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APERTA LA STAGIONE DELLE NOMINE – CAIO PUNTA AL POSTO DI MORETTI IN FINMECCANICA E STARACE A QUELLO DI DESCALZI ALL’ENI – A QUEL PUNTO MATTEO DEL FANTE (TERNA) PASSEREBBE ALL’ENEL – PER I PARTITI UN AD VALE PIU’ DI UN MINISTRO: GLI INCARICHI LEGATI AL FUTURO QUADRO POLITICO
Andrea Greco e Roberto Mania per la Repubblica
Moretti insieme al premier Matteo Renzi fef c c c d fafe fb c b kYgG U bcC x LaStampa it
La tegola giudiziaria caduta sulla testa di Mauro Moretti a Viareggio complica la strategia avviata dal governo sulle nomine nelle partecipate statali. Il manager romagnolo, per quanto ben visto dagli investitori dopo la ristrutturazione di Leonardo (ex Finmeccanica), sarà difficilmente ricandidato dopo la condanna in primo grado a sette anni per disastro ferroviario, relativa al suo passato in Fs. Così la parola d’ordine «continuità» sulle poltronissime di Eni, Enel, Terna, Leonardo, Poste, che Matteo Renzi e il governo avevano pronunciato, rischia ora di trasformarsi nella «maggiore continuità possibile».
Con l’effetto che il puzzle dei nomi, che il Renzi rottamatore impose tre anni fa come primo atto forte della sua stagione, potrebbe sfilacciarsi. Oggi il segretario del Pd e i suoi fedelissimi a Palazzo Chigi sono più intenti a difendere i “loro” nomi del 2014, parando i colpi dell’opinione pubblica, degli investitori e delle rivalità tra manager.
Il quadro politico è tra l’altro fluido: i partiti sono in fermento per capire se ci saranno le elezioni in estate. Il governo ha comunque avviato la partita delle nomine. Partita di riequilibri di potere. La decisione di anticipare tutte le date delle assemblee in cui le aziende a controllo pubblico rinnovano i cda è il segno che le nomine si vogliono rapide e senza strappi. Soprattutto per non lasciarle ad altre maggioranze politiche. La legge vuole che le liste dei nuovi consiglieri siano depositate 25 giorni prima di riunire i soci: il 19 marzo per Eni, mentre per quasi tutte le altre ci sono due mesi di tempo.
I casi più delicati riguardano Leonardo ed Eni: e sono entrambi per timori di natura giudiziaria - quindi reputazionale - per due capiazienda che rischiano di finire sotto scacco nei circoli degli affari di Stato internazionali, dove i colpi bassi sono permessi. L’Eni è il primo nodo che viene al pettine. L’ad Claudio Descalzi ha saputo guidarla a un difficile riassetto, mentre i prezzi del greggio più che dimezzavano. Oggi si appresta a chiudere un bilancio 2016 che dovrebbe tornare in utile (grazie a plusvalenze da cessioni) e tenere stabile il dividendo.
Tuttavia su Descalzi pesa l’ombra della corruzione internazionale, per supposte tangenti nell’acquisto del giacimento Opl 245 in Nigeria. A Milano l’inchiesta ha chiuso il 22 dicembre e a metà febbraio scade la proroga per l’accesso agli atti, che prelude alle richieste di rinvio a giudizio. Solo per questo la conferma dell’ad non è del tutto scontata. A quella poltrona punta Francesco Starace, ad dell’Enel, che - spinto da Renzi - ha accettato la sfida della banda larga. Renzi e Starace si sono visti a colazione a gennaio. Ma l’interruzione della fornitura elettrica nelle zone colpite dal terremoto in Abruzzo non gioca a favore di una promozione di Starace.
Al cui posto, all’Enel, nel caso potrebbe andare Matteo Del Fante, ad di Terna ben visto dalla Cdp; oppure (sponsor Starace) l’ad di Enel Green Power Francesco Venturini. Un altro manager in asse con la Cassa depositi che punta al posto di Descalzi è l’ad di Snam, Marco Alverà: ma per lui potrebbe essere presto per tornare all’Eni, dove fu portato dal tutore Paolo Scaroni e dove mira a tornare ad nel 2020.
In Leonardo l’unico successore interno cui si dà qualche chance è Fabrizio Giulianini, capo del settore Elettronica, difesa e sistemi. Potrebbe valere più l’idea di un manager politico come Domenico Arcuri (ad di Invitalia) o di uno esterno rodato come Francesco Caio, già in Avio; ma Caio ha da fare alle Poste, in una fase in cui il mercato gradirebbe continuità in vista del collocamento della seconda tranche in Borsa, «atteso in primavera-estate», come ha confermato il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda.
Il ruolo del Mise, con il Tesoro e la Cassa depositi (primo azionista di Eni, Terna e Poste), è dato come crescente sul dossier: perché in quegli ambienti lo smacco del referendum costituzionale è stato minore che a Palazzo Chigi, e perché il “colpo di mano” di Renzi nel 2014 sulle nomine non era piaciuto. Dopo l’arresto dell’ex presidente e ad di Finmeccanica Giuseppe Orsi (nel febbraio 2013, con l’accusa di corruzione internazionale sulla vendita di 12 elicotteri all’India), infatti, il Tesoro aveva introdotto un processo per gestire meglio le nomine, articolato in cinque passaggi: bando pubblico per i candidati, requisiti di onorabilità, mandato ai cacciatori di teste, liste ristrette vagliate da un comitato garante di tre saggi e decisione del ministro sentito il governo.
domenico arcuri foto mezzelani gmt
Poi però all’ultimo momento Renzi stilò liste alternative a quelle del Tesoro e le impose. Stavolta le difenderà, con possibili ritocchi sulle presidenze, anche per tener conto dei possibili sommovimenti nella maggioranza.