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“NEL PORNO NON C’È PIACERE” – LA REGISTA SVEDESE NINJA THYBERG, CHE HA GIRATO IL FILM “PLEASURE” IN CUI VENIVA  PRESENTATO IL MONDO DEL PORNO ATTRAVERSO GLI OCCHI DI UNA 19ENNE ASPIRANTE ATTRICE, HA RIVELATO: “UNA DELLE COSE PIÙ CURIOSE CHE HO NOTATO FREQUENTANDO IL MONDO DEL PORNO È IL FATTO CHE ATTORI E ATTRICI SI RIFERISCANO AGLI SPETTATORI COME A PERVERTITI” – LA PORNOSTAR MALENA: “LA CULTURA DEL PORNO ANNI 80 E 90 SI E' PERSA PER IL BIGOTTISMO. QUESTO HA FATTO SI' CHE..." - VIDEO

Estratto dell'articolo di Greta Sclaunich per “Sette – Corriere della Sera”

 

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«Per preparare questo film ho intervistato tante persone del settore del porno e tutte mi hanno detto la stessa cosa: posso dire no quando voglio, posso interrompere le riprese in qualsiasi momento. Ma quando ho chiesto quand’è l’ultima volta che lo hanno fatto, la maggior parte di loro mi ha detto che in realtà non ha mai detto no. Perché preferiscono non creare problemi, perché potrebbero non essere richiamati, perché non vogliono essere considerati un peso. E questo riguarda soprattutto le donne, non solo nel porno: noi siamo cresciute così, vogliamo essere brave ragazze, non vogliamo creare problemi».

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Il confine sfumato del consenso è solo uno dei tanti temi che la regista svedese 37enne Ninja Thyberg affronta in Pleasure [...] Il film, che ha attirato l’attenzione di critica e pubblico all’edizione (virtuale) del Sundance 2021, racconta il mondo del porno attraverso gli occhi di Bella Cherry, 19enne aspirante attrice hard che lascia la natìa Svezia per tentare di sfondare a Los Angeles. [...]

 

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L’unico aspetto assente, o quasi, è quel piacere che dà il titolo all’opera. [...] «La protagonista ha un solo orgasmo in tutto il film. Perché il sesso non riguarda il suo piacere: le scene che gira le fa per soddisfare il desiderio altrui. [...]». 

 

Una visione del porno che lei, quando ha iniziato a lavorare su questo tema, non aveva. Il suo primo tentativo di raccontare il mondo dell’hard risale al 2013, quando gira un corto con lo stesso titolo del film basato sulle clip porno che aveva studiato durante l’università. Era interessata alle dinamiche sul set, agli attori e a che cosa pensassero del loro lavoro. [...]

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Nel film infatti recitano molti attori che lavorano nell’hard anche nella vita reale (come Evelyn Claire o Kendra Spade, mentre a prestare il volto alla protagonista è l’esordiente svedese Sofia Kappel, 24 anni), il produttore Mark Spiegel che interpreta sé stesso e il regista Axel Braun che fa un breve cameo; inoltre diverse scene sono state girate nei backstage dei film a luci rosse e all’Avn Adult Expo di Las Vegas, una delle più grandi fiere dell’hard al mondo.

 

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Grazie a loro Thyberg ha imparato diverse cose: «Questo mondo può essere qualcosa di terribile ma anche qualcosa di veramente bello. Dipende da ciò che lo circonda: per questo penso che dovrebbe diventare parte della normale narrazione e non essere più un tabù.[...]». 

 

Se quello mainstream ci sembra uguale a sé stesso è perché «è quasi sempre girato da una prospettiva maschile per uno spettatore maschio. Si tratta di un tipo di porno eterosessuale in cui la donna è sempre l’oggetto sessuale al centro dell’inquadratura. Le cose stanno pian piano cambiando [...]». 

 

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Le (ancora poche) registe donne non fanno necessariamente la differenza, secondo lei: «Il fatto che dall’altra parte della telecamera ci sia una donna non significa che il suo sguardo sia femminile, anzi spesso resta maschile perché sta ancora seguendo le regole del porno mainstream. [...] la vera differenza la fa il linguaggio visivo e ciò che il film comunica. È logico: la maggior parte delle persone che pagano per l’hard sono uomini, perciò chi gira i film continuerà ad adottare uno sguardo maschile per vendere di più anziché concentrarsi su ciò che le donne desiderano». 

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[...] Filomena Mastromarino, pornostar italiana con il nome d’arte Malena, descrive un ambiente nostrano [...]: «La cultura del porno degli Anni 80 e 90, quello di Moana per intenderci, è andata persa a causa del bigottismo. Questo ha fatto sì che si sviluppasse un cinema hard non professionale: spesso non ci sono storytelling né sceneggiatura e i set sono all’acqua di rose. Io questo lo definisco porno, ma non certo cinema». 

 

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Per attori e attrici vale lo stesso discorso: «Molti non sono preparati e si vede: in questo settore c’è molta disciplina, devi rinunciare a tante cose e reggere un carico di stress, sia fisico che mentale, non indifferente. Proprio come gli sportivi». Nel suo libro autobiografico Pura (Mondadori), per esempio racconta che quando si gira si deve seguire un’alimentazione rigorosa: un solo pasto al giorno, la sera, a base di riso bianco e pollo, fino alla fine delle riprese (che spesso durano diversi giorni). [...]

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Oltre a una cura del corpo che sfocia in un vero e proprio investimento, soprattutto per chi lavora negli Stati Uniti. Mentre molti, in Italia, sono ancora fermi all’idea che «il porno è arte e vocazione. Vero, ma non solo: è, e deve essere, anche e soprattutto una professione», puntualizza Malena. [...]

 

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[...]

 

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Tra i nuovi tipi di cinema hard uno molto interessante, secondo lui, è quello denominato «post-porno» che riprende l’eredità di quello a luci rosse politico nato in California negli Anni 70 e fautore di una rivoluzione anticapitalista e antisistema: «All’epoca il sesso era vissuto come atto liberatorio, ma quando la rivoluzione sessuale è fallita anche il settore si è commercializzato. Il post-porno riparte da qui: si tratta di un movimento che usa questo genere per rivendicare libertà e individualità». 

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Un esempio? «Diana J. Torres, in Spagna, che nel suo saggio Pornoterrorismo (D Editore) teorizza una sessualità eversiva come strumento di sperimentazione di sé stessi: fanno parte del movimento soprattutto ragazze con corpi molto diversi da quelli dell’hard mainstream», spiega Giordano. 

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[...]

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 Strutture di potere basate su violenza e sfruttamento che non riguardano solo il porno ma, come sottolinea Thyberg, «esistono in qualsiasi settore in cui i profitti prevalgono sulla solidarietà o sull’empatia. Certo, forse nell’hard vediamo una versione più estrema, ma i meccanismi sono proprio gli stessi e rispecchiano quelli in atto nella nostra società».

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