EGO TE ABSOLVO - IL PENTIMENTO DI KALASHNIKOV, ANGOSCIATO PER I MORTI PROCURATI DAL SUO FUCILE E LA RISPOSTA DEL PATRIARCA RUSSO KIRILL: "HAI DIFESO LA RUSSIA"

Nicola Lombardozzi per "la Repubblica"

Era tormentato, non riusciva più a dormire, invocava il perdono di Dio. Questa estate, 5 mesi prima di morire, Mikhail Kalashnikov, inventore del fucile mitragliatore più diffuso nel mondo, scriveva così al patriarca russo Kirill: «Il dolore che provo, profondamente nell'anima, è insopportabile. Continuo a ripetermi una domanda che non trova risposta. Se il mio fucile ha ucciso tanta gente, non sono forse io, Mikhail, 93 anni, figlio di una contadina, cristiano ortodosso per fede e per scelta, a mia volta colpevole per questo spaventoso numero di vite perdute?».

Un tormento sincero che lo stesso Kalashnikov provava ad attenuare dilungandosi in 3 fitte pagine dattiloscritte, cercando giustificazioni personali, facendo paragoni con altri famosi inventori di armi letali. Ma che trovava una spietata conferma nelle cifre: 175 milioni di esemplari di kalashnikov prodotti dal 1947 a oggi, distribuiti in tutti i continenti tra eserciti e polizie ufficiali, terroristi, fronti di liberazione, organizzazioni criminali. Buoni e cattivi, tutti con la stessa arma in pugno per un numero di vittime complessivo valutabile in diverse decine di milioni di persone.

A far vivere qualche notte di pace a Kalashnikov, fino alla morte arrivata il 23 dicembre, è forse servita la risposta del Patriarca, perfettamente in linea con la linea seguita dalla Chiesa Ortodossa russa, patriottica e pragmatica. «Il suo comportamento - scriveva affettuosamente Kirill - è sempre stato corretto nei confronti della nostra Patria. Se un'arma serve a difendere la Russia, la Chiesa sta sempre dalla parte del suo creatore e dei militi che la impugnano a questo nobile scopo per la sicurezza del proprio Paese».

Assolto, dunque. Ma forse non del tutto convinto. Nella lettera si ripercorrono dubbi e tentennamenti di coscienza. «Durante l'aggressione nazista alla Russia - ricordava - mi domandavo come mai una nazione così potente come la nostra, con un'industria super sviluppata e tanti abilissimi ingegneri e tecnici, dovesse combattere con fucili del secolo precedente assolutamente inadeguati davanti al nemico invasore». Poi, con un po' vanità aveva aggiunto: «Per questo l'AK-47 mi apparve come l'arma del miracolo. Quella che avrebbe annullato le differenze con gli aggressori».

E, sempre alla ricerca di una spiegazione, aveva citato i casi di Oppenheimer e di Sakharov. Il primo, tra i padri dell'atomica americana, fu sconvolto dalle immagini di Hiroshima e Nagasaki, interruppe il suo lavoro e diventò un fervente pacifista. Il secondo, dissidente storico dell'Urss, non rinnegò mai di aver realizzato la prima atomica sovietica considerandola un deterrente per lo scoppio di altre guerre. Incerto tra le due strade, Kalashnikov ha preferito affidarsi alla Chiesa. E al Patriarca ha ricordato di non aver voluto la costruzione di un museo a lui dedicato bensì quella di un monastero dedicato a San Michele. «Almeno da lassù, potrò osservare scene d'amore e di fede anziché scenari di morte e distruzione».

 

Mikhail Kalashnikov Mikhail Kalashnikov Mikhail Kalashnikov

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