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LA ROMA DEI GIUSTI - PRIMO GIORNO DI FESTIVAL E SI PARTE BENE CON ''MOONLIGHT'' DI BARRY JENKINS, BELLISSIMO DRAMMA REALISTICO SULLA CRESCITA DI UN GIOVANE GAY NERO DI MIAMI. UN TRATTATO CORAGGIOSO SULLA MASCOLINITÀ AFRO-AMERICANA, CON UN GRANDE IMPIANTO VISIVO. IN OGNI SCENA IL PROTAGONISTA CHIRON SI CARICA DI UNA VIOLENZA CHE NON ESPLODERÀ MAI

Marco Giusti per Dagospia

 

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Festival di Roma. Primo giorno. Buone notizie. Perché questo Moonlight, opera seconda di Barry Jenkins, già vista al Festival di Telluride e pronta per il debutto in America il 21 ottobre, è un bellissimo dramma realistico sulla crescita di un giovane gay nero di Miami che si ritrova a nascondere la propria sessualità dietro un personaggio di duro spacciatore supermacho con tanto di denti d’oro e anelloni.

 

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Il film, tratto dalla commedia “In Moonlight Blackboys Look Blue”, scritta da un giovane commediografo nero di Miami, Tarell Alvin McCraney, che è anche produttore assieme a Brad Pitt, è diviso in tre capitoli che seguono il piccolo Chiron, figlio di una tossica, Naomie Harris, dai nove anni alla maturità.

 

Nel primo capitolo, “Little”, Chiron, interpretato da Alex Hibbert, è un bambino afasico, che ha già qualche problema a scuola perché troppo timido, diviso fra una madre fuori di testa e un 'padre adottivo' Juan, cubano e spacciatore, Mahershala Alì. Che gli insegna non solo a nuotare, ma anche a accettare con orgoglio quello che è. “Che vuol dire frocio?”, chiede Chiron - “E’ la parola che si usa per denigrare le persone gay”.

 

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Qualsiasi cosa possa diventare Chiron, gli dice Juan, deve essere una tua scelta, non l’imposizione del mondo esterno. Nel secondo capitolo, “Chiron”, il ragazzo è diventato un teenager, lo interpreta Ashton Sanders, Juan è morto, la madre è sempre più tossica, e i ragazzi della scuola lo massacrano ritenendolo gay e debole. Chiron scopre la propria sessualità, o crede di scoprirla, con un compagno di classe più gentile, Kevin.

 

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Ma il cattivo della classe convince proprio Kevin a menare a sangue Chiron. E Kevin lo fa. Solo che il giorno dopo, Chiron spacca una sedia in testa al cattivo e finisce al riformatorio. Nel terzo capitolo del film, “Black”, sono passati 17 anni, Chiron è diventato un nerboruto gangster, lo interpreta un fenomenale Trevante Rhodes, vive per strada e controlla lo spaccio in un quartiere di Atlanta, in Georgia. Riceve una telefonata dal vecchio amico Kevin, André Holland, che ora fa il cuoco sfigato a Miami e che lui non sente da quando è finito in galera.

 

E’ bastato sentire una canzone sul juke box, “Hello Stranger” di Barbara Lewis, e Kevin corre da lui al ritmo di “Ay, Paloma” di Caetano Veloso. Malgrado i denti d’oro, la capezza al collo e il macchinone, Chiron, come Kevin, non vive certo la vita che avrebbe voluto vivere, ma quella imposta dagli sguardi degli altri.

 

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Quello che stupisce del film, più che la storia, che è un trattato coraggioso sulla mascolinità afro-americana, è il grande impianto visivo, la fotografia è di James Laxton, e una messa in scena che tratta il tema, ultra-realistico, come un melodramma alla Douglas Sirk di rara forza. In ogni scena Chiron si carica di una violenza che non esploderà mai e dovrà comunque sempre nascondere i propri desideri all’interno di una società violentissima. 

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