LA ROMA DEI GIUSTI - BUTTATE LA VOSTRA COLLEZIONE DI “GAME OF THRONES”: C’È IL CAPOLAVORO “È DIFFICILE ESSERE UN DIO”

Marco Giusti per Dagospia

Sesto giorno del Festival.

Aspettando la giornatina di domani che prevede un affollamento mostruoso per l'arrivo di Checco Zalone e Jennifer Lawrence, del tutto vergini di qualsiasi festival, anche oggi ci sono state notevoli sorprese.

Prima di tutto, prendete le vostre collezioni di "Games of Thrones" e buttatele. Perché l'ultimo, postumo film di Aleksej German, "E' difficile essere un dio" ("Trudno byt' bogom"), kolossal di 170 minuti presentato fuori concorso e tratto dal romanzo fantasy dei fratelli Strugazkij, è un autentico capolavoro.

13 anni per vederne la fine, riprese iniziate nel 2000 e riprese nel 2006, un film totalmente maledetto e concepito come un opera maggiore e definita dal suo autore, anche se a portarla a termini sono stati la sua sceneggiatrice, Svetlana Karmalita e il figlio Aleksej jr, "E' difficile essere un dio" ci porta dritti nel mondo fantastico di Don Rumata, la migliore spada dell'Impero nel pianeta Arkanar, 186 duelli tutti vinti con 372 orecchie tagliate, dove si vive in una specie di medioevo violentissimo, in mezzo a una guazza impossibile mischiata a merda, piscio e qualsiasi altro liquido, dove piove incessantemente e i letterati vengono impiccati con allegri pogrom.

In un bianco e nero meraviglioso, in mezzo a scenografie incredibili, Don Rumata cerca di salvare gli intellettuali e i poeti, si rifiuta di uccidere, mostra le meraviglie della sua spada di Soan, capace di affettare uomini e cose in due parti, ma spesso non può che rimanere viaggiatore impotente in un paese così violento e impossibile che censura i suoi poeti. Cerca di dialogare sul Rinascimento e sull'arte mentre in ogni inquadratura o viene ucciso o ferito qualcuno, dove tutto è pieno di mostri, nani, ani, animali, nasi tagliati o moccicosi come in un disegno di Jacovitti.

Dal cesso dove verrà affogato un poeta escono degli uccelli e un vero uccello, misteriosamente, con effetto in 3D, vola dallo schermo della sala dell'Auditorium spaventando noi spettatori. German ha una visione del mondo e del cinema così ricca e pericolosa da debordare dallo schermo. Non a caso ha lottato tutta la vita con la censura sovietica per imporre la sua visione dell'arte. Ma ogni volta cerchi di capire come sia stato in grado di elaborare dei giochi così pirotecnici di eccessi e effetti visivi.

Don Rumata, interpretato da Leonid Yarmolnik, che è in realtà uno scienziato che deve studiare come far progredire Arkanar da questa fase bestiale in cui si trova, è attore e complice del teatrino mostruoso, gira in mezzo a corpi di poeti appesi a marcire e a farsi cavare gli occhi dagli uccelli, affronta una femmina rossa che gli afferra il pacco e si fa tagliare la cintura di castità come una qualsiasi Edwige Fenech. Un delirio. 170 minuti di grande, impossibile cinema come raramente siamo abituati a vedere.

E' molto inventivo e stravagante anche "Blue Sky Bones", opera prima della star rock cinese Cui Jan, da un po' interessato al cinema. Prende di petto il tema della creatività e della censura in Cina in epoche molto diverse. Oggi, alle prese con internet e i social network e negli anni '80, alle prese con la censura del partito e il mondo dello spionaggio. Zhong Hua è figlio della donna più bella della Rivoluzione Culturale, che era stata mandata in campagna per aver composto dei versi sgraditi al partito.

Il padre era una spia e un inventore, dal momento che aveva inventato una pistola-telecamera. Proprio con questa pistola, la moglie lo colpisce in un testicolo e lo lascerà per sempre assieme al bambino appena nato. Mentre il padre sta morendo per un cancro che si è propagato proprio dalla ferita di tanti anni prima, Zhong Hua mette in scena una specie di concerto in rete dove lancerà una canzone che si rifà proprio a quella della madre in barba alle nuove autorità del partito.

Grazie a questa canzone scoprirà poi che la mamma vive in America e ha composto lei stessa una versione inglese del pezzo. Tutto giocato sui nuovi media, fotografato dal grande Christopher Doyle responsabile dei primi film di Wong Kar Wai, con un montaggio totalmente originale che spazia da un tempo all'altro quasi senza logica, "Blue Sky Bones" è molto piaciuto ai critici e potrebbe riuscire a arraffare anche qualche prem

 

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