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BLOOMBERG TORNA IN CAMPO ALLA GUIDA DELLA COALIZIONE ANTI-TRUMP -  L' EX SINDACO DI NEW YORK DONERA’ 15 MILIONI DI DOLLARI IN DUE ANNI ALL’AGENZIA DELLE NAZIONI UNITE PER FAR RISPETTARE GLI IMPEGNI USA SUL CLIMA - IN DECINE DI CITTÀ "MARCE DELLA VERITÀ" SUL RUSSIAGATE

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Giuseppe Sarcina per il Corriere della Sera

 

La reazione più veloce è stata quella di Michael Bloomberg. L' imprenditore miliardario donerà, insieme ad altri partner, 15 milioni di dollari in due anni all'«U.N. Framework Convention on climate change», l' agenzia delle Nazioni Unite che ha negoziato l' accordo di Parigi. La cifra corrisponde alla quota che gli Stati Uniti non verseranno più, dopo il ritiro dal Protocollo annunciato da Donald Trump il primo giugno scorso.

 

Bloomberg, 74 anni, sta emergendo come una delle figure guida della «secessione americana», la rivolta politica, economica e culturale contro lo strappo del presidente. L' editore è stato sindaco di New York per tre mandati, dal 2002 al 2013. All' inizio del 2016 aveva pensato di candidarsi come indipendente per la Casa Bianca. Poi rinunciò, schierandosi con Hillary Clinton e definendo Trump «un imbroglione», sia come businessman che come politico.

 

Lasciata la guida di New York, Bloomberg ha continuato a occuparsi degli affari pubblici. Dispone di un patrimonio stimato sui 35 miliardi e secondo la rivista Forbes è al quattordicesimo posto nella lista delle persone più ricche del mondo. Nel gennaio del 2015 ha stanziato 48 milioni di dollari per promuovere l' iniziativa «Clean Energy», energia pulita, in tandem con la fondazione californiana Heising-Simons.

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New York-California: questo è l' asse su cui si sta sviluppando l' alternativa ambientalista alla Casa Bianca. Dal livello politico, con i due governatori Andrew Cuomo e Jerry Brown, più trenta sindaci di vari Stati; a quello economico, con circa 100 grandi imprese in campo, da Apple alla Exxon.

 

michael bloombergmichael bloomberg

Il piano del «gruppo Bloomberg» è ambizioso: raggiungere comunque l' obiettivo assegnato agli Stati Uniti dall' accordo di Parigi. Barack Obama si era impegnato a ridurre le emissioni di Co2 del 26-28% entro il 2025, partendo dal livello del 2005. Lo sviluppo dello shale gas, ricavato dal sottosuolo, ha già sostituito un terzo delle combustioni a carbone. Trump o non Trump, c' è un sentiero che appare irreversibile. Secondo uno studio del Rhodium Group, citato dal Wall Street Journal , gli Usa conterranno comunque del 17% l' inquinamento atmosferico, entro il 2020. Ma poi il processo si fermerà, a meno che non vengano adottate altre misure. Resterebbe da eliminare, dunque, il 9-11% di emissioni nel quinquennio 2020-2025. Proprio su questo lavoreranno i governatori, i sindaci e le multinazionali degli Stati Uniti.

 

La California, che produce ricchezza equivalente a quella della Francia, farà da modello. Il Golden State ha già fissato un traguardo importante: tagliare del 40% i gas serra entro il 2030, prendendo come base addirittura il 1990. Mercoledì scorso, 31 maggio, il Senato locale ha approvato una legge semplicemente rivoluzionaria: nel 2045 tutta l' energia usata nello Stato dovrà provenire dalle rinnovabili. Adesso l' esempio californiano potrebbe diffondersi più rapidamente nel resto del Paese. A tutt' oggi 29 Stati hanno adottato misure per incentivare fonti pulite.

 

La spinta potrebbe venire dall' opinione pubblica, anche se per il momento i cittadini sembrano più concentrati sul Russiagate. Ieri ci sono state manifestazioni, «marce della verità», in oltre 150 città: da New York a Los Angeles. Motivo: impedire che vengano affossate le indagini sui rapporti tra il Cremlino e lo staff di Trump.

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