telegram pavel durov vladimir putin

ANCHE LA PRIVACY HA UN LIMITE – IN RUSSIA È STATA BLOCCATA TELEGRAM, CHE NON VOLEVA DECRIPTARE I MESSAGGI DEGLI UTENTI PER DARLI AI SERVIZI SEGRETI – IL FONDATORE PAVEL DUROV È L’ANTI-ZUCKERBERG: “I DATI PERSONALI NON SI VENDONO” – MA IL TRIBUNALE DÀ RAGIONE A PUTIN: “LA USANO I TERRORISTI”…

 

Giuseppe Agliastro per “la Stampa

 

telegram app per messaggi

Nuovo giro di vite sul web per la Russia di Putin. Al tribunale Tagansky di Mosca sono bastati 18 minuti per accogliere la richiesta delle autorità e consentire l’immediata chiusura dell’app di messaggistica Telegram. La società del «programmatore dissidente» Pavel Durov si è rifiutata di fornire ai servizi segreti le chiavi per decriptare i messaggi degli utenti e la risposta del Cremlino non si è fatta attendere.

pavel durov

 

Anzi, giusto per non perdere tempo, la corte ha dato esplicitamente il diritto a Roskomnadzor - l’ente che controlla comunicazioni e media - di bloccare Telegram senza attendere il ricorso in appello dell’azienda. L’intelligence russa sostiene di aver bisogno dei codici perché Telegram è usato dalle organizzazioni terroristiche, Isis compresa. E se ne sarebbe servito pure l’attentatore suicida che l’anno scorso si fece esplodere nel metrò di San Pietroburgo, uccidendo 15 persone. Ma il programma è molto utilizzato anche dai dissidenti in Iran per il suo sistema di criptaggio.

 

Ed è proprio quest’occhio di riguardo per la privacy che gli ha fatto superare i 200 milioni di utenti. Molti osservatori interpretano la batosta riservata a Telegram come un’ennesima restrizione delle libertà in Russia. Stavolta con il pretesto della lotta al terrorismo. Una possibilità concessa dal controverso pacchetto di misure Yarovaya approvato due anni fa: provvedimenti in stile Grande Fratello che obbligano le società di telefonia e internet a conservare per sei mesi i dati di traffico, inclusi video, foto, audio e messaggi.

 

vladimir putin vince le elezioni

Per Amnesty International si tratta «dell’ultimo di una serie di attacchi contro la libertà di espressione sul web». Pavel Chikov, uno degli avvocati di Telegram che ieri hanno disertato l’aula per protesta, ha definito le richieste del Cremlino «incostituzionali e non esaudibili».

 

Secondo l’azienda, il criptaggio avviene infatti a livello dei singoli account e non esiste quindi una chiave universale per accedere alle chat. Una spiegazione che evidentemente non soddisfa le autorità russe. Mosca si appresta così a tarpare le ali all’aeroplanino di carta di Telegram, come ha già fatto la Cina. E stando ai media l’operazione inizierà di fatto lunedì prossimo.

 

pavel durov il suo profilo su vkontakte

Ad alimentare i sospetti che quella di Mosca sia una mossa politica è inoltre la storia dell’ad di Telegram, il giovane e aitante Pavel Durov. Il 33enne di San Pietroburgo è soprannominato lo «Zuckerberg russo» per aver fondato nel 2006 VKontakte, una sorta di Facebook molto popolare nelle repubbliche ex sovietiche. Ma al contrario del suo collega americano, si presenta come uno strenuo difensore della privacy. Nonché come avversario di Putin.

 

Durov, che ha vissuto a Torino per diversi anni da ragazzino, voleva fare di VKontakte uno spazio online dove tutto fosse condivisibile: film, musica, ma anche opinioni. Nel 2011, i servizi segreti gli chiesero di chiudere 7 pagine usate dagli organizzatori delle proteste che allora scuotevano la Russia. Lui rispose pubblicando l’immagine di un cane che fa la linguaccia. Disse «no» alla richiesta di bloccare le pagine di EuroMaidan in Ucraina. Si trovò sollevato dall’incarico di ad della sua stessa società, che ora, guarda caso, è controllata da un miliardario vicino al Cremlino, Alisher Usmanov. Durov vive in esilio volontario all’estero. Promette battaglia: «Utilizzeremo metodi automatici per bypassare il blocco. La privacy non si vende e i diritti umani non possono essere sacrificati per paura o avidità».

PAVEL DUROVpavel durov Vladimir Putin entra nelle acque ghiacciate del lago Seliger

 

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