zerocalcare guerra ucraina

“SULL’UCRAINA HO DIFFICOLTÀ A DARE RISPOSTE TRANCHANT E DIFFIDO DI CHI LO FA” – ZEROCALCARE SPARA A ZERO CONTRO GLI OPINIONISTI PRÊT-À-PENSER E IMBRACCIA IL KALASHNIKOV: “NON SONO PACIFISTA. NON SONO PER LA NON-VIOLENZA A TUTTI I COSTI. CI SONO ANCHE LE GUERRE DI LIBERAZIONE. C’È CHI DICE CHE BISOGNA DARE ARMI AGLI UCRAINI E CHI DICE CHE È SBAGLIATO. IN ENTRAMBE LE POSIZIONI RICONOSCO QUALCOSA DI ETICAMENTE VALIDO. È UN DILEMMA E CHI NON SE LO PONE È SUPERFICIALE O UN PEZZO DI MERDA…”

Chiara Severgnini per "Sette - Il Corriere della Sera" 

 

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In principio fu l’armadillo. Michele Rech, alias Zerocalcare, lo ha scelto come incarnazione della sua coscienza. Prima nei fumetti che pubblicava «ogni maledetto lunedì su due» sul blog. Poi nella sua graphic novel d’esordio e in quasi tutte le successive. Infine, nella serie animata per Netflix Strappare lungo i bordi, uscita a novembre in 190 Paesi, che ha elevato al cubo la sua fama. E pensare che la primissima edizione de La profezia dell’armadillo, alla fine del 2011, era un’autoproduzione: 500 copie stampate con l’aiuto di Makkox, tra i primi a credere nel talento di Rech.

 

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Costava 12 euro, spedizione inclusa; oggi su eBay non si trova a meno di 600. Nel mezzo ci sono dieci anni e altri tredici fumetti, tutti editi da Bao Publishing (che nel frattempo ha anche ristampato La profezia dell’armadillo, a colori, ben ventisette volte). Il loro successo ha fatto di Rech—romano, classe 1983— una vera star: a gennaio, per dire, c’erano quattro sue opere nella classifica dei venti titoli di narrativa italiana più venduti. A differenza di altre star, però, lui non sembra voler cambiare vita. Non ha un agente.

 

Non ha cambiato né quartiere, né amici, né abitudini («vado ancora in fumetteria ogni martedì », giura). Presta china, tempo e voce alle stesse cause di sempre: dalla lotta dei curdi al sostegno legale per i manifestanti coinvolti nei processi per i fatti del G8. Su WhatsApp ha uno status ironico: «Odio disegnare e odiò andà in giro».

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Dieci anni di carriera. Che effetto fa?

«Assurdo. Ogni tanto incontro pischelli che mi dicono cose come “sono cresciuto con le tue storie”, oppure “ti ho riscoperto con la serie, quando ero piccolo ti leggeva mia mamma”. E io penso: ma com’è possibile che tu abbia cambiato il tuo status da “piccolo” ad “adulto” da quando io faccio fumetti leggibili anche da chi non frequenta i centri sociali? Perché in realtà è da 25 anni che faccio cose… ».

 

L’anniversario ti ha fatto riflettere?

«Ho fatto un bilancio. Quando è uscita La profezia dell’armadillo c’era una divisione molto netta tra i miei fumetti pop e i miei fumetti legati al mondo dei centri sociali. Però ho sempre voluto provare a portare i secondi all’interno dei primi, senza snaturarmi e senza commettere un suicidio lavorativo. È stato un processo lungo, ma oggi il mio bagaglio politico sta integralmente nella mia professione».

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Come sei cambiato, come autore?

«Rispetto a prima, sono una macchina! Sono più veloce e più sicuro di me. Ma tutto ciò che faccio viene dato direttamente in pasto al pubblico e questo è avvenuto a discapito della ricerca artistica: non ho avuto il tempo di sperimentare, non ho mai potuto dire “sto sei mesi chiuso in casa a disegnare, vediamo come va”. Questo è il mio rimpianto».

 

E perché non ti prendi questi sei mesi?

«Non perché devo pagare l’affitto, come qualcuno pensa, ma perché sto incastrato in meccanismi editoriali e in logiche politiche che impongono delle scadenze. Per esempio, nel 2021 sono stato tra Iraq e Siria, perché i curdi mi hanno detto che c’è bisogno di raccontare quello che sta succedendo lì: se il fumetto esce tra tre anni, non serve a nulla. È vero, potrei mandare tutti a quel paese, ma io considero i fumetti come una declinazione del mio modo di stare al mondo e prima di essere un fumettista sono una persona con un’esigenza di militanza».

