IO GOVERNANCE, TU GOVERNANTE - UNA RICERCA DELLA CONSOB SVELA COME, NELLE SOCIETÀ QUOTATE, LA PRESENZA FEMMINILE IN CDA RENDA PEGGIORE LA GOVERNANCE - PERÒ LE DONNE-DANNO SONO QUASI TUTTE RAM-POLLE DEL CAPITALISMO FAMIGLIARE ITALIANO - SU 173 CONSIGLIERE, 94 FANNO PARTE DELLA FAMIGLIA CHE È AZIONISTA DI RIFERIMENTO O CHE CONTROLLA LA SOCIETÀ - QUANDO LEI È ‘DI FAMIGLIA’ LA CONVOCAZIONE DEL CDA DIVENTA UN OPTIONAL: MENO DI 8 VOLTE L’ANNO…

Francesco Manacorda per "la Stampa"

Le quote rosa? In Italia rischiano di annacquare i loro effetti positivi nel gran calderone del capitalismo familiare, dove proprietà e gestione tendono a confondersi. Uno studio appena pubblicato nei quaderni di finanza della Consob mostra infatti a sorpresa come nelle società quotate a piazza Affari «in termini di "buona governance" gli effetti della diversità di genere sembrino essere negativi».

«Il numero di riunioni del consiglio d'amministrazione e la presenza media ai consigli», considerate generalmente dagli studiosi un indice di buona governance delle aziende, «sono più basse nelle società in cui almeno una donna siede nel cda». Nessun effetto sensibile, poi, dalla presenza di donne sulla performance del titolo e sulla sua volatilità.

Ma, almeno per quel che riguarda la presenza ai cda, spiegano le autrici dello studio che sono Magda Bianco, Angela Ciavarelli e Rossella Signoretti - «sembra che l'effetto negativo dei consiglieri femmine sia dovuto principalmente alle donne affiliate a una famiglia». Famiglia imprenditoriale, ovviamente, visto che sulle 173 posizioni di consigliere occupate da donne, oltre la metà - per l'esattezza 94 riguardano persone che appartengono alla famiglia che è azionista di riferimento o di controllo della società.

Dove c'è almeno un consigliere donna il cda si incontra circa 11 volte l'anno; meno di quanto avvenga in quelle dove il consiglio è fatto da soli uomini. Ma se il consigliere donna appartiene alla famiglia che controlla l'azienda, allora il numero di convocazioni del consiglio scende drasticamente: meno di 8 volte l'anno.

Prima di gettare la croce addosso alle figlie più celebri di piazza Affari come Jonella e Giulia Ligresti, Marina Berlusconi o Azzurra Caltagirone - tutte presenti in plurimi consigli, peraltro assieme ad uno o più fratelli maschi - bisogna però leggere a fondo la ricerca. I 94 posti occupati da «golden girls», la maggioranza secondo lo studio sono concentrati soprattutto in società di piccole e medie dimensioni, attive soprattutto nei prodotti di consumo e nell'informatica e telecomunicazioni. Significa che i grandi gruppi hanno in proporzione meno donne in cda? In qualche misura sì. Proprio nelle società maggiori si concentrano comunque i 79 consiglieri femmine che non hanno legami familiari con gli azionisti.

Intendiamoci, di strada da fare per aprire le porte dei consigli alle donne ce n'è tanta da fare. La fotografia scattata in Italia dalla ricerca a fine 2009 mostra una quota del 6,3% di donne in cda contro il 15,7% degli Usa, il 24% di Svezia e Finlandia e il 40% della Norvegia. A fine 2010 un lieve miglioramento, con una quota rosa arrivata al 6,8%. Ma siamo assai distanti dalle soglie previste dalla nuova legge: il 20% di donne nei cda dal 2012, il 30% dal 2015.

Con l'arrivo di molte donne nei cda vincerà il merito o prevarrà ancora il privilegio dinastico? E in Italia una maggior presenza femminile avrà un effetto positivo sulle società quotate? La questione resta aperta. Le evidenze raccolte, scrivono le autrici della ricerca, «gettano alcuni dubbi sulla possibilità che i risultati di molti studi che provano l'effetto positivo della diversità di genere sulla corporate governance e sulla performance possano applicarsi nel caso italiano».

 

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