UN MOSTRO A SCOPPIO RITARDATO - DAL 2006 L’ASSASSINO DELLA ROMENA CROCIFISSA A FIRENZE, HA COLPITO ALTRE OTTO VOLTE (MA PER GLI INVESTIGATORI POTREBBERO ESSERE DUE LE PERSONE DA CERCARE)

1 - FIRENZE E LA PAURA DEL NUOVO MOSTRO. UN UNICO DNA SUI LUOGHI DELLE SEVIZIE
Fabio Poletti per "la Stampa"

Sotto alla sbarra di ferro laccato di bianco dove è stata uccisa Andrea Cristina Zamfir, mani pietose hanno lasciato l'immaginetta di San Romedio martire. Ma ci vorrebbe ben altro del santo che fermò un orso sulla strada per fermare l'uomo che batte gli stradoni tra Ugnano alla periferia di Firenze e Prato da almeno dieci anni, invita sulla sua auto bianca le prostitute - quelle tossiche, quelle messe peggio, quelle che per un pugno di euro si fanno fare di tutto - le convince a farsi crocifiggere con un doppio giro di scotch ai polsi e poi le sevizia. Non chiede di avere rapporti sessuali.

Quasi non le tocca. Preferisce usare bastoni, a volta di legno a volte di ferro. In almeno sei casi denunciati e due mai finiti nei verbali le donne - italiane o straniere, giovani e meno giovani, non fa differenza - si sono salvate. Ad Andrea Cristina Zamfir che aveva 26 anni ed era arrivata dalla Romania e che pure aveva provato ad avere una vita normale - aveva un compagno italiano che non c'entra niente e una bambina di due anni che perde tutto - è andata peggio.

«Quando l'ho vista io era già morta, nuda con solo le scarpe da ginnastica e le calze, legata in croce alla sbarra di ferro...», racconta chi l'ha trovata, crocifissa come una povera crista sotto il ponte dell'autostrada in via Cimitero di Ugnano. Luogo di coppiette di giorno e di prostituzione disperata la sera. Tre lampioni a inquadrare il nulla vicino a una serra di plastica e metallo.

Sono i luoghi del mostro di Firenze che negli Anni Ottanta terrorizzava e uccideva. Ma le analogie finiscono lì. Perché di sicuro non vuole uccidere l'uomo che a scadenza quasi annuale, in due soli posti perché li conosce bene, sfoga i suoi istinti repressi e chissà cosa altro. Lui si fa vivo nel 2006 a Ugnano e usa un tubo di ferro, forse un residuato bellico e chissà se è un simbolo pure quello.

Nel 2009 colpisce alla periferia di Prato. Due anni dopo sempre a Prato sempre nello stesso posto sempre con lo stesso rituale. Poi ancora nel 2013 a Prato. La vittima si chiama Marta, arriva dalla Romania, sta sulla strada per comperarsi le dosi: «All'inizio sembrava tranquillo ma quando siamo scesi dall'auto è diventato una bestia. Mi fece spogliare e mi legò. Qualche mese dopo ebbe il coraggio di tornare da me ma io lo cacciai. Si fece ancora più cattivo: "Stavolta ti uccido"».

Marta riuscì a tenerlo a bada. Nessuno riesce a placare i suoi impulsi. E lui allora accelera: perché gli piace, perché si sente impunito, perché a giocare su due province è più facile confondere gli investigatori che ancora non trovano il filo rosso. Nel 2013 torna a Ugnano. Nel 2014 colpisce ancora a Prato. E poi due giorni fa a Ugnano quando uccide.

«Noi siamo quasi convinti che sia la stessa persona. Ma per le modalità operative non possiamo escludere nemmeno che siano in due», non si sbilanciano polizia e carabinieri di Firenze e Prato che stanno ricostruendo tutti gli episodi degli ultimi dieci anni. C'è un caso simile nel 2007 a Travallo vicino a Signa ma il colpevole lo avevano già trovato. La prima volta a Ugnano nel 2006 la prostituta disse di essere salita in auto con due uomini. Nel 2013 a Ugnano un'altra prostituta riesce a mettere insieme uno straccio di identikit: «Quell'uomo ha tra i 50 e i 60 anni. È tarchiato con radi capelli bianchi. Ha un forte accento toscano. Guida un'auto bianca che sembra un furgone».

Centinaia se non migliaia le persone che potrebbero essere riconosciute nel profilo del seviziatore seriale diventato assassino due giorni fa. Ma nelle mani degli investigatori ci sono altri due elementi preziosi. Sul bastone e sullo scotch usato l'anno scorso a Ugnano la scientifica dei carabinieri ha isolato filamenti di Dna che non sono della vittima. E in altri due episodi il Dna è altamente compatibile. Una firma genetica che però non servirà a nulla se non si troverà qualcuno con cui confrontarlo.

Il secondo elemento è il nastro adesivo. Negli ultimi due casi ha il logo dell'azienda ospedaliera di Careggi, una delle più grandi d'Italia. Il nastro adesivo è stato prodotto fino a pochi mesi fa ma in chissà quante mani è passato. Spulciare tra le denunce non basta.
Pasquale Checcacci che ha ottant'anni, è un po' sordo e abita nell'ultima villetta gialla prima della sbarra bianca dove è morta Andrea, dice di aver soccorso un altro paio di donne magari vittime dello stesso maniaco: «Erano nude e impaurite. Di fare denuncia non ci pensavano proprio dopo che lo ho rivestite...».

Gli investigatori lavorano anche sul profilo psicologico del seviziatore seriale. Le indagini a Firenze le conduce Paolo Canessa, il magistrato che si è già occupato del mostro di Firenze. Si pensa a un uomo abusato da bambino, con evidenti problemi sessuali che sublima adoperando bastoni ma pure a qualcuno affascinato dalle gesta dei «compagni di merende di Pietro Pacciani negli anni del mostro».

