IN MEDIO STAT VIRTUS (QUASI SEMPRE) – FASSINO, DAL DITO AL VAFFA: ‘MI HANNO TIRATO PIETRE E GHIAIA, HANNO A INSULTATO MIA MADRE MA SI CONTINUA A GUARDARE AL MIO GESTO DI REAZIONE INVECE CHE AL CLIMA DI INTIMIDAZIONE: RIVENDICO IL DIRITTO A NON PORGERE L’ALTRA GUANCIA’

1. FASSINO E IL DITO MEDIO: NON PORGO L'ALTRA GUANCIA
Marco Imarisio per ‘Il Corriere della Sera'

«Arriva un momento in cui si deve reagire. Ecco, la tesi del porgere l'altra guancia a ogni costo mi sembra opinabile. Io rivendico il mio diritto a non farlo. A un certo punto bisogna anche dire basta».

In medio stat virtus , ma mica sempre. E pensare che doveva essere una bella giornata. È diventata una di quelle date da segnare in nero sul calendario, e chissà per quanto tempo ancora lo rimarrà. L'esibizione del dito proibito a un piccolo gruppo di esagitati tifosi torinisti rischia di costare molto in termini di immagine a Piero Fassino, padre della patria Pd, rispettato sindaco, possibile candidato al Quirinale, che all'improvviso si ritrova bersaglio di lazzi e sberleffi sul web a causa della sua reazione, prima da lui negata a mezzo stampa, poi confermata da quei cattivoni del Movimento 5 Stelle con la dirimente pezza d'appoggio di un video che mostra il gestaccio.

«Mi chiedo il perché di questo clima. D'accordo, si vede chiaramente la mia mano alzata, con più di un dito alzato. Non voglio cercare cavilli, ma l'aggredito sono io, e invece passo per l'aggressore. Mi hanno tirato pietre e ghiaia, hanno a lungo insultato mia madre. Quel gesto di reazione voleva anche dire basta, facciamola finita e lasciatemi in pace. Adesso si è scatenata una campagna online che ignora il contesto e fa diventare me l'unico oggetto di attenzione, come se intorno non ci fosse ben altro di cui parlare».

Mai sentito Piero Fassino così avvilito. «Amareggiato, piuttosto». Nel nostro impazzimento collettivo, il suo «ditaccio» è un altro bastione che cade, perché il sindaco di Torino è un uomo di noto temperamento ma ha sempre prestato molta attenzione al suo profilo istituzionale, al rispetto dei ruoli. «Il gesto di una mano, niente più di questo, e mi rammarico di averlo fatto. Ma chi insulta a quel modo, piuttosto deve sempre essere giustificato? Quelli che mi criticano avrebbero accettato senza colpo ferire ingiurie, sputi e lanci di pietre?»

La sua delusione parte da lontano. Quella di domenica era la giornata della memoria granata, dedicata ai morti di Superga. Il palco dove è salito distava poco dagli ultimi ruderi del Filadelfia, due spuntoni delle tribune che sembrano denti cariati e da decenni rappresentano un avviso a futura memoria, un debito da pagare con quella parte di città che non respira in bianconero. Fassino si è preso la briga di mettere a disposizione i soldi del Comune per la ricostruzione del vecchio stadio che fu di Valentino Mazzola e Giorgio Ferrini, i due capitani storici del Toro.

Ma questo non è bastato a cancellare il peccato originale, la «colpa» di essere juventino. Il primo coro è stato piuttosto greve. Poi sono arrivati fischi e ululati sparsi, nel segno del «gobbo» che poi è il classico insulto riservato a chi tifa per la squadra campione d'Italia. Il sindaco sarà anche gobbo come dite voi qui davanti, è stata la sua replica dal microfono, ma vi ricostruisce il Filadelfia. La rivendicazione non è bastata a un gruppo di ultrà, che hanno continuato a darci dentro anche dopo la sua uscita di scena.

