IL PIANO B. – INCOGNITA CONSULTA: IL CAV FA SAPERE CHE I FALCHI SONO PRONTI A STACCARE LA SPINA AL GOVERNO

Salvatore Merlo per "Il Foglio"

"Io sono un contrafforte del governo, ci ho investito su questa storia delle larghe intese. Ma prima di essere abbattuto da un plotone d'esecuzione giudiziario, è lecito che il contrafforte si scansi". Circondato da falchi rapaci e placide colombe, che recitano a soggetto la sceneggiatura che il Cavaliere ha scritto per tutti loro, Silvio Berlusconi si macera in un solo, enorme, interrogativo: ma i poteri neutri, che lui per la verità di solito chiama "Parrucconi", lo hanno capito qual è il vero problema? Lo sanno che sta ponendo una questione di sistema che riguarda la tenuta della grande coalizione con tutto quello che questo comporta?

La risposta è "sì", lo hanno capito, tutti sanno che dalla sentenza della Corte costituzionale intorno al legittimo impedimento sul processo Mediaset dipende l'intera impalcatura delle larghe intese, se ne parla anche molto nei territori di confine, tra Palazzo Chigi e il Quirinale, tra "i saggi", alcuni dei quali oggi sono ministri di Enrico Letta, cioè tra quegli uomini di buon senso, gli esperti, che Giorgio Napolitano volle riunire mesi fa per prendere tempo e preparare la stagione del governo di scopo.

Il punto è che mai arriveranno garanzie esplicite, perché sono semplicemente impossibili. "Quello di Berlusconi è un gioco sbagliato", dice Emanuele Macaluso, vecchio amico del presidente della Repubblica. "Leggendo i giornali capisco bene qual è il suo turbamento. Però così fa peggio, si agita troppo, la Corte costituzionale non si influenza in nessun modo, la Consulta emette sentenze, non è il Milan e non è Mediaset. Non prende ordini.
Insomma non so a chi voglia parlare Berlusconi, ma sbaglia indirizzo. Facendo così, in effetti, lui potrebbe anche influenzarla la Corte, ma negativamente".

Gli avvocati, anche Franco Coppi, hanno spiegato a Berlusconi che secondo quanto prescrive la legge, la Corte costituzionale non può dargli torto il 19 giugno prossimo, perché in punto di diritto non c'è ragione alcuna per la quale non debba valere il legittimo impedimento evocato sul processo Mediaset. E questa convinzione è, per la verità, piuttosto diffusa anche fuori dal Castello di Arcore, malgrado i timori violentissimi del castellano, che nutre una spiccata diffidenza sulle garanzie che gli vengono accennate dai ministri che ha prestato al governo, da Gaetano Quagliariello e da Angelino Alfano.

Loro, e Gianni Letta, l'ambasciatore presso il Quirinale, non gli portano che sfumature, umori presidenziali, un vago e indefinibile sapore di pace, mentre lui, che è uomo pratico e anche un po' spiccio, vorrebbe mordere la carne della questione. "Si può sapere come si stanno muovendo?". E Gianni Letta: "Nessuna garanzia". Berlusconi sta persino pensando di andarci lui al Quirinale, per parlare con il presidente. Qualche timido messaggio arriva, obliquo, indirizzato da Palazzo Chigi verso Arcore. La nomina del professore Giuseppe Di Federico nel nuovo collegio dei "saggi" voluto da Enrico Letta, per esempio.

Di Federico, giurista liberale di fama internazionale, ultra garantista, impetuoso sostenitore della separazione delle carriere dei magistrati, assieme al professor Nicolò Zanon, membro del Csm, e assieme a Luciano Violante, vuol dire soltanto una cosa per il Quirinale e per il mondo elastico che tesse la trama delle larghe intese attorno al Palazzo: vuol dire riforma della giustizia.

Certo non è quello che amerebbe sentirsi dire il Cavaliere, non sono le garanzie esplicite, e improbabili, che lui vorrebbe sentir pronunciare addirittura dalla viva voce del presidente della Repubblica, ma pure sono segnali, quantomeno gesti di non belligeranza, come la nomina di Giorgio Santacroce alla presidenza della Corte di cassazione. In qualche modo si vuole comunicare l'idea che nessuno ha intenzione di perseguitare Berlusconi, nessuno vuole assecondare una guerra totale per via giudiziaria né tantomeno accarezzare per il verso giusto il pelo di quanti tifano per la resa dei conti finale, per il berlusconicidio.

