1. VENEZIA 71. SECONDO GIORNO. ASSIEME ALLE MARTELLATE IN TESTA E SULLE PALLE DI KIM KI DUK, E AGLI INUTILI HURRAH DI NATALIA ASPESI PER LA MOSTRA E PER IL CINEMA ITALIANO (NO, I FILM NON SONO COSÌ BELLI, RAGAZZI) ARRIVANO LE TENEBRE E I RAGIONAMENTI SUL MALE E L'ORRORE DI "THE LOOK OF SILENCE" DI JOSHUA OPPENHEIMER, BELLISSIMO E FATICOSO DOCUMENTARIO IN CONCORSO CHE CI RIPORTA AL MASSACRO DI UN MILIONE DI INDONESIANI 2. SI E' VISTO ANCHE "LA VITA OSCENA" DI RENATO DE MARIA NELLA SEZIONE ORIZZONTI. CORAGGIOSO, SPERIMENTALE COME NON SI USA PIU' NEL NOSTRO CINEMA, IL FILM SI OFFRE A SGUARDI CHE NON SONO PIU' PAZIENTI E ATTENTI COME UN TEMPO VERSO QUESTO TIPO DI CINEMA. IL PROBLEMA E' CHE NON SEMPRE IL TESTO DI ALDO NOVE RIESCE A STABILIRE UN CONTATTO POETICO COL PUBBLICO E QUALCHE SCENA, COME LA STRISCIA GIGANTE DI COCA FORMATO INCIDENTE MORTALE SULLA STRADA NON AIUTA ALLA COSTRUZIONE VISIVA DEL TUTTO
Marco Giusti per Dagospia
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Venezia 71. Secondo giorno. Assieme alle martellate in testa e sulle palle di Kim Ki Duk, e agli inutili hurrah di Natalia Aspesi per la Mostra (neanche fosse Maciste alpino) e per il cinema italiano (no, i film non sono così belli, ragazzi) arrivano le tenebre e i ragionamenti sul male e l'orrore di "The Look of Silence" di Joshua Oppenheimer, documentario in concorso che ci riporta al massacro di un milione di indonesiani comunisti, in gran parte contadini, da parte della dittatura militare nel 1967.
Oppenheimer, che gia' aveva vinto un Oscar con "The Act of Killing" sullo stesso tema, sviluppa qui una delle storie gia' raccontate nel primo film. Si tratta della terribile morte di Ramli, che verra' spiegata solo nel finale, come un giallo. Per raccontarla parte dal piu' giovane fratello di Ramli, che di professione fa l'ottico (the look), nato un anno dopo il massacro, e dal dolore della madre, rimasta col vecchio padre centenario e malato.
La cosa straordinaria dei due documentari e' che Oppenheimer ha la possibilita' di intervistare i "mostri", gli assassini, che si vantano pure delle loro azioni, perche' la dittatura vinse e gli assassini sono ancora potenti, e che i parenti delle vittime, come la mamma e il fratello di Ramli vivono da sempre negli stessi villaggi assieme ai carnefici.
Sanno benissimo chi sono i killer, ma per cinquant'anni si sono limitati a non salutarli (the silence). Adi, il fratello di Ramli, ripercorre proprio le riprese e i percorsi del film precedente, seguendo il dovere morale di raccogliere le testimonianze degli assassini e dei loro parenti. Rompendo quindi il silenzio di anni di angosciosa convivenza fra carnefici e parenti delle vittime.
La descrizione delle centinaia di contadini innocenti che questi criminali hanno macellato sullo Snake River basterebbe. Ma Adi non cerca vendetta, e' piu' mosso dalla ricerca di uno sguardo libero sulla realta' degli eventi e dal tentativo di dare alla vecchia madre un conforto a tanto dolore.
Bellissimo e faticoso, "The Look of Silence", prodotto da due campioni del documentario internazionale come Werner Herzog e Errol Morris, ha uno strepitoso impianto visivo e una serie di interviste spaventose che ci dicono molto sulla natura umana.
Si e' visto anche "La vita oscena" di Renato De Maria nella sezione Orizzonti. Scritto dallo stesso De Maria assieme a Aldo Nove che ha adattato il suo omonimo romanzo autobiografico, e' un curioso esperimento un po' anni 60 tra cinepoesia alla Gianni Toti (chi se lo ricorda piu') e sperimentalismi visivi e scenografici che servono per descrivere i sentimenti e le dichiarazioni poetiche del protagonista, con voce fuori campo di Fausto Paravidino.
La storia vede il dramma di un giovane aspirante poeta, fan di Georg Trakl e Umberto Saba, e skaterista, che vive felice con la mamma hippy, ovviamente Isabella Ferrari, moglie e musa di De Maria, e un padre meno invadente, Roberto De Francesco, martire del cinema italiano a basso costo. Ma dopo mezz'ora la madre si ammala di cancro e il padre muore di ictus. Poi muore anche la mamma. E parte il melo poetico visivo.
Coraggioso, sperimentale come non si usa piu' nel nostro cinema, il film di De Maria si offre a sguardi che non sono piu' pazienti e attenti come un tempo verso questo tipo di cinema. Il problema e' che non sempre il testo di Aldo Nove riesce a stabilire un contatto poetico col pubblico e qualche scena, come la striscia gigante di coca formato incidente mortale sulla strada non aiuta alla costruzione visiva del tutto. Ma lo sperimentalisno va premiato.
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