«I tifosi del Toro non sono così. Il primo a riconoscere il valore della fede granata, cosa rappresenta, sono io. So quanto è importante quella storia. Sono un moderato tifoso juventino, e allora? Davvero qualcuno riesce vedere in questo un problema? Mi ferisce questa tendenza sempre più diffusa a trasformare in aggressione anche la minima diversità di opinione. Continuo a credere in un modello di società basata sulla convivenza, dove ognuno ha diritto alle proprie idee, anche calcistiche, e al rispetto. Per carità, l'episodio è minimo. Ma non mi piace questo modello di società nevrotica e intollerante dove l'aggressione a chi la pensa diversamente diventa metodo, e scorre liscia come l'acqua. A suo tempo, in anni molto peggiori di questi, mi sono battuto contro chi voleva introdurre la violenza come strumento di dialettica. Non mi rassegno a questo stato delle cose, non è giusto».

L'amarezza non riguarda la lesa maestà. Fassino ha un rapporto complicato con il web, e non da oggi. Gli sberleffi che gli sono piovuti sul capo dai social network lo colpiscono in modo nuovo e diverso da una contestazione di piazza alla quale molti anni di politica gli hanno fornito discreti antidoti. «Credo sia il caso di interrogarsi su come Internet e talvolta il conseguente ricorso all'anonimato amplifichino questa diffusa tendenza all'aggressività. Il trattamento che sto ricevendo mi sembra immeritato. Sono diventato l'unico oggetto di attenzione, il contesto viene del tutto ignorato. Ci si concentra su un gesto e non su ciò che lo ha provocato, cosa c'è dietro, da che parte sta la ragione. Tutto si riduce allo sberleffo, alla distorsione, a nuovi insulti».

Il vero peccato originale di questa storia è un altro, e arriva dopo la contestazione subita sul palco. Qualcuno ha visto «quella mano alzata con più di un dito alzato», uno in particolare. La notizia, diffusa per prima dal sito Toro.it, comincia a circolare. Al cronista de La Stampa che gliene chiede conto, Fassino risponde con un «ma figuriamoci», forse dimenticando che ormai si vive in diretta, c'è sempre un telefonino che riprende tutto e tutti.

«Un attimo. Non ho mentito. Io ho negato quel che è stato scritto su vari siti subito dopo l'episodio, e cioè che avessi rivolto atti offensivi nei confronti del pubblico presente al Filadelfia. Non è così. Non ho fatto alcun gesto contro i tifosi, che ho rispettato. La mia reazione, della quale ripeto che mi rammarico, era diretta a un piccolo gruppo, massimo quindici persone, che non mi lasciava più stare, anche dopo che il mio intervento era finito. C'è differenza».

Scusi sindaco, ma in definitiva, ammette di aver alzato quel preciso dito corrispondente a un vaffa ? «Gli insulti erano violenti, la mano e il gesto invece no. Mi addolora che si continui a guardare al mio dito piuttosto che alla luna, ovvero al clima di intimidazione sempre più diffuso e troppo spesso passivamente accettato. Anche per questo rivendico il diritto a non porgere l'altra guancia».

2. LA POLITICA DEL GESTACCIO
Filippo Ceccarelli per ‘La Repubblica'

Può sembrare una bizzarria, e tanto più cervellotica nella sua cronologica sequenza, ma da una decina d'anni in poi la grande regressione della politica viaggia di pari passo con il dito medio. Posto che meno argomenti circolano e più gestacci si levano al cielo, con la dovuta pedanteria si fa presente che l'inaugurazione avvenne di soppiatto, o meglio forse di contrabbando nel giugno del 2005, allorché l'allora presidentissimo Berlusconi, in visita a Bolzano, volle raccontare l'autoaneddoto secondo cui Mamma Rosa, vedendo un giorno alcuni rivolgersi in quel modo all'amato figliolo, così l'avrebbe consolato: «Te lo fanno perché vogliono dirti che sei il numero uno».

L'improbabile storiella suscitò comunque l'entusiasmo dei moderati nonché l'eterna riconoscenza di Michaela Biancofiore, ritratta al fianco del Cavaliere durante la plastica esibizione. E in questo senso si coglie al volo l'opportunità per ricordare che ancora diversi anni dopo, per celebrare il compleanno della bionda onorevolessa venne confezionata una incredibile torta su cui era impressa la scenetta, con tanto di dito medio che faceva da pennone alla bandiera del Pdl.

