
“VOGLIO I MIGLIORI, I PIÙ VELOCI, IL MEGLIO DEL MEGLIO” - MICHAEL JOHNSON, EX DETENTORE DEL RECORD DEL MONDO SU 200 E 400 METRI, LANCIA IL SUO "GRAND SLAM TRACK", UN CIRCUITO ALTERNATIVO SOLO PER LE STAR DELL'ATLETICA. TRE GIORNI DI GARE, MONTEPREMI DA 12,6 MILIONI DI DOLLARI: "NON VOGLIO FARE CONCORRENZA ALLE MANIFESTAZIONI DI 'WORLD ATHLETICS' E NEMMENO PRENDERE IL POSTO DEL PRESIDENTE SEBASTIAN COE MA LUI FA PARTE DEL GOVERNO INTERNAZIONALE DELL’ATLETICA E RISPONDE A DELLE REGOLE, IO INVECE SONO UN MANAGER" – PS. MICHAEL JOHNSON PENSA SEMPRE CHE L’ATLETICA SENZA DOPING SIA UNA UTOPIA?
Emanuela Audisio per “la Repubblica” - Estratti
L’uomo dalle scarpette d’oro ora vuol far correre gli altri.
Michael Johnson, 57 anni, ex sprinter, detentore del primato del mondo per 12 anni sui 200 metri e per 17 sui 400, quattro titoli olimpici e otto iridati, lancia il suo Grand Slam Track. Un circuito alternativo.
Si presenta in video conferenza con barbetta bianca curata, T-shirt nera con logo della sua creatura (Gst), due orologi al polso. E non fa che ripetere: voglio i migliori, i più veloci, il meglio del meglio.
Michael, sta per partire il suo Grand Slam Track: “Only the Fastest”
«Il 4 aprile si corre a Kingston, in Giamaica, il primo dei quattro meeting, seguiranno Miami, Philadelphia, Los Angeles. 48 racers , uomini e donne, provenienti da 17 paesi, più altri challengers, tre giorni di gare, montepremi da 12,6 milioni di dollari, 100 mila per chi vince, 10 mila per l’ultimo. Solo gare su pista: sprint brevi e lunghi, ostacoli alti e bassi, media e lunga distanza.
In ogni categoria gli atleti doppieranno le prove, tipo 100-200 metri. Non sono pazzo, abbiamo ascoltato i tifosi, soprattutto quelli giovani: non vogliono più perdere tempo con qualifiche ed eliminatorie, aspettare due o quattro anni per sapere chi sia il più veloce.
Vogliono sfide, scontri diretti, rivincite. L’élite che dà spettacolo, senza tanti inutili intermezzi.
Vogliono vedere le star in azione, non i comprimari».
Un’atletica fatta solo di highlights, tanta pista, niente concorsi.
«Mi chiedete: lo svedese Mondo Duplantis, re dell’asta, non merita un palcoscenico? Certo che sì, è un magnifico performer, ogni volta sale di un centimetro, ma io non posso pensare a tutta l’atletica, mi concentro su quella che ha più mercato, sul core business , sulla pista. E sui suoi protagonisti che meritano di essere ricompensati.
(...)
Questa SuperLega rischia di avere pochi europei e non tutti gli americani. C’è la primatista mondiale Sydney McLaughlin-Levrone, manca Noah Lyles.
«È solo l’inizio, stiamo cercando di svilupparci, è un primo passo, i nostri investitori, Winner Alliance, sono solidi. Se troveremo delle tappe europee convenienti ci sposteremo, non ho preclusioni.
Non voglio fare concorrenza alle manifestazioni di World Athletics e nemmeno prendere il posto del presidente Sebastian Coe che sta lavorando benissimo, ma lui fa parte del governo internazionale dell’atletica e risponde a delle regole, io invece sono un manager, un amministratore delegato che vuole vendere meglio le corse di atletica. Mancano dei nomi? Non ci servono, abbiamo i migliori».
Se lei corresse ancora, chi vorrebbe sfidare tra Bolt e Lyles?
«Non è che ai miei tempi la concorrenza mancasse, non c’era solo Carl Lewis ad andare veloce, ma appunto vedete che anche voi mi chiedete di sfide tra epoche diverse.
Nel tennis ci sono gli eroi del Grande Slam che hanno grande visibilità e copertine, l’atletica è lo sport più praticato al mondo, quello più universale, si salva da sola, non ha bisogno di me, ma forse posso aiutare i suoi atleti a guadagnare quello che meritano.
Spesso sento dire: quel campione non è brillante, non ha personalità. Beh, diamo loro un modo per mettersi in luce, per affermarsi, senza dover aspettare quattro anni. Anche l’atletica può essere un ring dove ci si combatte per correre più veloci. E un ko che si subisce oggi può essere vendicato domani».
Concentrarsi sullo scontro, in genere, non porta a migliorare il cronometro.
«A me non interessano i record del mondo, preferisco vendere un altro show, quello dell’agonismo. Nel nostro circuito non ci saranno lepri, né segnali luminosi che indicano il primato da battere, solo sana concorrenza. Ognuno potrà correre con le scarpe, con le maglie e con gli sponsor che vuole. Se oggi nelle gare sono aumentati i record è perché non essendoci mai tutti i migliori l’atleta si concentra sul cronometro. Meglio invece un Fight Club, però su pista».
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