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TENETE DRAGHI A PALAZZO CHIGI, BISOGNA SALVARE IL PNRR! - DE BORTOLI: “ENTRO IL 2026 ANDRANNO REALIZZATI GLI INVESTIMENTI PREVISTI DAL PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA CHE NON È GIÀ FATTO, COME QUALCUNO PENSA, MA TUTTO DA COMPLETARE. BISOGNA SALVARLO DALLA RICERCA DEL CONSENSO PER LE ELEZIONI DEL 2023. PER FARLO OCCORRE CHE NEL 2022 CI SIA UN GOVERNO IL PIÙ POSSIBILE FORTE, AUTOREVOLE, E NON UN ESECUTIVO DI PASSAGGIO. IL BUON SENSO (CE N'È ANCORA?) CONSIGLIEREBBE, IN UNO STATO DI GRAVE EMERGENZA, DI LASCIARE TRA IL QUIRINALE E PALAZZO CHIGI LE COSE COME STANNO

Ferruccio De Bortoli per il “Corriere della Sera”

 

FERRUCCIO DE BORTOLI

In attesa di ascoltare finalmente, domani, la voce di Mario Draghi, poniamoci qualche domanda sull'indispensabile qualità dell'azione di governo. A maggior ragione di fronte al dilagare della quarta ondata del virus e a poche ore dalla contestata riapertura delle scuole. Non c'è dubbio che il buon senso (ce n'è ancora?) consiglierebbe, in uno stato di grave emergenza, di lasciare tra il Quirinale e Palazzo Chigi le cose come stanno. Un'opinione del tutto personale (già scritta sul Corriere all'inizio del semestre bianco).

 

E non c'è dubbio che dal momento in cui è emersa l'autorevole candidatura del premier alla presidenza della Repubblica, l'esecutivo si sia indebolito e la maggioranza di fatto lacerata. E andrà ricomposta (con quale perimetro?) alla luce dell'esito quanto mai incerto dell'elezione presidenziale. Le forze politiche sono inevitabilmente concentrate sulla scadenza elettorale del 2023, dalla quale dipende il loro peso specifico e persino, in qualche caso, la stessa esistenza. Ma il destino del Paese è assai più importante ed è legato a un'altra data.

 

MARIO DRAGHI

Entro il 2026 andranno realizzati tutti gli investimenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un Piano che non è praticamente già fatto, come qualcuno pensa, ma tutto ancora da completare. Non usiamo l'espressione «mettere a terra» i tanti vitali progetti per l'ammodernamento del Paese - da definire entro il 2023 - perché temiamo che qualcosa sia già stato «messo a terra» malamente. Nel senso di buttato via. Se falliremo, avremo perso l'ultima grande occasione per far ritornare l'Italia su un percorso di crescita stabile, in una dimensione economica e civile più giusta e inclusiva.

mario draghi giuliano amato

 

E saremo esposti alle estreme difficoltà di gestire un enorme debito con tassi crescenti e la progressiva fine degli acquisti della Banca centrale europea. Uno scenario da incubo che - se siamo seri e responsabili soprattutto verso i giovani - non va rimosso. Dunque, in un titolo: salvate il Pnrr! Salvatelo dalla ricerca del consenso per le elezioni del 2023. E per farlo occorre che nel 2022 ci sia un governo il più possibile forte, autorevole, e non un esecutivo di passaggio (una volta si sarebbe detto balneare) in grado solo di portare ordinatamente l'Italia al voto.

 

MARIO DRAGHI

Una sorta di minimo comune denominatore della politica. Nei giorni scorsi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, ha diffuso un documento ( Relazione sul monitoraggio dei provvedimenti attuativi del governo) che riassume l'attività legislativa dell'esecutivo dal 13 febbraio al 31 dicembre del 2021. E testimonia il grande lavoro svolto, largamente superiore a quello dei governi precedenti. Sono stati 357 i provvedimenti legislativi approvati per far fronte a una «doppia emergenza sanitaria ed economica».

FERRUCCIO DE BORTOLI

 

Ma il dato più significativo è nella capacità di dare attuazione a ciò che si decide, che spesso resta sulla carta o vaga in una sorta di limbo amministrativo. Il governo Draghi ha una percentuale di adozione di provvedimenti attuativi del 57 per cento contro il 18,9 del Conte 2 e il 18,2 del Conte 1. In più ha abbattuto del 60 per cento (da 679 a 271) l'arretrato di decreti attuativi ereditato nel corso della legislatura. La governance del Pnrr è strettamente legata all'efficienza amministrativa. Molti dei 51 obiettivi già conseguiti ne sono la diretta conseguenza.

mario draghi sergio mattarella

 

Ma molto dipende anche dalla credibilità personale in Europa del premier e, di conseguenza, del suo governo. E dall'approvazione di alcune riforme indispensabili per l'erogazione regolare dei fondi (esempio la disciplina della concorrenza e il codice degli appalti). È vero che il governo ha creato una struttura per la governance del Pnrr protetta da qualsiasi tentazione di spoils system . Un nuovo esecutivo non potrebbe cambiarne la composizione solo per ragioni politiche. Ma è altrettanto vero che sarà necessario, per assicurare la realizzazione dei progetti, fare ricorso ai «poteri sostitutivi», cioè commissariare se necessario gli enti attuatori, Regioni e Comuni.

 

sergio mattarella mario draghi festa della repubblica 2021

E questo lo potrà fare solo un esecutivo autorevole, in grado di andare contro logiche crescenti di puro consenso territoriale e la resistenza della burocrazia, direttamente proporzionale alla debolezza governativa. Nel frattempo, si moltiplicano le richieste di modifiche significative da parte delle Regioni. Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, ha già messo le mani avanti sull'incapacità della Regioni di rispettare programmi e tempi. Il suo collega presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, ha scritto al presidente del Consiglio chiedendo la revisione dei criteri stabiliti nel Pnrr per le opere strategiche.

 

Nel 2022 sarà possibile per ogni Paese beneficiario - ed è questo un aspetto finora trascurato dell'intera architettura del Next Generation Eu - correggere il tiro su alcuni progetti del Piano, cioè apportare integrazioni migliorative. Lo si potrà fare in una logica di grande responsabilità nazionale, con più attenzione al ritorno futuro degli investimenti.

mattarella draghi

 

Oppure con uno sguardo più rivolto ai vantaggi immediati, alle aspettative delle varie corporazioni, e ovviamente alle ormai vicine elezioni. Un po' com' è avvenuto con la legge di Bilancio di quest' anno che Draghi, in veste di governatore della Banca d'Italia o di presidente della Bce, avrebbe certamente trovato motivo e occasione per criticare.

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