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“ARRIVA GEORGE, IL GRAN PIACIONE E VENEZIA DIVENTA SUBITO CLOONEYLAND” – ALBERTO MATTIOLI: "TRA BATTUTE, STILETTATE A TRUMP E OSTENSIONE PUBBLICHE DELLA FAMIGLIA MODELLO IL REGISTA DI SUBURBICON RAPPRESENTA CON AMAL LA VERSIONE PATINATA DI QUELLA STESSA UTOPIA BUONISTA A STELLE E STRISCE. E PURTROPPO ANCHE DELLO STESSO NOIOSISSIMO CONFORMISMO"

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Alberto Mattioli per la Stampa

 

Arriva George, e Venezia diventa subito Clooneyland. Lui piace sempre, anzi sempre di più.

 

Del resto, se lo merita: è bravissimo. Maneggia alla perfezione tutto l' armamentario del piacionismo. In conferenza stampa, battute e dichiarazioni improntate al più ortodosso politically correct. Sul red carpet, prolungatissimo, massima disponibilità a selfie, autografi, toccamenti, gridolini, invocazioni, lacrime e orgasmi di ammiratori e soprattutto ammiratrici.

 

A Venezia, in questi giorni, ripetute ostensioni pubbliche con la famiglia modello, insomma Amal, Ella e Alexander, rispettivamente moglie, gemellina 1 e gemellino 2, vestiti da minigondolieri con magliettina ultrasmall a righe (i pupi, s' intende). C' è stata perfino, venerdì sera, la rituale cena Da Ivo, ristorante già prescelto per l' addio al celibato prima del matrimonio pure veneziano, con tanto di cinque prenotazioni in altrettanti locali per depistare i paparazzi, ovviamente invano.

 

Happy Days Anni 50 Rispetto a Clooney, il film di Clooney (ma senza Clooney, qui solo regista) passa quasi in secondo piano. In ogni caso, Suburbicon è stato accolto bene, con applausi perfino alla superciliosa proiezione per la stampa. Si tratta di un vecchio copione che i fratelli Coen non hanno mai girato. Protagonista, negli Happy Days degli Anni Cinquanta, la famigliola di Matt Damon, impiegato modello con moglie casalinga, sorella gemella della moglie (entrambe Julianne Moore) e bambino.

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I guai pubblici iniziano quando nella villetta accanto si stabilisce una famiglia afroamericana, scatenando le proteste delle brave personcine del quartiere che non ci vogliono «i negri». Quelli privati, quando due balordi entrano in casa Damon e cloroformizzano la famiglia. Segue una commedia nera, un thrillerone con finale a sorpresa (anche se lo spettatore avvertito mangia la foglia molto prima), che comunque, direi, vale il prezzo del biglietto.

 

Tutta la parte sulla segregazione razziale, per la verità, sembra un po' appiccicata con lo scotch. Ma, da artista impegnato, superGeorge non poteva certo perdere l' occasione di lanciare il messaggio antirazzista. La cronaca di questi tempi, del resto, lo rende forse meno superfluo. Sicché in conferenza stampa si è parlato soprattutto dei guai razzisti dell' America di oggi, che poi secondo Clooney sono ancora quelli dell' America di ieri, «perché non li abbiamo mai voluti risolvere davvero, e rischiamo quindi di ricaderci». E giù con stilettate a Trump (ma senza mai nominarlo), a «chi alza muri», a «chi vuole escludere le minoranze».

 

Però, «se gli americani sono arrabbiati», se «c' è una nube nera che copre il Paese», Clooney resta ottimista, come da prassi yankee: «Io credo nella gioventù», e così sia.

Insomma, tutto di un' implacabile correttezza politica, talvolta spinta fino all' assurdo.

 

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Così la Moore ci ha tenuto a far sapere che ha lanciato una petizione per cambiare il nome al suo vecchio college, disgraziatamente finora intitolato a «Jeb» Stuart, geniale generale di cavalleria che però fece l' errore di combattere la guerra di Secessione dalla parte sudista (e poi ci si stupisce della caccia al Colombo, inteso come lo scopritore. Però abbattere le sue statue appare invero una sanzione eccessiva per il più clamoroso errore di navigazione della storia).

 

In tutto questo c' è, magari, un paradosso. All' inizio del film, Clooney si diverte a sfottere la famigliola americana modello Doris Day & Rock Hudson, felice, contenta e stolida nel suo Mulino Bianco con il praticello curato e la bandiera fuori dalla porta. Però sorge il sospetto che la famiglia Clooney, lui attore-regista bello, bravo e paladino delle migliori cause, lei avvocatessa bella, brava e specialista in diritti umani, sempre immancabilmente dalla parte «giusta» in ogni occasione e dichiarazione, rappresenti alla fin fine la versione contemporanea e patinata di quella stessa utopia buonista a stelle e strisce. E, purtroppo, anche dello stesso noiosissimo conformismo.

 

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