ARRIVANO I BUONI! - L’ALA JIHADISTA DEI RIBELLI SIRIANI ANNUNCIA L’”ESECUZIONE” DI MOHAMMED AL SAEED, POPOLARE VOLTO DELLA TV DI STATO DI DAMASCO - PRIMA DI AMMAZZARLO, IL GRUPPO RIBELLE “AL NUSRA”, VICINO AD AL QAEDA, LO RITRAE TERRORIZZATO, CON LE SPALLE AL MURO - TORTURE E UCCISIONI IN SERIE DI SOSPETTI “COLLABORAZIONISTI”: LA SIRIA COME LA LIBIA, DALLA PADELLA ALLA BRACE?...

Lorenzo Cremonesi per il Corriere della Sera

È caccia aperta ai collaborazionisti e alle figure più conosciute tra i sostenitori del regime nelle aree controllate dalle brigate della rivoluzione. L'esecuzione a sangue freddo di Mohammed al Saeed, noto presentatore della televisione di Stato, annunciata nelle ultime ore, ripropone lo spettro più spaventoso che accompagna l'evoluzione di questa già lunga e sanguinosa guerra civile siriana. Il giornalista pare fosse stato rapito il 19 luglio nella zona urbana di Damasco, quando i combattimenti avevano raggiunto per la prima volta in modo intenso anche il centro della capitale.

Per la sua liberazione si era mossa di recente anche l'associazione internazionale per la difesa dei giornalisti Reporters sans Frontieres. Le circostanze della sua sparizione e dell'esecuzione restano confuse. I gruppi di guerriglieri con cui mi muovo da circa due settimane per la provincia di Aleppo sostengono, tra i tanti, che siano stati sicari prezzolati della dittatura a ucciderlo al fine di rilanciare la logica del terrorismo per criminalizzare l'intero movimento rivoluzionario.

Tuttavia emerge sempre più evidente l'esistenza di gruppuscoli estremisti jihadisti (alcuni apertamente ispirati all'ideologia di Al Qaeda e ai più duri tra i movimenti panislamici emersi negli ultimi anni) che operano a fianco del ben più vasto fenomeno di rivolta armata popolare in tutto il Paese. La morte di Al Saaed è stata rivendicata ieri dal poco noto gruppo di «Al Nusra per la protesta popolare del Levante», una piccola organizzazione jihadista nata nel 2001 e già legata in passato agli assassini di altri esponenti della dittatura nelle zone di Damasco e Aleppo.

In un comunicato rivendicano il valore delle rivolte nella Ghouta, una vasta area agricola a est della capitale, e glorificano la necessità di eliminare gli esponenti delle cosiddetta Shabiha (gli spettri), come vengono chiamati i civili che spesso con violenze efferate sostengono il regime. Al Saeed è tra l'altro accusato di essere un «Shabih». In un video lo ritraggono terrorizzato, con le spalle al muro, poco prima di essere ucciso. «Lo abbiamo giustiziato dopo l'interrogatorio. Che la sua fine costituisca una lezione per tutti coloro che ancora stanno con Bashar Assad».

Il suo caso non è certo isolato. Solo pochi giorni fa sui siti web della rivoluzione erano apparsi i filmati di decine (si parla di oltre 100) di uomini catturati dai ribelli ad Aleppo e picchiati. Corre voce che molti di loro siano già stati torturati e uccisi. Così è stato sicuramente per il capo della Shabiha locale e per alcuni parenti delle massime autorità musulmane che erano accusate di collaborare con la polizia.

Nei villaggi alla periferia di Aleppo, dove da poche settimane la guerriglia è riuscita a far evacuare i presidi delle truppe lealiste, la caccia ai membri della Shabiha è stata una delle azioni più importanti e continua tutt'ora. Due giorni fa abbiamo visitato il villaggio di Ehsem, nella zona di Jebel Az Zawya, da dove il 24 luglio i militari si sono ritirati lasciando case bruciate e macerie.

Abdel Razak Mohannae, ventiseienne imam locale, ci ha raccontato che prima di ritirarsi le circa 35 famiglie legate alla Shabiha (su di un totale di quasi 300 nel villaggio) hanno bruciato per rappresaglia 138 abitazioni, oltre a decine di auto e negozi. Al loro arrivo le forze ribelli hanno immediatamente derubato e poi dato alle fiamme le case dei nemici. La logica del taglione continua. E tutto lascia credere che il peggio debba ancora venire.

 

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