LA LISTA DI CHI HA SPOLPATO TELECOM, E CHI LO HA PERMESSO, È LUNGA, FITTA E COMPOSTA DAI SOLITI NOTI (AGNELLI, ROBERTO COLANINNO, D’ALEMA, BAZOLI, ETC ETC)

Giorgio Meletti per "Il Fatto Quotidiano"

Sempre gli stessi. Per vent'anni, dandosi il turno, scambiandosi pacchetti azionari e poltrone, intermediando amicizie politiche, dandosi consulenze reciproche, hanno lavorato alacremente, coralmente, appassionatamente per spolpare il gioiello: Telecom Italia.

C'è un prima e c'è un dopo. Fino al 1994 non c'è Internet e c'è lo spezzatino telefonico. C'è la Sip, che gestisce le reti urbane, poi la Asst, azienda di Stato, che gestisce le interurbane, la Italcable per le internazionali, la Telespazio per i satelliti. Sono aziende pubbliche e c'è il monopolio. La regola della Prima Repubblica è che i partiti nominano i manager, alcuni dei quali rubano per i partiti o lasciano rubare gli amici dei partiti.

Quando mancano i soldi si fa una capatina al ministero delle Poste e si concorda un aumento delle tariffe. Telefonare è un lusso, però la Sip è così ricca che quando i manager disonesti finiscono di rubare quelli onesti possono investire e fare ricerca. Il laboratorio di ricerca Cselt di Torino è invidiato da tutto il mondo. Lì, un signore piemontese sconosciuto agli italiani, ma famoso nel mondo, Leonardo Chiariglione, inventa lo standard video Mpeg e quello audio Mp3.

La Seconda Repubblica e gli arricchimenti facili
Ma fatalmente nel laboratorio Telecom attecchisce più facilmente il know-how dell'arricchimento facile, a spese dei piccoli azionisti. Nel 1994, con la nascita della Seconda Repubblica, scocca l'ora di Telecom Italia, che riunisce gli spezzoni di cui sopra. La regia dell'operazione è dell'Iri, e del suo presidente Romano Prodi, che pochi giorni dopo il faticoso parto, avendo Silvio Berlusconi vinto le elezioni, saluta e se ne va.

Inizia l'era della concorrenza. L'Italia ha bisogno di soldi per entrare nell'euro, e riecco Prodi che diventa presidente del Consiglio e mette in campo il suo dream team delle privatizzazioni: Carlo Azeglio Ciampi ministro del Tesoro, Mario Draghi direttore generale del Tesoro (oggi presidente della Bce), Vittorio Grilli suo braccio destro. Vengono cacciati a furor di popolo i boiardi Biagio Agnes e Ernesto Pascale e arriva il professor Guido Rossi.

Vendere, vendere! A ottobre ‘97 il popolo corre a comprare le azioni a 10.908 lire l'una. Lo Stato incassa 26 mila miliardi di lire, 13 miliardi di euro. Ma adesso chi comanda? La soluzione è penosa e profetica insieme. Si costituisce il mitico "nocciolo duro", un gruppetto di soliti noti (Generali, Comit, Credit, Montepaschi, Ina, più gli americani di Att) che, con poco più del 6 per cento delle azioni, devono garantire stabilità al timone. Il risultato è che la Fiat, comprando lo 0,6 per cento del capitale Telecom, comanda.

È Umberto Agnelli, con il suo fido Gabriele Galateri di Genola e Suniglia, a scegliere i manager. Chiama alla presidenza, al posto di Guido Rossi, un ex manager Fiat di sua conoscenza, Gian Mario Rossignolo, che esordisce facendo ridere la stampa di mezzo mondo spiegando a un incredulo corrispondente del Financial Times: "I am a very powerful chairman" (Sono un presidente molto potente). La sua gestione è un disastro e una comica insieme. Viene cacciato dopo dieci mesi. L'anno scorso è stato arrestato per una storia di formazione professionale.

Nel novembre 1998 arriva al vertice Franco Bernabè, reduce dai successi alla guida dell'Eni. Non fa in tempo a sedersi che parte la scalata di Roberto Colaninno, il ragioniere di Mantova. Gli è venuta un'idea meravigliosa: la sua Olivetti si fa prestare i soldi dalle grandi banche internazionali e lancia un'offerta pubblica di acquisto, che si concluderà il 21 maggio 1999. La Olivetti compra dal mercato il 51 per cento di Telecom per 30 miliardi di euro. Il presidente del Consiglio Massimo D'Alema inneggia ai "capitani coraggiosi" della "razza padana", che ci mettono soldi veri, non come gli Agnelli che vogliono comandare con lo 0,6 per cento.