Ma sul momento l'evento di Bolzano suscitò un corsivo del povero Enzo Biagi che sul Corriere della Sera, nel riprovare la volgarità del gesto, chiese ai suoi lettori: «Potete immaginare un De Gasperi, un Nenni o un Togliatti impegnati in questa sceneggiata?». Contro il giornalista, già allora vittima dell'editto bulgaro, si scatenarono le accuse dei berlusconiani (fra i quali piace qui ricordare gli odierni transfughi Cicchitto e
Schifani). Ma in tutta franchezza occorre anche aggiungere che nel 2005, oltre ai padri della patria menzionati da Biagi, nessuno si sarebbe potuto immaginare Fassino - che pure anche allora certe volte diventava molto, molto nervoso.

Sia come sia, sei mesi dopo l'auto-ironico dito medio berlusconiano, la vita pubblica conobbe il dito medio chiaramente offensivo di Daniela Santanché che sul portone di Montecitorio, occhiali da sole e sorriso sprezzante, così accolse una manifestazione di studenti, invero poco amichevole nei suoi confronti. C'era accanto a lei l'onorevole La Russa, di cui fu scritto che salutò i dimostranti portandosi le mani all'inguine.

Ora, sostiene il fondatore dell'etologia Desmond Morris che spesso si tende a sottovalutare il valore dei gesti dietro cui traspare una certa cultura fallica. Nel caso in esame - ci facciano un pensierino i politici della destra pop, ma da ieri anche i sindaci riformisti - il riferimento di scuola è al comportamento dei primati che affermano la propria superiorità con minacce oscene, surrogati e metafore di aggressioni sessuali indifferenziate.

Del resto, se si dà per acquisito il degrado del potere e delle sue forme espressive, interrogarsi sul possibile nesso con certi atteggiamenti degli scimmioni comincia a diventare non solo interessante, ma perfino obbligato. Così, mentre fra corna e l'ombrello Berlusconi si preparava a completare il triduo gestuale della volgarità, alla fine del 2006 partiva la muta epopea triviale di Umberto Bossi.

Il quale, come forse si ricorderà, prese a esporre il dito medio in ogni plausibile occasione, sui palchi e dalla macchina, con sciarpa e senza, rivolto a giornalisti e fotografi, riguardo elezioni o pensioni, con la collaborazione straordinaria di Calderoli, insomma, ce ne fu per tutti e su tutto, pare di ricordare anche sulla t-shirt del Trota, «Padania is not Italy» e poi l'immagine stilizzata del dito medio, patetico e strematissimo indizio di ciò che restava del celodurismo.

Il guaio di queste faccende sta nella rapidità del loro ridicolo contagio - tanto più intensa, se si considera che il gesto non è italiano e anche solo quarant'anni fa era pressoché sconosciuto. Per cui nel novembre 2011, la notte delle dimissioni di Berlusconi, tanto Formigoni quanto Sacconi reagirono in quello stesso modo alla folla plaudente; così come si deve di nuovo a Daniela Santanché un ulteriore sviluppo del dito medio, da lei esportato sul piccolo schermo con astuta disinvoltura, fingendo di togliersi un anello, in risposta al dileggio di Luciana Littizzetto.

La preoccupazione è ora quella che dopo Fassino nessuno ci faccia neanche più caso, archiviando la scurrile movenza nel campo già piuttosto affollato dell'ordinaria e buffonesca varietà. A tale comparto appartiene la giustificazione addotta ex post dall'incauto sindaco, secondo il quale occorreva «contestualizzare» il gesto, così come a suo tempo monsignor Fisichella richiedeva per una blasfema storiella berlusconiana. Così come «umana» è l'aggettivo con cui il povero Fassino ha designato la sua reazione - ma a patto di omettere gli studi sulle scimmie, la potenza rivelatrice dei video e un po' anche i rischi della grande regressione in atto.

 

 

IL DITO MEDIO DI FASSINO FASSINO SUL PALCO AL FILADELFIA piero fassino silvio berlusconi BOSSI IN CANOTTAUMBERTO BOSSI SANTANCHE DITO MEDIO

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