A qualcuno con qualche precedente di sevizie su prostitute hanno ribaltato la casa ma non hanno trovato niente. Tra i sospettati c'è pure un infermiere ma non si va oltre. «Non sarà facile ma ce la mettiamo tutta...», promette un investigatore che nemmeno vuole immaginare che si possa tornare alla psicosi del mostro. Ci vorrebbe un miracolo. Che Romedio martire chiami a raccolta gli altri santi.

2- IL SERIAL-KILLER DEL CROCIFISSO SULLE ORME DEL MOSTRO DI FIRENZE
Gabriele Romagnoli per "la Repubblica"

Verrebbe da pensare che la serie di delitti sia stata scritta, prima ancora che perpetrata. Tanti sono gli elementi sovraccarichi di significato nel nuovo giallo di Firenze. Talmente numerosi che alla fine tutti quanti (tutori dell'ordine, media, pubblico a lungo indifferente) han dovuto farsene carico e alzare la soglia di attenzione. Che altro doveva fare il colpevole, o i colpevoli come ci ha insegnato a sospettare la vicenda dei compagni di merende di Pietro Pacciani?

Una donna, rumena, prostituta, violentata con una sbarra e uccisa in posizione da crocifissione sotto un cavalcavia nei sobborghi di Firenze è il limite. Ciascuno degli
elementi della frase precedente ha carattere al contempo significativo e accusatorio.
Per primo: il cavalcavia. Tra gli abitanti della zona intervistati dopo il ritrovamento del cadavere uno dice: «Qui era un paradiso, poi è arrivata l'autostrada».

È tanto spaventosamente cliché quanto è vero. La modernità non porta diavolerie, ma diavoli. Perché si insedia senza rispetto, neppure per se stessa. Fai passare l'A1 su un vallone, metti i pilastri, getti l'asfalto e te ne vai. Non ti preoccupi di aver creato una zona oscura. Le zone oscure sono una minaccia, che siano dentro o fuori di noi. Guardate le foto del cavalcavia: è una nicchia protetta dove ogni cosa può accadere al riparo. Dagli sguardi, dai lampioni e dai lampeggianti.

Nella più innocente delle ipotesi ci vanno i ragazzini a fumare le prime sigarette, nella più feroce ci crocifiggono una donna. Le scritte sui piloni «Cami ti amo», «Qua si carica le troie», «Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio », i simboli di estrema destra, le sigle ultrà, i rifiuti, gli avanzi di atti consumati nel buio, tutto parla di una "zona franca", extraterritoriale, uno dei tanti "sotto luoghi" dove lo Stato vede un confine che non c'è e decide di non entrare.

Una valvola di sfogo, viene da mal pensare, dove i comportamenti criminali son perseguiti, ma sulla carta straccia. Si resta increduli ascoltando gli abitanti della zona che raccontano come un fatto usuale: «Ogni tanto, di notte, suonava una donna con i vestiti strappati, insanguinata e diceva che era stata violentata. Per lo più prostitute. Qualcuna non voleva fare denuncia».

Accadeva da tempo, c'era un'indagine, un fascicolo aperto (dicono ora) da dieci anni. Ma non un pattugliamento costante del cavalcavia, non una telecamera fissa, non un'inferriata che impedisse l'accesso alla zona oscura sotto l'autostrada. Perché? Il secondo elemento, le vittime: prostitute, straniere. Non è una categoria che provoca allarme sociale, né interesse mediatico.

Non ha generato ronde né titoli ai tg della sera. Finora la sequenza dei delitti era un giallo di serie B, come la maggioranza di quelli commessi da serial killer in una letteratura e cinematografia stucchevole. Il colpevole (o i colpevoli) si sforza di farsi notare usando modalità ripetute che spalancano ordinari abissi psicologici (la violenza per mezzo di uno strumento), seminando indizi ossessivi (l'uso dello stesso nastro adesivo, in dotazione a una struttura sanitaria), agendo in luoghi suggestivi (in alternativa al cavalcavia, un prato su cui aveva già operato il mostro di Firenze).

E Firenze. Non bastava già Firenze a eccitare per un riflesso pavloviano l'attenzione generale? Mancava l'omicidio. Le altre donne erano state lasciate in vita. E occorreva questa modalità atroce: qualcosa di simile a una crocifissione, come quelle da poco avvenute in Siria che hanno fatto piangere papa Francesco.

Adesso ci siamo. Adesso possiamo andare a prendere le torce, radunare tutti i padri di famiglia del quartiere, farci scortare dallo sceriffo. I fotografi dal parapetto scatteranno lampi nella notte, illuminando la zona oscura mentre i guardiani finalmente oltrepassano il confine che non c'era e rovistano in quella pattumiera dove ora non ci sono soltanto resti e indizi di malavita, ma anche di malamorte. È spaventosamente cliché quanto vero anche dire: questa è stata una morte annunciata. Nei modi, nei tempi, ma soprattutto nel luogo.

 

 

DONNA CROCIFISSA TELO CHE RICOPRE IL CADAVERE DONNA CROCIFISSA POLIZIA A LAVORO DONNA CROCIFISSA POLIZIA SCIENTIFICA DONNA CROCIFISSA POLIZIA A LAVORO DONNA CROCIFISSA LUOGO DEL DELITTO DONNA CROCIFISSA LUOGO DEL DELITTO DONNA CROCIFISSA LUOGO DEL DELITTO DONNA CROCIFISSA LE INTERVISTE AI RESIDENTI DELLA ZONA CHE DA TEMPO LAMENTANO IL DEGRADO

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