luca villoresi

BASCO, SIGARO E AMORE PER LA CRONACACCIA: SE NE VA A NEANCHE 71 ANNI LUCA VILLORESI, GRANDE INVIATO DI REPUBBLICA - SCOPRÌ LA PRIGIONE DI MORO IN VIA MONTALCINI E FINÌ IN MANETTE PER NON AVER RIVELATO CHI GLI AVEVA RACCONTATO LE TORTURE AI BRIGATISTI ARRESTATI – IL RICORDO DI MASSIMO LUGLI: “ERA MODESTO COME UN MONACO ZEN. COSA RARISSIMA PER CHI FA QUESTO MESTIERE EGOTICO. AVEVAMO UNA PASSIONE COMUNE: ROMA…”

Massimo Lugli per la Repubblica - Roma

 

LUCA VILLORESI

L'impermeabile spiegazzato, il basco che soltanto lui sapeva portare con disinvoltura, il mezzo sigaro sempre spento tra le dita e quello sguardo un po' ironico, un po' smagato, da vecchio cronista che ne ha viste di tutti i colori.

 

Luca Villoresi era un personaggio unico, un collega da cui non si smetteva mai di imparare, una bellissima persona e a tutti noi di Repubblica sembra incredibile che se ne sia andato a neanche 71 anni. Alto, solido come un faggio, con quelle spalle leggermente curve e quell'andatura dinoccolata, Luca sembra semplicemente indistruttibile. Raccontare una vita in cinquanta righe è un'impresa che richiederebbe altre penne più acuminate della mia.

 

C'è il curriculum professionale, ci sono gli scoop, l'arresto nel 1982, quando finì in manette per non aver rivelato chi gli aveva raccontato le torture ai brigatisti arrestati. Ci sono i riconoscimenti professionali, il bel libro che ha scritto per Donzelli ma tutto questo non basta. Luca Villoresi era molto di più. Conoscerlo, quando fui assunto a Repubblica da Paese Sera, fu un'esperienza incredibile. Mi aspettavo uno di quei " seniores" vagamente pieni di sé, educatamente autocompiaciuti, che accolgono i novellini con distratta benevolenza e mi trovai di fronte un ragazzone di 35 anni con l'espressione da monello e una curiosità inestinguibile per tutto quello che lo circondava, la vera qualità di ogni giornalista che si rispetti.

 

Entrammo subito in confidenza, due cagnacci spelacchiati che si fiutano e si riconoscono. Caffè, sigarette, chiacchiere. Parlargli dei suoi colpi da prima pagina, di quando scoprì la prigione di Moro in via Montalcini, del suo scoop sul rapimento Dozier era difficilissimo. Se non glissava, minimizzava.

LUCA VILLORESI

 

Cosa rarissima per chi fa questo mestiere egotico, Luca era modesto come un monaco zen. Abitavamo vicini, io venivo al giornale con lo scooter, lui coi mezzi pubblici mettendoci tre volte di più. Se gli offrivo un passaggio nicchiava. Amava camminare, mischiarsi alla gente, sentire gli umori di quel grande teatro popolare che sono bus e metropolitane. Avevamo una passione in comune: Roma. La conosceva come pochi, la descriveva con arguzia e profondità, la raccontava come un narratore e, al tempo stesso, un cronista puntuale e preciso.

 

Le sue inchieste, a mio parere, sono il meglio che è stato scritto su questa città così bella, contraddittoria, luminosa e sordida. Il suo secondo amore era la natura, la campagna, il giardino. Come un contadino d'altri tempi aveva il vezzo di portare sempre un coltellino in tasca e, dopo il pensionamento, si era dedicato completamente a quello che chiamava " il mio vero lavoro". Uscito dal giornale, non aveva più voluto scrivere. Secondo me aveva semplicemente cambiato vita ed era passato ad altro. Come ha fatto ieri mattina accasciandosi in un supermercato. Spero che la sua nuova vita sia fatta di luce, sia un bosco lussureggiante, un caleidoscopio di colori, un oceano di pace e di amore. No, errata corrige, non lo spero: ci credo fermamente.

 

massimo lugli (2)

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