Vero. Ma è anche vero che a Palazzo Chigi masticano poco le lingue ("L'unica merchant bank dove non si parla inglese", scolpirà Guido Rossi), e non sanno o fanno finta di non sapere che cosa vuol dire leverage buyout: compri un'azienda facendo i debiti e poi trovi il modo di scaricare il tuo debito sull'azienda che hai scalato. Umberto Paolucci, capo europeo di Microsoft, rilascia al Corriere della Sera un'intervista profetica: "Bisogna vedere se, a causa dell'indebitamento, il gestore telefonico rimane capace di investire quanto è necessario per l'innovazione del Paese. In caso contrario, rischia il declino e il passaggio da una scalata all'altra. Del resto, mai prima d'ora nel mondo un gestore telefonico è stato oggetto di una scalata ostile".

Quel duro faccia a faccia tra D'Alema e Draghi
La battaglia è durissima, dura mesi. Bernabè le studia tutte per fermare gli scalatori, ma il governo è contro di lui. Alla vigilia di una decisiva assemblea straordinaria degli azionisti Telecom, in cui Bernabè vuole farsi approvare misure anti-scalata, D'Alema impone a Draghi, titolare come direttore generale del Tesoro di un pacchetto di azioni forse decisivo per il numero legale, di non partecipare. C'è una tesa riunione a Palazzo Chigi. Ciampi tace. Draghi pretende e ottiene un ordine scritto.

Glielo scrive il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Franco Bassanini, oggi presidente della Cassa depositi e prestiti. Per D'Alema non andare all'assemblea è un atto di neutralità. Negli stessi giorni si incontra a Roma, nell'abitazione dell'amico Alfio Marchini con Enrico Cuccia, boss di Mediobanca che spalleggia Colaninno nella scalata (il lavoro tecnico lo fa un giovane direttore centrale, Matteo Arpe). Il vecchio banchiere e il giovane leader infatuato di Tony Blair parlano della scalata Telecom, neutralmente.

Due anni dopo Colaninno è in difficoltà. La sua decisione di comprare Telemontecarlo, ribattezzarla La7 e usare i soldi di Telecom per sfidare Berlusconi sul mercato televisivo fa saltare gli equilibri. Il Caimano vince le elezioni nella primavera del 2001, e anche gli amici diessini gli consigliano la resa.

C'è pronto a comprare Marco Tronchetti Provera: il salto dalla Pirelli all'impero Telecom farà di lui il nuovo capo del capitalismo italiano, il successore di Gianni Agnelli. È amico di Berlusconi, ma è anche in buoni rapporti con D'Alema, che per primo aveva candidato a Palazzo Chigi con un'intervista a Repubblica. Al suo fianco ci sono le banche Intesa (Giovanni Bazoli) e Unicredit (Alessandro Profumo), oltre alla famiglia Benetton.

La trattativa si chiude a fine luglio. All'inizio tratta Emilio "Chicco" Gnutti, il socio storico di Colaninno. Poi Gnutti si sente male, soffre di cuore, e chiede all'amico Gianni Consorte, boss di Unipol, di chiudere l'operazione. Il manager abruzzese, legatissimo a D'Alema, si sta allenando per le scalate bancarie che lo vedranno sfortunato protagonista nel 2005 della calda estate dei "furbetti del quartierino". È svelto. Vende a Gnutti le azioni Telecom in mano all'Unipol a 3 euro, Gnutti le rivende a Tronchetti a stretto giro a 4,17. Per il disturbo Gnutti fa arrivare a Consorte e al suo vice Ivano Sacchetti un bonifico da qualche decina di milioni di euro. La storia finirà in tribunale con la scalata Unipol-Bnl.

Morale della scalata 2001. Roberto Colaninno nel 1996 è un dipendente di Carlo De Benedetti, manager nella natia Mantova della Sogefi. Viene nominato a sorpresa amministratore delegato della Olivetti e due anni dopo, con Gnutti e la "razza padana" ne ha acquisito il controllo. La usa per scalare Telecom.

