overdose

MORS TUA, VITA MEA - A ROMA UN 43ENNE HA LASCIATO MORIRE LA PROPRIA RAGAZZA PERCHÉ TEMEVA FOSSE IN OVERDOSE E LUI, SPACCIATORE, NON VOLEVA FINIRE NEI GUAI – LA DONNA, 40ENNE, È MORTA DOPO UN’AGONIA DI TRE GIORNI A CAUSA DI UNA POLMONITE. ORA L’UOMO È STATO ARRESTATO ED È A PROCESSO PER OMICIDIO VOLONTARIO – GLI ABUSI NELLA LORO RELAZIONE: LEI COLPITA CON UNA CAFFETTIERA E IL TELEFONO IN COMUNE PER CONTROLLARLA...

Estratto dell’articolo di Giuseppe Scarpa per “la Repubblica - Edizione Roma”

 

Violenza su una ragazza

Un’agonia lunga tre giorni. Settantadue ore durante le quali una donna di 40 anni si è spenta lentamente sotto gli occhi del suo compagno e spacciatore nel letto di casa. Fausto Chiantera, 43 anni, non ha alzato un dito per salvarla, per sottrarla al peggiore degli epiloghi. La morte.

 

Una morte niente affatto scontata. Anzi evitabile per gli inquirenti ma arrivata perché Chiantera temeva di essere incolpato. L’uomo pensava che la donna, che pure aveva abusato di stupefacenti, cocaina ed eroina, fosse in overdose. Invece la vittima si stava lentamente spegnendo a causa di una polmonite.

 

Perciò, per non passare guai con la giustizia, l’uomo non ha chiamato il 112 e l’ha lasciata morire tra atroci sofferenze nel letto di casa il 18 gennaio 2022. Per questo è stato arrestato e adesso è sotto processo per omicidio volontario, lesioni, maltrattamenti e spaccio.

Violenza su una ragazza

 

La fine tragica di Paola, il nome è di fantasia, è l’ultimo capitolo di una storia di sopraffazione e abusi. Deliberatamente l’avrebbe allontanata dalla famiglia, dalla figlia minorenne avuta da un’altra relazione, giocando sempre sulla vulnerabilità della vittima.

 

I pm Stefano Pizza e Antonio Verdi hanno ricostruito ciò che ha subito la donna negli ultimi due anni di vita. Il prologo è rappresentato da continue umiliazioni, aggressioni fisiche, un controllo asfissiante e gli stupefacenti. Cocaina e eroina cedute con l’obiettivo di legarla sempre di più a sè stessa.

violenza

 

Aveva preteso che Paola non avesse un suo telefonino. Avevano uno smartphone in comune. Così l’uomo controllava le chiamate. Inoltre, sul cellulare, aveva scaricato un programma che registrava le conversazioni, in questo modo poteva sapere ciò che la donna diceva.

 

Questo il capitolo relativo al controllo ossessivo che esercitava su Paola. Poi c’erano le botte. Picchiava la donna con una caffettiera, la colpiva con pugni. Quando Paola aveva deciso di abbandonarlo aveva iniziato a ricattarla, a seguirla, a minacciarla. Le aveva promesso che se non fosse ritornata da lui avrebbe diffuso alcuni video a luci rosse che la riguardavano.[…]

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