SARTI CESAREI - SONO TRE GLI STILITI CHE SI CONTENDONO LA PATERNITÀ DELLE CAMICIE DA GAGÀ DI MANDELA: “DA UOMO LIBERO SI ERA MESSO A COMBATTERE UNA BATTAGLIA PERSONALE SUL MODO DI VESTIRSI”

Pietro Veronese per "la Repubblica"

Fa un po' paura arrivare fino all'atelier di Sonwabile Ndamase, al sesto piano di un palazzo dissestato in una delle zone meno sicure della città, per giunta sotto un furioso temporale. Dentro, una volta aperto il lucchetto dell'inferriata che chiude l'accesso dal pianerottolo, è tutto luce, manichini, abiti, moda, colori. Sonwabile è uno stilista che promuove l'africanità - anzi, per usare le sue parole, «la liberazione del look e dell'estetica africana, la loro promozione nell'industria della moda» - e forse per questo ha scelto di restare in questo angolo di downtown, malfamato ma sicuramente afro.

Sonwabile Ndamase è agli onori delle cronache sudafricane perché a lui si deve l'originale
Madiba Shirt, cioè quel tipo di camicioni variopinti che Mandela amava tanto indossare. Sonwabile non è stato alla camera ardente su a Pretoria, aperta in queste ore, ma amici gli hanno detto che la salma è stata vestita proprio con una delle sue camicie.

Per la verità il primato della Madiba Shirt gli è conteso da almeno tre rivali. La più nota è la stilista sudafricana Desré Buirski; poi c'è Pathé Ouédraogo, ivoriano, presentato dall'agenzia France Presse come il vero inventore della «chemise Mandela». E ci sarebbe pure, evocato dallo stesso Sonwabile, un certo «Indian gentleman» che ambisce anch'egli al titolo. Ma la storia di Sonwabile è la più convincente.

Comincia molti anni fa, quando Mandela era ancora in prigione e un ragazzetto appena arrivato a Soweto dal villaggio bussò alla porta di colei che era all'epoca la moglie di Madiba, Winnie Madikizela Mandela. Era un Pondo come lei, cercò la sua protezione, ma Winnie non si fidò. Solo più tardi ammise in casa il giovanotto, che divenne amico delle figlie e incominciò a disegnare abiti per loro.

Una sera del 1990, poco dopo che Mandela era stato liberato, Sonwabile venne invitato a cena. «Mi aspettavo di dover essere io a farmi avanti, ma lui mi venne incontro dicendo: "Io sono Nelson Rolihlahla, tu come ti chiami?"». Fatte le presentazioni, declinate le ascendenze tribali, Mandela aggiunse: «Mi dicono che sei uno stilista, cosa puoi fare per me? Puoi tornare domani?».

«Non riuscivo a capacitarmi che l'uomo per il quale ero sceso in piazza, di cui avevo scandito il nome nelle manifestazioni, potesse interessarsi a me», prosegue il racconto di Sonwabile. «Chiesi a Zindzi, la figlia, se fosse tutto uno scherzo. Ma lei mi disse di no». L'indomani lo stilista in erba si ripresentò con delle coloratissime stoffe made in Africa, che a Mandela piacquero molto. Così gli prese le misure, e se ne tornò a casa con l'ordinazione di un paio di camicie. «Il resto», aggiunge con un ghigno soddisfatto, «è storia».

Appena il futuro presidente del Sudafrica cominciò a farsi vedere con quegli inconfondibili camicioni, gli affari dello stilista decollarono. «I primi clienti furono i suoi visitatori, specie coloro che venivano a trovarlo dall'estero: si fecero dare il mio nome, e sapendo che conoscevo le sue misure mi commissionavano camicie da portargli in dono».

Sulle Madiba Shirts l'aneddotica è ricca. Molti amici di Mandela gli sconsigliavano quel look, sostenendo che era poco presidenziale. Tra questi il più insistente era l'arcivescovo Tutu, finché un giorno Madiba sbottò: «Facile criticare per te, che vesti sempre uguale!» (storiella raccontata dallo stesso Tutu).

Da simili episodi, e dal fatto che Mandela non si lasciò mai convincere a cambiare abbigliamento, Sonwabile trae una considerazione di vasta portata. «Il fatto è», sostiene, «che da uomo libero si era messo a combattere un'altra battaglia personale sul modo di vestirsi, una guerra per l'accettazione. Oggi, se ti presenti in consiglio d'amministrazione vestito all'africana, nessuno si sognerà di dirti "ma cosa ti sei messo?"». «E poi», aggiunge con una riflessione di professionale buon senso, «a che scopo stare in giacca se poi quando ti siedi a lavorare te la togli e l'appendi? Molto meglio laMadiba Shirt».

Comoda, bella come lo sono le più belle stoffe africane, ma non per tutti. «È logico che un bianco si vesta all'europea», conclude Sonwabile. «Ma se frequenti l'Africa, se la conosci a poco a poco, se ti piace e ti ci trovi bene, forse un giorno verrà anche per te il momento di una Madiba Shirt. Purché il colore sia adatto a quello della pelle».

 

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