Nel 2001 vende a Tronchetti ed è ricco. In cinque anni è passato da manager stipendiato a capitalista in grado di comprare dalla stessa Telecom l'immobiliare Immsi, trasformarla in holding di partecipazioni , comprarsi la Piaggio e poi investire in Alitalia. Neppure Bill Gates e Steve Jobs si sono arricchiti così rapidamente. Tronchetti conquista Telecom comprando il pacchetto di controllo di Olivetti. Colaninno, Gnutti, Consorte e soci si arricchiscono, ai piccoli azionisti niente: è il mercato, bellezza.

Durante le gestione Tronchetti, Telecom inizia il suo declino. Incassa le bollette e lesina sugli investimenti, smantella lo Cselt (nel frattempo ribattezzato TiLaB), soprattutto distribuisce lauti dividendi, perché la sua scatola Olimpia, con cui controlla l'impero, è piena di debiti da ripagare alle banche. Dal 2001 a oggi, i vari azionisti che si sono passati di mano la Telecom l'hanno costretta a pagare non meno di 15 miliardi di dividendi. Se quei soldi fossero rimasti in cassa, com'era giusto per un'azienda così scassata dal punto di vista finanziario, adesso il debito netto non sarebbe di 28, ma di 13 miliardi.

Nel 2006 arriva un nuovo cataclisma. Torna al governo Romano Prodi, e Tronchetti comincia a innervosirsi. Scoppia lo scandalo dei dossieraggi illegali che coinvolge il capo della security Telecom, Giuliano Tavaroli. Nella bufera, Tronchetti comincia a gridare allo scippo: esce un piano di Angelo Rovati, amico e collaboratore di Prodi, che ipotizza lo scorporo della rete telefonica per risolvere i problemi patrimoniali del colosso indebitato (esattamente lo stesso copione di oggi). Tronchetti si dimette della presidenza e la affida a Guido Rossi (rieccolo), ma capisce che è ora di vendere.

L'ennesimo pasticcio in nome dell'italianità
Inizia la tiritera dell'italianità. Vorrebbe comprare Carlos Slim, imprenditore telefonico messicano, oggi l'uomo più ricco del mondo. Bocciato. Bussa alla porta di Tronchetti Cesar Alierta di Telefónica. Bocciato anche lui. Alla fine fiorisce la impagabile "operazione di sistema". Il governo Prodi battezza un pasticcio in cui una nuova scatola, battezzata Telco, strapaga a Tronchetti le sue azioni: 2,8 euro contro i 2,2 della quotazione in Borsa.

Ai piccoli azionisti, che detengono l'80 per cento del capitale, niente nemmeno stavolta. La Telco è formata da Telefónica España, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. E chi è il presidente di Mediobanca? Gabriele Galateri di Genola, l'immancabile. Chi il direttore generale? Alberto Nagel, che ieri ha rivenduto. E chi è il numero uno di Intesa Sanpaolo? Bazoli, profeta delle operazioni "di sistema".

L'operazione si chiude a fine aprile 2007. Mediobanca e Intesa Sanpaolo litigano fino a dicembre per scegliere il nuovo manager. Nel frattempo l'azienda rimane affidata a Riccardo Ruggiero, l'uomo di Tronchetti, famoso per gli stipendi, le buonuscite, e l'autovelox che lo becca a 311 all'ora sulla Porsche.

Finirà invischiato nell'inchiesta sulle sim false di Tim. A dicembre arriva la scelta di Franco Bernabè (di nuovo lui), decisa dal comitato nomine di Mediobanca di cui fa parte Tronchetti, che dunque è chiamato a scegliere il successore nell'azienda che ha venduto ma anche, evidentemente, comprato.

Elegantemente Tronchetti non si presenta alla riunione, dalla quale esce anche il nome del nuovo presidente di Telecom Italia: Gabriele Galateri di Genola, che lascia così la poltrona di Mediobanca a Cesare Geronzi. Poi Geronzi passerà alle Generali, da dove sarà cacciato, e al suo posto alla presidenza oggi c'è lui: Gabriele Galateri di Genola e Suniglia. Il quale ha dunque: comprato Telecom come presidente di Mediobanca, gestito Telecom come presidente di Telecom e rivenduto Telecom come presidente di Generali. E adesso non ci dà nemmeno una spiegazione.

 

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