A CENA CON LO SMARTPHONE – IN DISCO, AL RISTO, NEI BAR, TRA LE LENZUOLA, COPPIE ATTENTE PIÙ AI LORO “PROFILI” CHE AL PARTNER

Federico Taddia per "La Stampa"

Lui e lei, in un romantico ed elegante ristorante cittadino, con una forchetta in una mano e lo smartphone nell'altra, silenziosamente concentrati nel comunicare: rigorosamente con altri. La cena a lume di display è il fotogramma più diffuso dell'amore al tempo dei social network, emblema di come i dispositivi mobili stiano cambiando le nostre abitudini quotidiane.

«I cellulari di nuova generazione nascono proprio per permettere il processo di multitasking e, quindi, è come se portassimo in giro con noi una moltitudine di mondi in cui vogliamo essere contemporaneamente - spiega Alberto Pellai, medico psicoterapeuta e autore del libro "Lasciatemi crescere in pace" (Erickson) -. Sono strumenti di connessione nel mondo on line, ma di netta disconnessione nel mondo off-line: senza accorgercene trascorriamo più tempo durante la cena con gli occhi verso lo schermo invece che verso la persona che abbiamo di fronte».

L'aggiornamento delle news, il controllo delle mail, un'occhiata al proprio Facebook, la pubblicazione di una foto su Instagram, un commento politico lanciato al volo su Twitter: le giornate ormai sembrano volare sui binari, paralleli ma intersecati e sovrapposti, della realtà e della virtualità.

Dal bagno, mentre ci si fa la doccia al mattino, al vagone della metro, mentre ci si sposta in città, dalla scrivania dell'ufficio al banco di scuola, dall'auto in coda in tangenziale alla fila con il carrello al supermarket: ogni luogo è quello giusto per lasciare il proprio segno nella Rete. Gli unici timori in grado di generare panico e ansia da oblio sono l'assenza di campo e la batteria scarica.

Secondo una ricerca statunitense, il 79% delle persone consulta lo smartphone entro 15 minuti dal risveglio e il 62% la fa ancora prima di scendere dal letto. E Facebook rimane il social network più frequentato: viene visitato 13,8 volte al giorno, con una permanenza media 2 minuti e 22 secondi. Il 46% lo controlla mentre fa commissioni, il 48% in palestra, il 47% in cucina e più del 50% mentre è davanti alla tv.

«Guardare un film o un programma mentre lo si commenta in diretta ha un elemento socializzante, ma non dà la possibilità al cervello di vivere totalmente l'intensità emotiva dell'esperienza - aggiunge Pellai -. Ed essere interrotti continuamente da messaggi che arrivano sul nostro dispositivo sempre acceso durante lo studio o il lavoro, oltre a distrarre, abbassa notevolmente la qualità del nostro operato: il cervello per offrire il massimo delle prestazioni deve perdersi nelle rappresentazioni mentali di quello che sta facendo, senza essere costretto a fermarsi e ricominciare continuamente».

Dagli studi tv, dove gli ospiti dei talk politici buttano un occhio al display alla ricerca delle ultime agenzie, ai convegni di qualsiasi livello, dove i relatori tra un intervento e l'altro mandano un tweet o rispondono ad un sms, passando per le riunioni di lavoro, gli studi medici, i teatri e le palestre di yoga: lo sdoganamento dello smartphone attivo ha varcato tutti i confini. «Anche in Chiesa si vedono persone con il cellulare acceso che scorrono i propri profili durante l'omelia - dice Pellai -.

Neppure in uno spazio sacro e intimo, che dovrebbe metterci in connessione con il trascendentale, riusciamo a frenare il bisogno di mantenere questo cordone virtuale con l'esterno. Gli smartphone ci offrono infinite possibilità, ma dobbiamo inserirle in un giusto contesto e acquisire consapevolezza che viviamo in una dimensione di iperstimolazione e a forte rischio di isolamento: non esiste ancora una App - conclude - capace di sostituirsi alle relazioni umane».

 

 

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