 

Insomma, non ti puoi prendere sei mesi da te stesso.

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«Esatto».

 

In questi dieci anni anche il fumetto italiano è cambiato. Senz’altro ha acquisito una maggiore visibilità mediatica. Perché?

«Si è presa coscienza del fatto che è un linguaggio, non un genere. Con il fumetto puoi fare tutto: interviste, saggi, storie per l’infanzia…».

 

In questo processo di sdoganamento, il fumetto ha perso qualcosa o ci ha solo guadagnato?

«Ci sono ancora spazi dove si possono fare fumetti underground con contenuti radicali. Per chi finisce sotto i riflettori, è chiaro, ci sono delle questioni da affrontare…».

 

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Per te, quali sono?

«La prima è saper fare delle cose impopolari, se penso che siano giuste, continuando a parlare a tanta gente. Dopo un po’ che fai questo mestiere, capisci quali sono le cose che ti portano consenso. E quando sei molto esposto, ti verrebbe naturale schivare i guai: è umano. La sfida è mantenere un equilibrio».

 

E poi?

«Non trasformarmi in un pupazzo del teatrino mediatico. È difficile: mi invitano in tv, mi provocano sui social… Per fortuna, ho degli amici crudeli e lucidi che ci tengono molto a me. E, quando serve, sono capaci di dirmi: “Smettila, sembri la Barbara d’Urso del fumetto”».

 

Con quali fumetti sei cresciuto?

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«Ho iniziato con Il Corriere dei Piccoli, poi ho scoperto Topolino, Sturmtruppen, Lupo Alberto, Cattivik… Dopo ho cominciato con i supereroi americani e i manga. Ma la folgorazione, la voglia di fare questo mestiere, è arrivata con La mia vita disegnata male di Gipi».

 

Perché?

«Mi ha fatto capire che ci possono essere delle cose da raccontare anche nella vita di uno come me, che non sono certo Indiana Jones. In più, se ne fotte della grammatica del fumetto. Non avevo mai letto nulla di simile prima e mi ha trasmesso un’idea di libertà assoluta».

 

Ti rileggi?

«Non ho mai riletto un mio fumetto in vita mia».

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Neanche prima di mandarlo in stampa?

«Se lo facessi, non andrebbe in stampa niente. Mi affido all’editore».

 

Cosa rende speciale il fumetto?

«Richiede al lettore di stare attento. Si presta a fare ragionamenti complessi, non solo razionali, ma anche emotivi. Può dare la percezione di essere rilassante, ma costringe a fare una sintesi tra immagine e parola, a riempire con la fantasia gli spazi tra una vignetta l’altra e a mettere in funzione tanti sensi».

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Non l’udito, però. Eppure nei tuoi fumetti i testi delle canzoni sono un elemento ricorrente. È anche per questo che hai fatto il salto verso l’animazione?

«È stato il motivo numero uno: ho sempre voluto obbligare le persone ad ascoltare la musica che dico io, leggendo le cose mie! Stavo in fissa con la colonna sonora: ho scelto personalmente ogni singola canzone».

 

Sei riuscito a ottenere tutti i brani che volevi?

«No, c’è un famoso cantautore italiano che non ci ha autorizzato a usarne uno, anche se lo volevo tantissimo. Mi avevano detto che è perché non lo concede mai, ma di recente l’ho trovato in un film di merda… verrà il giorno della mia vendetta (ride, ndr)».

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Canzoni a parte, com’è stato passare dal fumetto alla serie animata?

«Sono molto contento del risultato e mi piacerebbe raccontare altre storie in quel modo, ma devo far sì che sia compatibile con la maniera in cui mi piace vivere. Per il primo mese, è stato complicato: ogni cosa che scrivevo o dicevo finiva in quel teatrino di cui parlavamo prima, mi sembrava di stare in un talk show permanente. Non era mai accaduto prima e ci ho messo un po’ a prendere le misure».

 

Tante persone che ti hanno scoperto con la serie. Che tipo di riscontri hai ricevuto?

