattare con chi l’Eternit lo comprava e pagava, era un’altra storia. Bisognava inviare «una lettera riservata a tutti gli acquirenti», per spiegare che «l’inalazione può essere pericolosa se in forti quantità. Lo scopo oltre che di informazione è di dissociazione preventiva delle responsabilità del produttore».

 

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Il prossimo, di processi, quello che potrebbe vedere l’imprenditore imputato di omicidio rischia tra l’altro di non aprirsi nemmeno. I suoi avvocati si appellano al principio giuridico del “ne bis in idem”, per cui non si può essere giudicati due volte per lo stesso fatto. «Ci sono quattro sentenze — spiega il legale Astolfo Di Amato — due della Corte di Strasburgo e due della Corte di giustizia dell’Unione Europea che ci danno ragione».

 

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