DEDICATO A BERLUSCONI - NANETTE BLITZ KONIG RACCONTA IL SUO ULTIMO INCONTRO CON LA COMPAGNA DI SCUOLA ANNA FRANK NEL LAGER DI BERGEN-BELSEN - “ERA DEBOLISSIMA, PELLE E OSSA, AVEVA ADDOSSO UNA COPERTA PERCHÉ NON RIUSCIVA PIÙ A SOPPORTARE GLI ABITI PIENI DI PIDOCCHI. QUASI FACEMMO FATICA A RICONOSCERCI E A PARLARCI” - ANNA MORI’ DI TIFO, LEI RIUSCI’ A SALVARSI - GIRA IL MONDO PERCHE’ NESSUNO DIMENTICHI L’OLOCAUSTO…

Paolo Manzo per "la Stampa"

Ancora oggi mi chiedo come due «scheletri come noi abbiano potuto riconoscersi». Non si commuove l'olandese Nanette Blitz Konig, 83 anni, nel raccontare il suo ultimo incontro con la compagna di scuola Anna Frank nel Lager di Bergen-Belsen. Era il 12 marzo 1945. Anna sarebbe morta poco più di due settimane dopo. Basta guardare gli occhi chiari di Nanette per capire che l'orrore ha ormai lasciato spazio al rigore della memoria, capace di attutire gli spigoli più dolorosi per trasformarli in lucida testimonianza.

Nella sua casa di San Paolo, dove vive dagli Anni 50, Nanette svela il suo archivio privato e la sua storia. Figlia di un agiato dirigente della Amsterdamsche Bank, frequentava il Joods Lyceum di Amsterdam, nella stessa classe di Anna Frank, che con il suo diario, pubblicato in 67 lingue, avrebbe svelato al mondo il dramma di milioni di ebrei. «Anna era una ragazzina piena di vita, amava molto parlare, e le piacevano i ragazzi! Se fosse ancora viva sono convinta che sarebbe diventata un'eccellente scrittrice».

Del celebre diario, pubblicato dal padre di Anna, Otto, soltanto dopo la guerra, Nanette era a conoscenza. Fu infatti regalato il 12 giugno 1942, proprio durante la festa per i 13 anni cui anche Nanette partecipò. «C'eravamo tutti noi compagni di classe. Mi ricordo che proiettarono alcuni filmati sulla parete, per noi era una novità. Prima la pubblicità di una marmellata e poi Rintintin . E non capivamo cosa c'entrassero le due cose insieme».

La marmellata della pubblicità era quella prodotta dalla Opekta, la fabbrica di Otto Frank, e la donna ripresa a prepararla sarebbe entrata nella storia: si trattava di Miep Gies, la dipendente che avrebbe aiutato la famiglia Frank a nascondersi.

Poi il destino brutalmente separa le due ragazzine. Anna si nasconde con la famiglia nel retro di un ufficio di via Prinsengracht; Nanette, invece, viene arrestata con i suoi. Si ritroveranno solo nel 1944 nel campo 7 a Bergen-Belsen, a 300 chilometri da Berlino.

«Nelle varie occasioni in cui riuscii ad andare a trovarla nella sua baracca, Anna mi parlava del diario e mi diceva che voleva usarlo solo come punto di partenza per un libro che avrebbe scritto su quello che stavamo vivendo». Le due ragazzine a Bergen-Belsen si ammalarono entrambe di tifo. Nanette riuscì a salvarsi, Anna no. «Quando la vidi l'ultima volta», racconta, «era debolissima, pelle e ossa, aveva addosso una coperta perché non riusciva più a sopportare gli abiti pieni di pidocchi. Quasi facemmo fatica a riconoscerci e a parlarci».

Della sua esperienza nel campo di concentramento Nanette racconta che «le persone speravano. Tutti speravamo di sopravvivere e per questo lottavamo. Vivevamo nel terrore di non sapere quello che da un momento all'altro ci sarebbe potuto accadere». Quanto a lei, ricorda che «una volta dovevamo fare l'appello. Ci fecero rimanere in piedi per 36 ore.
Durante questi appelli i nazisti potevano prendere chiunque dalla fila, avevano sempre i cani con sé, tanto che per anni ho avuto il terrore di questi animali. Mi presero e in quel momento cominciai a tremare perché non sapevo cosa mi sarebbe accaduto. Ma ebbi davvero fortuna perché l'ufficiale sparò in aria e mi rimandarono indietro nella fila senza torturarmi né uccidermi. Sono sopravvissuta per puro caso».

In quel campo, che oggi non esiste più, Nanette non sarebbe mai più tornata dopo la guerra, ma il giorno della liberazione si è cristallizzato nella sua memoria come fosse ieri. «Il 13 aprile 1945», ricorda, «i nazisti che facevano la guardia al campo scapparono. Gli inglesi entrarono il 15. Noi prigionieri abbiamo vissuto due giorni nel limbo, ma eravamo così deboli che se gli inglesi non fossero arrivati, noi da soli non saremmo riusciti ad andare da nessuna parte. E quando finalmente ci liberarono una persona mi disse: sei sopravvissuta. E io ero completamente persa perché non sapevo che cosa mi sarebbe accaduto nel futuro».

Nanette fu l'unica della sua famiglia a uscire viva. Pesava appena 32 chili. Sua madre, suo padre, i nonni, il fratello, tutti sono morti nei campi di concentramento.

Quanto al papà di Anna, Otto, Nanette riuscì a incontrarlo. Fu lui a renderle visita, dopo la guerra, nel sanatorio in cui la ragazza era ricoverata. «Ma poi», spiega, non ebbi mai più il coraggio di andarlo a trovare con i miei tre figli. Tutti vivi. Era un confronto che trovavo disumano per lui».

Quasi 70 anni dopo, Nanette ha fatto del suo passato una chiave di lettura per il futuro delle nuove generazioni. Visita regolarmente le scuole di San Paolo e racconta, con il distacco dei sopravvissuti, il suo Olocausto. «Il fatto che io sia sopravvissuta mi obbliga a testimoniare perché i giovani diventino cittadini consapevoli. Ma soprattutto perché una cosa come l'Olocausto non si verifichi mai più».

 

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