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«Molte si sono commosse o sentite coinvolte. Poi però per alcune c’è stato una sorta di scarto quando hanno scoperto il resto della mia produzione, come Strati (uscita a febbraio su L’Essenziale, racconta la storia di Ugo Russo, ucciso a 15 anni dal carabiniere fuori servizio che stava tentando di rapinare con una pistola giocattolo, ndr). Qualcuno si è indignato e si è chiesto: “Com’è possibile che l’autore di una serie in cui mi sono riconosciuto così tanto sostenga posizioni che io vorrei vedere sepolte in galera?”. Fa parte delle grandi contraddizioni della vita».

 

Prima accennavi al tuo viaggio in Iraq e al tuo prossimo fumetto, atteso nella seconda metà dell’anno.

«Sono stato dove vivono gli yazidi, una minoranza massacrata dall’Isis nel 2014 in quello che l’Onu ha riconosciuto come un tentato genocidio. Si sono dati una forma di autonomia insieme ai curdi, ma sono minacciati sia dallo stato iracheno sia dalla Turchia, che li bombarda quasi quotidianamente. È un altro pezzetto del progetto di autonomia democratica che ho già raccontato in Kobane Calling e che rischia di essere spazzato via».

ZEROCALCARE STRAPPARE LUNGO I BORDI

 

Vuoi riportare l’attenzione su una guerra che, passata la fase acuta, è stata dimenticata?

«La percezione del superamento della fase acuta ce l’abbiamo noi, perché non ci sentiamo più coinvolti. Ma per chi combatte, forse la fase acuta è ora: sul campo ci sono ancora i jihadisti e in più in cielo ci sono i cacciabombardieri turchi. Io, comunque, non me ne occupo da reporter, ma perché ho deciso che mi sta a cuore. Sposare una causa quando fai un libro e poi disinteressartene quando il clamore si spegne o quando ti dedichi ad altro, per me, è moralmente indecente».

 

Perché hai «deciso» di prendere a cuore questa causa?

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«Perché, tra le mille situazioni drammatiche che ci sono al mondo, questa non mi smuove solo una questione umanitaria, ma rappresenta un faro di speranza. Il tipo di società per cui si battono i curdi si basa su valori che secondo me permetterebbero di risolvere tante delle contraddizioni in cui stanno anche le nostre vite, qui in Occidente. Il mio è un impegno continuo, anche quando non si vede a fumetti: vado ogni mercoledì alla riunione con la comunità curda. Ma non so sparare e non sono un diplomatico, so solo fare fumetti: questo è l’unico contributo che posso dare dunque voglio darlo».

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Cosa rappresenta la cover che hai disegnato per 7?

«Il dilemma. In Ucraina è in corso un’aggressione e i civili stanno attraversando qualcosa che dovremmo cercare di far finire il prima possibile. Ma come? C’è chi dice che bisogna dare armi agli ucraini, e chi dice che dare armi è sbagliato perché non bisogna alimentare il conflitto. In entrambe le posizioni riconosco qualcosa di eticamente valido. Ma bisogna pensare alle conseguenze, che sarebbero in ogni caso pesantissime. Sta lì, il dilemma. E chi non se lo pone è superficiale oppure è un pezzo di merda. Su questo tema, ho più bisogno di ascoltare che di essere quello che si pronuncia».

 

E invece?

«Tanti mi chiedono: “Perché non dici o non disegni la tua sull’Ucraina?”. Ma io ho difficoltà a dare risposte tranchant e diffido di chi lo fa. Il fatto stesso che io mi debba barcamenare in questa cosa dà l’idea di quanto ci informiamo male. C’è chi crede di potersi fare un’opinione seguendo un influencer! Oppure chiedendo a me! Ma io non ho gli strumenti per fare un’analisi geopolitica, posso solo ripetere quello che ho letto. Ma ci si dovrebbe informare con la complessità, non con la semplificazione ».

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L’equivoco nasce dal fatto che sei stato etichettato come autore pacifista o buonista?

«Forse. Ma non sono pacifista. Mi schiero contro alcune guerre, ma non sono per la non-violenza a tutti i costi. Ci sono anche le guerre di liberazione, no? I curdi stessi sono in guerra. Quanto al buonismo… Non ci trovo nulla di bello nel dirsi cattivo, ma non cerco di essere buono a tutti i costi».

 

A proposito di etichette, sulla tua carta d’identità c’è scritto «fumettista»?

«No, c’è ancora “grafico”: è la mia comfort zone».

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