Secondo Angelino Alfano, il ministro dell'Interno e vicepremier di Letta, sono fatti rilevanti. Secondo Denis Verdini, il tosto coordinatore del Pdl, "sono bischerate". Conta solo quello che farà la Corte costituzionale tra qualche giorno. Lui lo sa benissimo che certe cose magari si fanno, ma non si dicono.

Eppure il Cavaliere è preoccupato sul serio, gli hanno spiegato che ha dalla sua niente meno che "il diritto" e che la Consulta non può andargli contro sul legittimo impedimento, ma più Berlusconi si convince di avere ragione, più teme che i giudici costituzionali invece gli diano torto prefigurando una raffica di condanne definitive in Cassazione.

E dunque il Cavaliere, quando è a casa, ad Arcore o a Palazzo Grazioli, si agita, straparla di nuovi predellini e scossoni vari, e a chiunque fa sapere che "i miei falchi sono troppo nervosi", che "questi del partito non li tengo più perché il governo li manda in sofferenza e vogliono farlo cadere, io li freno a stento, dobbiamo insistere sull'Imu...". Vuole che si sappia, vuole che i giornali lo scrivano, come se fosse vero. Non che non lo sia, ma nel Castello tutto è un po' vero e tutto è un po' falso, è così che vuole il padrone di casa, sono regole ormai consolidate.

Berlusconi lascia che i suoi tanti rinfocolatori si librino in volo liberi e rapaci, che si scazzottino con le colombe e che i giornaloni ricamino su questa fantasiosa sceneggiatura ("lui ci ha messo tutti sull'aeroplano del governo di Letta, tutte le colombe insieme, così poi ci può abbattere in una volta sola con un missile terra aria lanciato dal salotto di Arcore", dice un ministro del Pdl).

E dunque per la prima volta nella storia della sua ventennale carriera (im)politica, il Cavaliere che odia i partiti e i meccanismi polverosi della rappresentanza ha invece un grandissimo interesse ad amplificare e rendere persino forzosamente vitale la dialettica interna al suo Pdl, l'evoluzione ultra carismatica di quel vecchio partito azienda, o partito di plastica, che si chiamava Forza Italia. Da una parte tutti quelli che hanno massima sfiducia nelle garanzie di Letta e Napolitano, dall'altra tutti gli uomini che credono nel berlusconismo anche senza Berlusconi, molti dei quali sono stati messi dal Cavaliere al governo.

E dunque Fabrizio Cicchitto contro Daniele Capezzone, Renato Brunetta contro Renato Schifani, Raffaele Fitto contro Mariastella Gelmini. Più litigano, meglio è. Più Denis Verdini fa baruffa con Angelino Alfano, e più Daniela Santanchè lavora al miraggio di un nuovo partito "a farfalla" che punti dritto alle elezioni anticipate e al travolgimento di Enrico Letta, più Berlusconi ha la sensazione di essersi così guadagnato la preziosa attenzione di Napolitano, che è il suo vero pubblico.

E così fanno capolino, esagitati e caricaturali, anche "l'esercito di Silvio" e i Volpe Pasini, la rivolta fiscale e il predellino bis, stereotipi dotati di magica permanenza nell'universo folcloristico eppure così essenziale di Arcore. Mentre per sé, in questo magnifico teatro, il Cavaliere trattiene ovviamente il ruolo principale del mediatore, dello statista equilibrato che cerca una convergenza con Romano Prodi sul presidenzialismo ("serve subito") e che imposta la voce e modula il tono più esatto per dire che "il governo è forte, la guerra civile è finita".

Ma è al presidente della Repubblica e ai poteri "Parrucconi" che si rivolge Berlusconi, tutto questo presepio di progetti, dichiarazioni, tormenti e passioni è per loro. "Non posso immolarmi oltre me stesso per il progetto di un centrodestra responsabile, devono capirlo", pensa lui. "Se rinuncio a una facile vittoria elettorale, devo pur avere delle garanzie, devo sapere che Napolitano ha presente questo tipo di problemi". E insomma, si chiede il Cavaliere macerato, il Quirinale ce l'ha un piano per salvare il sistema dall'urto giudiziario, sì o no?

 

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