ADDIO AL GENIO DI STEPHANIE KWOLEK - LA SIGNORA DELLA CHIMICA CHE HA INVENTATO IL KEVLAR, CINQUE VOLTE PIU' FORTE DELL'ACCIAIO, SE N'E' ANDATA A 90 ANNI - MA GLI PENUMATICI, I GUANTI DA LAVORO E TUTTE LE COSE CHE SI FABBRICANO CON IL KEVLAR RESTERANNO ANCORA A LUNGO

Anna Meldolesi per “Il Corriere della Sera”

 

Il kevlar è cinque volte più forte dell’acciaio. Ma Stephanie Kwolek era forte quanto e più del kevlar. Ieri la notizia della morte della scienziata novantenne ha fatto il giro del mondo, ma la sua invenzione è destinata a restare con noi ancora a lungo. Pneumatici, guanti da lavoro, caschi per pompieri e soldati, componenti per aerei e barche, cavi per fibre ottiche, attrezzature per sport estremi. Sono solo alcuni dei prodotti che Stephanie ha contribuito a migliorare lavorando per l’industria chimica DuPont. Senza il suo polimero super-versatile e ultra-resistente, probabilmente, la modernità dell’America, e dunque anche la nostra, non sarebbe stata la stessa.
 

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La storia del kevlar è una sfida agli stereotipi. La chimica è pericolosa e cattiva, pensano in tanti, ma i giubbotti antiproiettile di kevlar hanno salvato la vita a migliaia di persone. I grandi inventori sono uomini, si tende a credere, ma l’inventrice del kevlar è una donna di origini polacche, che da bambina sognava di fare la stilista.

 

Al tempo stesso il nome del marchio è una clamorosa conferma di quanto pesino i luoghi comuni sul maschile e il femminile. Inizialmente l’avevano chiamata Fibra B. Poi la scelta finale è toccata a un gruppo di impiegati: la forza è una qualità che di solito viene associata agli uomini e kevlar aveva un suono virile.
 

Quanto possa essere dura la vita per le donne Stephanie lo capisce all’età di dieci anni, quando la madre vedova va a lavorare in fabbrica e a lei tocca accudire il fratellino. Da ragazza vuole fare il medico ma non può permettersi tanti anni di studio, perciò rimane fedele alla prima scienza amata a scuola.

 

La chimica. «Sono entrata nella forza lavoro nel 1946, quando di donne ce n’erano poche», ha raccontato. Quelle poche prendevano i posti lasciati vuoti dagli uomini che erano andati in guerra, ma lavoravano in condizioni difficili. «Alcune resistevano poco. Io no, sono testarda».
 

Quando si presenta per un colloquio alla DuPont le ripetono la frase di rito: fra qualche settimana le faremo sapere. «Ho deciso di essere audace. Ho detto che volevo saperlo subito, perché dovevo valutare altre offerte». Viene assunta e impara a creare quelle lunghe molecole che servono a fabbricare la plastica e i tessuti sintetici come il nylon. Ne servono di nuove, resistenti a calore e trazione, leggere per risparmiare energia.

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La ricercatrice passa le giornate a combinare sostanze, a fonderle, a trafilarle. Ma un giorno memorabile, nel gennaio del 1965, trova un polimero che non vuole saperne di fondere. Identifica un solvente capace di scioglierlo ma la soluzione appare diversa da tutte quelle viste finora. Non è densa e traslucida, ma acquosa e torbida. «Filarla sarà impossibile», sentenzia il collega addetto all’operazione. Lei però insiste fino ad avere la meglio.
 

Il kevlar è nato e con esso una nuova classe di sostanze. «Sono stata fortunata e c’è stato un buon lavoro di squadra», dichiarerà in seguito mostrandosi fin troppo modesta. Kwolek comunque aspetta a dare l’annuncio, prova e riprova, non vuole sbagliare. Ma è tutto vero: ha inventato una fibra dalle proprietà straordinarie. Sette strati pesano poco più di un chilo ma possono fermare un proiettile calibro 38 sparato da una distanza di tre metri.

 

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Prima di andarsene Stephanie ha fatto in tempo a ottenere sedici brevetti rinunciando ai rispettivi guadagni, si è fatta portavoce delle battaglie delle donne nel mondo della scienza e ha vinto molti premi prestigiosi. Quello della American Chemical Society ha le motivazioni più belle: «La sua ricerca ha contribuito alla prosperità materiale e alla felicità della gente».

 

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